drammaturgia.it
Home | Cinema | Teatro | Opera e concerti | Danza | Arte | Racconti e... | Televisione | Libri | Riviste
Punto sul vivo | Segnal@zioni | Saggi | Profili-interviste | Link | Contatti
cerca in vai

L’ipocondriaco di Molière o la paura di guarire

di Gianni Poli
  Il malato immaginario
Data di pubblicazione su web 31/01/2018  

Lo spettacolo rende omaggio a Franco Parenti, che interpretò il protagonista della comédie-ballet di Molière messa in scena da Andrée Ruth Shammah nel 1980. Questo nuovo allestimento, ancora diretto da Shammah, conferma le scelte felici del passato affidando a Gioele Dix, allora giovane attore, la parte del celebre ipocondriaco, succube delle sue ansie e in balia d’una professione che l’autore contesta e satireggia aspramente.


Al culmine della maturità, Molière costruisce l’ultima commedia con i mezzi più tipici e prevedibili della sua arte, per effetti sicuri sul gusto d’un pubblico già conquistato. Autonomo dal re, si trova in concorrenza con Quinault e Lully nel produrre una novità di stagione. Esce in anticipo sulla coppia rivale rappresentando, nel febbraio 1673, il suo Malade imaginaire, adeguatamente farcito di  intermezzi e di balletti musicati da Charpentier. Oggi, decaduto il contorno diversivo dell’opera, si rappresentano soltanto i “tre atti in prosa”, preoccupandosi di dare un senso, quanto più possibile attuale, alla trama farsesca della pièce.


La messa in scena di Shammah è abile appunto nell’ottenere dalla farsa una schietta ilarità, suffragata da meritati applausi anche a scena aperta. Tuttavia, resta l’impressione d’un percorso per vie collaudate e prevedibili, consueto nelle versioni più moderne dei classici: quasi le intrinseche qualità linguistiche e ideologiche dei testi non fossero in grado di attestare il loro valore oltre i mutamenti storici. Nella rappresentazione mi pare un po’ si perda, in cerca della contemporaneità, la misura della distanza dalla concezione  dell’opera. Trovo invece apprezzabile l’affettuosa inclinazione al femminile impressa dalla regista all’emblematico malato, che dall’autocompatimento è assolto e curato maternamente con la tutela sia pur rude di Tonina, in un confronto epico nel quale la comicità prevale sul dramma.    



Un momento dello spettacolo
© Fabio Artese
                           

Anche nella traduzione di Garboli il linguaggio è molto attuale. Nello spettacolo i costumi, le attitudini e le voci aggiornano l’ambientazione della commedia, trasferita in un Novecento probabile, ma vago, con vistosi anacronismi, quali la poltroncina rossa rotante, in stile Ikea, o la sigaretta che Beraldo fuma dissertando sui devianti interessi della scienza medica. Sulla scena sgombra, dalle pareti disadorne in due toni di grigio – praticabile dagli attori anche grazie a uno spazio retrostante ricavato con un trasparente – appare Argante intento a fare i conti delle spese esorbitanti delle cure e a ridurre i compensi richiesti da medici e farmacisti. Infagottato, con la cuffia contro gli spifferi e i calzettoni rimboccati, ripassa le fatture accanto al suo comodino ingombro.


Gioele Dix inizia il suo bilancio con una recitazione chiara e sciolta, non ostentata: un lungo campionario articolato in cliniche citazioni ed esclamazioni estemporanee. Nella condizione di padrone di casa è in continua sfida con l’irriducibile Tonina, serva-infermiera che oltre a soddisfare le sue richieste maniacali, lo sprona a liberarsi dalle sue paure. Anna Della Rosa è interprete scaltra e volitiva d’un personaggio (sostenuto da Lucilla Morlacchi nella prima edizione) sincretico di saggezza, tatto e diplomazia. La vediamo equilibrare ubbidienza e convenienza nel governo dei rapporti familiari. In tenuta monacale, agile nell’accudire e sfaccendare, pragmatica nelle decisioni e fantasiosa fino allo stratagemma del travestimento. Amica della padroncina Angelica e sua complice nel favorirne la tresca con l’innamorato Cleante; vigile sulle pretese della signora Belina, seconda moglie di Argante.


Le scene ritmate a misura giusta, ora comica ora drammatica, rivelano i caratteri salienti dei personaggi. È il caso del primo contrasto fra padrone e serva che volge in alterco e in duello, con inseguimento sulla sedia a rotelle, minacce insulti e bastonate. Vince Tonina, nel dimostrare la velleità del padre minaccioso di castighi per la figlia che rifiuta lo sposo imposto. Ancora Tonina è protagonista, travestita da medico, nel terzo atto, quando imbonisce il malato e lo lascia confuso e illuso. Altro momento di umorismo efficace si ha con la richiesta della mano di Angelica da parte del neolaureato Tommaso Purgone. È la brutta figura dell’imbranato pretendente (Francesco Brandi) che – in presenza del padre professore –fa la dichiarazione con un discorso di formule accademiche e banalità sentimentali. Ben riuscita anche la recita improvvisata da Cleante (un Francesco Sferrazza Papa forse troppo umile e rassegnato) e da Angelica (una Valentina Bartolo di sicura vocazione), così chiaramente allusiva al loro amore vero, nei ruoli fiabeschi di Fillide e di Tirsi. Momento in cui si dà forse per scontata l’abnorme insensibilità del padre nella sua canonica stupidaggine.



Un momento dello spettacolo
© Fabio Artese

Fra i ricorrenti duelli verbali (comprendenti sapidi “a parte”), da notare Pietro Micci (Beraldo), di fronte al fratello nell’arringa, razionale ed elegante, contro gli abusi dei sedicenti guaritori. Nonché la finta morte di Argante, che svela sia l’impostura della moglie (una Linda Gennari maliarda e capricciosa) rallegrata alla vista del cadavere, sia la sincerità filiale di Angelica.


Il finale, che giunge brusco e imprevisto, è scelto con forte senso di suspense, provocando l’interruzione della storia alla proposta dell’ulteriore scherzo carnevalesco del conferimento ad Argante d’una laurea in medicina honoris causa. Resta dunque sospesa, dal buio e dal sipario, l’ipotesi che il perenne tormentato possa mutare in extremis e vincere la sua patologia soprattutto mentale.


Un successo indubbio di pubblico, anche se non emergono i registri più profondi e oscuri di un’opera da ritenersi testamentaria nella sua magistrale ambiguità tragicomica.




Il malato immaginario
cast cast & credits
 



Una foto dello spettacolo andato in scena al Teatro della Corte di Genova lo scorso 9 gennaio
© Fabio Artese


























































Una foto dello spettacolo andato in scena al Teatro della Corte di Genova lo scorso 9 gennaio
© Fabio Artese


 
Firenze University Press
+39 0552743051 - fax +39 0552743058
Borgo Albizi, 28 - 50122 Firenze

web:  http://www.fupress.com
email:info@fupress.com
© Firenze University Press 2013