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Uno e trino

di Giuseppe Gario
  Uno e trino
Data di pubblicazione su web 01/02/2018  

All’apprendista Auguste Rodin, un semplice lavorante, Constant, «aveva regalato la regola d’oro della statuaria: “Non considerare mai la forma nella lunghezza, ma sempre nella profondità. Una superficie è solo il punto estremo di un volume, più o meno piccolo, che si rivolge verso di te. Se lo ricorderai, acquisirai la scienza del modellato”. Non significava altro che imparare a far fiorire la veridicità delle figure, i loro volumi, “da dentro”, come la vita stessa» (A.M. Panzera, Camille Claudel, Roma, L’Asino d’oro, 2016, p. 90). Regola d’oro: dalla superficie dei fatti far fiorire la veridicità del reale «“da dentro”, come la vita stessa».

Nel 2011 abbiamo superato i sette miliardi e il Bescherelle cita Einstein: «Tre bombe minacciano il mondo. La bomba atomica appena esplosa. La bomba dell’informazione che esploderà verso fine secolo. La bomba demografica che esploderà il prossimo secolo e sarà la più terribile» (M. Chevallier et al., Chronologie de l’histoire du monde contemporain. De 1914 à nos jours, Paris, Hatier, 2015, p. 384). Dopo il 1946 la frase ritorna, nel pieno della bomba informatica e nel profilarsi di quella demografica. E nel 1948 lo storico tedesco Ludwig Dehio indicava la via d’uscita dalla nostra secolare guerra civile: «ravvivare la forza che è la radice della civiltà, la vita personale», «il cambiamento interno dell’individuo, che solo promette l’instaurazione di una esistenza ragionevole. La storia politica, pensata fino al fondo e penetrante fino al fondo, rimanda alla cellula primordiale di tutta la storia, all’uomo» (L. Dehio, Equilibrio o egemonia. Considerazioni sopra un problema fondamentale della storia politica moderna, Bologna, il Mulino 1988, p. 249).

Oggi due capi di stato si sfidano via twitter su chi ha il bottone nucleare più grosso in un mondo con «nove potenze nucleari, 26.000 bombe nucleari» e una «società civile, essenziale nel XXI secolo» per la «presa di coscienza della capacità dell’uomo di distruggere l’ambiente naturale. In proposito il filosofo John Somerville ha definito il concetto di “omnicidio” (dal latino omnis, “tutto”, e cœdere, “uccidere”) per dire la capacità di morte delle armi nucleari, la cui ineguagliata distruttività è superiore a “genocidio” e “guerra nucleare”» (Jean-Marie Collin, La Bombe. L’univers opaque du nucléaire, Paris, Autrement, 2009, pp. 12, 89, 159). «Il XXI secolo sarà percorso da rivoluzioni delle coscienze in molti campi (economico, ecologico, securitario). Sulla bomba, cittadini e dirigenti politici devono dunque scegliere, tra un mondo nuclearizzato o denuclearizzato, che ipotecherà il futuro loro e delle successive generazioni» (ivi, p. 179). Consulente per la difesa in think-tanks europei e americani, sulla nostra responsabilità personale Collin conferma la prognosi di Dehio, condivisa da Pascal Chabot, filosofo all’Ihecs di Bruxelles, in Exister, résister. Ce qui dépend de nous (Paris, PUF, 2017).

«Bisogna essere lucidi e capire che siamo molto diversi a seconda del contesto: non siamo gli stessi quando lavoriamo inseriti nel sistema, quando siamo determinati da forze economiche indipendenti da noi e quando pensiamo» (ivi, p. 12). «Ma il sistema soffre» e «per spiegarne lo stress dobbiamo volgerci altrove, alle “ultraforze” che lo attraversano e sconvolgono», «sproporzionate e disgreganti. Moltiplicando le forze di base dell’energia, del denaro e dell’emozione, mutano le psiche e le società. Imprese multinazionali, banche mondiali, giganti digitali e spinte alla mobilità generalizzata sono tra le ultraforze che determinano in profondità le nostre esistenze. In questo contesto tra il sistema e le ultraforze si gioca una dialettica in crescendo che va analizzata. Infragilito, il sistema è accusato di ogni male e spesso processato troppo in fretta, perché il problema non sono le sue costituenti di base, bensì gli stress generati dalle ultraforze che lo fanno mutare. Opportunisti, i populisti vi pescano». «La questione è come resistere e moderare queste forze sostituendole con rapporti meno violenti e più giusti. Invece di invocare l’astratto “umano”, ci si rivolgerà al terzo personaggio, al che coabita in noi con l’adattato e il disgregato. E si nutre d’una vita segnata dal gusto di esistere, il non finito, l’equilibrio e l’attrazione per l’“oltre sé”, l’altro. Qui, in ciò che dipende da noi, è il terreno delle resistenze interiori. Il alimenta le forze di transizione che ovunque cercano di moderare la dismisura delle ultraforze con rapporti più giusti e democratici. La transizione non è una rivoluzione antisistema. È ricerca di convergenza a beneficio del , delle coesistenze libere e della distensione della frenesia circostante. È questa transizione che bisogna sostenere» (ivi, pp. 13-14).

«Non basta decretare l’umano, bisogna portarlo a esistenza. Non è teoria» (ivi, p. 211). «Il e la sua profusione esistenziale mostrano che il codice binario del sistema e della forza sono impoverenti. Il sistema funziona in modo duale: si è dentro o fuori». «C’è puzza di galera. Nelle false alternative si è sempre incastrati. Ecco perché la nozione di sistema, oggi dominante, è pericolosa e va smontata per rifiutarne l’appello binario. Lo stesso vale per la forza, dicotomica e disgregante». «Ci vogliono un vincitore e un perdente, chi agisce e chi subisce». «Per il solo fatto di esistere e di far saltare i ruoli che gli sono assegnati, il rivela quanto il regime binario è riduttivo» (ivi, pp. 212-213).

«Passare dal binario alla triade è il primo passo, cambia la logica. Si lasciano opposizione, conflitto, violenza e scontro di ego per entrare in un mondo senza di necessità vincenti e perdenti». «Platone l’ha detto per primo. Prima della moderna riduzione dell’uomo a opposizione tra anima e corpo e alla affiliazione obbligata a spiritualisti o a minoritari materialisti, concepì una filosofia ternaria: anima, intelletto, emozione. Non più esclusione, ma arbitraggio e armonia. Non più un fronte, ma diversi e tutto si fa gioco d’alleanza e risonanza, ogni polarità ha il suo posto. Le differenze coabitano piuttosto che escludersi. Mirano alla stabilità e alla reciproca limitazione, come mostra la separazione tripartita dei poteri tra esecutivo, legislativo e giudiziario». «Non si tratta più di sapere chi vince, ma come fare convergenza fra i tre. Il sistema, la forza e il , che ricordano uno a uno l’intelligenza, l’emozione e l’anima platoniche, cercano anch’essi una convergenza. Assurdo pensare che uno di questi termini sparisca o sia in balìa d’un altro. Tutti tre sono il reale, irriducibilmente» (ivi, pp. 214-215).

«Può darsi che l’avvenire non la segua, ma è la via più desiderabile per un progetto di civilizzazione aperto, multimodale e multiculturale. Il sistema è necessario perché dà protezione, la forza vitalità e il anima. La loro convergenza è un ideale della ragione. Che dovrebbe sostenerlo. Ma siamo eredi di una ragione che ama aver ragione e non plebiscita la convergenza. La radice del problema sta nella concezione dominante di razionalità». «La transizione fondamentale sta nel disfare il legame rovinoso tra forza e ragione per ritessere i legami, in modo più complesso e avventuroso, tra ragione e giustizia. Solo allora la convergenza sarà un ideale della ragione. Senza, rimarrà una maschera in più della forza. Poiché la ragione vuole avere ragione e spesso nient’altro, poco le importano prezzo e danni. È la sua malattia più profonda, al cuore di filosofia e scienza» (ivi, p. 217). «La Scuola di Francoforte la definì “ragione strumentale” che obbedisce a regole tecnico-scientifiche. Forse bisognerebbe dire “ragione strumentalizzata”, nient’altro che il braccio armato d’una forza che se ne serve per dispiegare la propria potenza. Le ultraforze ne sono la versione contemporanea» (ivi, p. 220).

«La ragione va rispettata, ma affidata a un’altra scuola. Ha ascoltato troppo le lezioni della forza, ora deve ascoltare quelle della giustizia. Reclamare ragione infatti non è solo della scienza o filosofia. È anche un atto politico ed etico, reclamare ragione è reclamare giustizia», «prima di nascondersi dietro la maschera della forza, la ragione s’è voluta armonia, desiderio di convergenza» (ivi, p. 221 e 222).

«La condanna della forza è in nome del debole. Ma basta? Quando il forte sarà umiliato e il debole restituito alla sua dignità, caso raro, muterà allora di campo difendendo il nuovo debole?». «Essa deve esistere a un livello superiore di princìpi, che Jankelevic definisce la morale». «Se ci si appella alla morale, è perché la forza è immorale. Va contro la giustizia». «Solo la giustizia giustifica…» (ivi, p. 223). «Sta a noi decidere chi vogliamo essere. Scegliere, tra le dimensioni che ci compongono, quelle che contano di più. Tra , me formattato dal sistema e soggetto sfaldato, sono possibili arbitraggi; alleanze, pesi e attente ponderazioni possono consentire la pacifica coabitazione di queste tendenze antagoniste. È chimera pensare di sbarazzarsi, con la sola forza del desiderio, di una di queste istanze in noi. Sono tutte presenti, consustanziali agli abitanti di questo mondo perplesso. Meglio costruire tra loro una sensata coerenza, invece di rovinarci in un combattimento che ci mutila» (ivi, p. 231).

«Funzione del sistema è offrire un ruolo agli individui facendo circolare informazioni preziose, risponde a esigenze protettive. Nel garantire la libertà dei modi di esistere e la dignità economica l’eurodemocrazia non ha concorrenti credibili. Questo sistema sofferente, stressato, inegualitario e cauto vale la pena di curarlo anziché accusarlo d’ogni male. Le ultraforze non si possono abolire con una bacchetta magica per decreto. Sono parte della realtà contemporanea, alla scala di un pianeta con otto miliardi di abitanti. Il vortice colossale che provocano è inedito; la sfida è inventare i modi per regolarlo. Nulla dice che le forze di transizione siano incapaci di modificare la traiettoria delle ultraforze e rimetterle a servizio delle società formate dai da cui tutto procede. Nulla dice che l’avidità delirante non possa essere soppiantata da una razionalità più giusta e meglio istruita. La resistenza, se questa è la parola, non è distruzione». «La resistenza sarà piuttosto nella convergenza, una transizione che porrà al centro ciò che è essenziale e condiviso: il gusto di esistere su un pianeta straordinario e ospitale. Questa transizione dipende da noi e dalle nostre forze» (pp. 233-234).

Buon 2018. Lo UK di Nigel Farage (col referendum-conferma per i crescenti dubbi su Brexit), la Francia di Marine Le Pen, l’Italia dei 5 stelle, l’Ungheria di Viktor Orbán, l’Austria di Sebastian Kurz, la Repubblica Ceca di Andrej Babiš, la Slovacchia di Robert Fico, la Bulgaria di Bojko Borisov, la Polonia del PiS, eredi dei totalitarismi rossi e neri e di forti interessi economici privati. Sylvie Kaufmann li passa in rassegna: «In realtà l’Europa esiste e resiste. Dopo anni movimentati, s’impone non solo a Farage e ai brexiters, ma anche a nazionalisti, populisti ed euroscettici di ogni specie emersi dalle insurrezioni elettorali dopo il 2014. Paurosi, non vogliono più uscire dall’Europa: fatti i conti, molto meglio starci». «L’Europa, si ama o si lascia? Visibilmente, di questi tempi non la si lascia. Ciò non vuol dire che la si ami: è la nuova sfida per l’Unione. I ribelli restano e vogliono provare a cambiarla dall’interno. Chi disse che nel Vecchio Continente ci si annoia?» (Nous sommes tous pro-européens, in «Le Monde», 18 gennaio 2018, p. 26). Dopo aver cucito in una vignetta la bocca di Kim Jong-un e Trump coi bottoni nucleari, «The Economist» commenta le guerre di Trump: razziale, commerciale, ambientale (e nucleare?). «Senza l’impegno USA per l’ordine internazionale e la forza per difenderlo contro abili e determinati sfidanti, i pericoli cresceranno. Nel caso, il futuro di guerra potrebbe essere più vicino di quanto tu pensi» (The Next War, in «The Economist», 27 gennaio 2018, p. 10). Di fatto, «le intenzioni non hanno più importanza. Sarà un incidente a precipitare il mondo all’inferno. Un errore umano, un falso allarme nucleare. Ci sono stati più volte nella guerra fredda. Si è ripetuto oggi in Hawaii e Giappone. Il mondo ha i nervi a fior di pelle. Non c’è più differenza tra allarme vero e falso» (J.-. Dupuy, Le président n’a rien compris à la dissuasion, in «Le Monde», 27 gennaio 2018, p. 23).

In Svezia tornano la leva militare e il manuale di sopravvivenza nucleare. Negli stati democratici illiberali europei «il partito che vince le elezioni s’impadronisce dello stato. Alta burocrazia, giustizia, corte costituzionale, polizia, radiotelevisione pubblica, tutto tocca a chi vince». «Intimiditi i corpi intermedi, stracciati gli equilibri di poteri e contro-poteri, controllati i magistrati: il DNA dello stato di diritto liberale è il bersaglio nel regno del Fidesz di Orbán a Budapest e del PiS di Jarosław Kaczyński a Varsavia. Si è “vicini più alla Russia di Putin o Turchia di Erdogan che all’UE”» (A. Frachon, L’importance de Trump, in «Le Monde», 19 gennaio 2018, p. 22).

«Esplosione delle ineguaglianze, disagi sociali, denazionalizzazione: su questo terreno sono sorte le “democrazie egemoniche” reali. È l’ora di certi paesi europei?» (A. Rouquié, Le siècle de Perón. Essai sur les démocraties hégémoniques, Paris, Seuil, 2016, p. 397). L’Austria della doppia cittadinanza in Alto Adige-Südtirol? Arno Kompatscher, dirigente della Südtiroler Volkspartei, «che da sempre propugna la doppia cittadinanza dei cittadini dell’Alto Adige, si è ben guardato dall’incoraggiare l’iniziativa austriaca. “Se si attua, il doppio passaporto è per tutti. Non ci sono due tipi di cittadini, i ‘veri’ a doppia nazionalità, e gli altri”. È il prezzo della pace civile». «Nel cuore del quartiere “italiano” di Bolzano, Günther Rautz, direttore – austriaco – dell’Istituto sui diritti delle minoranze, dice: “Vivere qui è definirsi senza sosta. A Bolzano, un italofono può sentirsi cittadino italiano, minoritario in provincia e maggioritario in città”. «Più trivialmente si può dire, con un consigliere provinciale che chiede, ridendo, l’anonimato: “Certo apparteniamo al mondo germanico. Ma qui siamo anche in Italia. Si mangia meglio e il caffè è migliore!”» (J. Gautheret, Les vertiges du Haut-Adige, in «Le Monde», 19 gennaio 2018, p. 13). Nel gennaio 1980 Michel Foucault diceva a Christian Delacampagne: «Lo spirito non è cera molle. È sostanza reattiva. E il desiderio di sapere di più, e meglio e oltre, cresce a misura che si vuol fare il lavaggio del cervello» (C. Delacampagne, Michel Foucault, en 1980: «L’esprit est une substance réactive», in «Le Monde», 25 gennaio 2015, p. 21).







 
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