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Viaggi, pericoli e sogni in un’Odissea contemporanea

di Eloisa Pierucci
  Odissea
Data di pubblicazione su web 15/12/2017  

Fin dal titolo dell’ultimo lavoro della compagnia di Sollicciano appare chiaro l’intento di identificare la mitica epopea dell’eroe omerico con quella, contemporanea, del migrante. Più precisamente, il viaggio che in questa versione dell’Odissea si vuole rappresentare è quello che dalle sponde dell’Africa settentrionale conduce fino alle coste italiane. Come si legge nel programma di sala, «il 70% della popolazione detenuta a Sollicciano è costituita da persone di origine nord-africana». Da qui l’idea di «mettere in scena uno spettacolo che raccontasse il viaggio e il dramma di chi oggi attraversa il Mediterraneo».

Il materiale drammaturgico di cui la regista Elisa Taddei si serve è, come sua consuetudine, vario e composito. Alcuni dei più celebri passi dell’Odissea – opportunamente rielaborati – costituiscono l’ossatura della rappresentazione: all’interno di questa struttura si alternano brani di letteratura contemporanea, canzoni, performances di rap e breakdance, coreografie e, quel che è più interessante, il racconto delle storie personali dei detenuti-attori (una formula, quest’ultima, già efficacemente sperimentata nel precedente Dal carcere). L’effetto complessivo è quello di un coinvolgente cabaret: le peripezie di Ulisse «immigrato clandestino» vengono narrate per quadri brevi e autonomi, ognuno dei quali segna una diversa tappa del viaggio. Ne è protagonista un Odisseo contemporaneo diviso fra la necessità di allontanarsi da casa e il desiderio di farvi ritorno.

L’inizio dello spettacolo segna chiaramente la dicotomia vissuta dall’eroe-migrante: la fine della guerra di Troia innesca simbolicamente la fuga da più attuali conflitti, resa con l’irruzione dal fondo della platea di un gruppo di uomini armati. L’effetto di inquietudine e disorientamento prodotto sul pubblico si stempera nella divertente scena del consesso degli dei, risolta con uno Zeus-showman affiancato da due danzanti drag queen, abbigliate con i colori della bandiera italiana. E proprio un gigantesco tricolore domina la scena, a simboleggiare la prima meta del viaggio di Ulisse. Il migrante è fuggito da situazioni di conflitto e violenza e ha finalmente raggiunto un luogo relativamente sicuro, ma adesso vuole tornare a casa. Sulla sinistra del palcoscenico, leggermente in disparte, una Penelope in abiti tradizionali africani cuce in tacita attesa.



Un momento dello spettacolo 
© Enrico Gallina

La bandiera lascia il posto a uno sfondo completamente nero su cui si staglieranno, con effetto quasi cinematografico, le diverse fasi del viaggio verso le coste italiane e di un soggiorno tutt’altro che agevole. Proprio come il re di Itaca di fronte ai Feaci, il protagonista di questa moderna Odissea racconta in prima persona al pubblico la sua tormentosa traversata del Mediterraneo: «Mi chiamo Hassan e sono Ulisse». Il monologo si trasforma presto in teatro in azione: il naufragio e il salvataggio di un gruppo di migranti si materializzano così sul palcoscenico con efficace realismo.

Questo coinvolgente incipit corrisponde, per sommi capi, alla struttura del libro I e del libro VIII del poema omerico, dove si dipana il “racconto nel racconto”. Opportunamente tagliata la Telemachia, cui fa cenno la simbolica e costante presenza di Penelope sullo sfondo. Si assiste quindi a un susseguirsi di quadri che, se da un lato evocano alcuni degli episodi salienti dell’Odissea, dall’altro fanno metaforicamente riferimento agli ostacoli – sociali, politici, culturali – che il migrante dovrà affrontare una volta giunto in Italia.

Così il terribile Ciclope figlio di Poseidone diventa il simbolo del potere mediatico delle immagini: su un telo trasparente, che lascia visibile dietro di sé il gruppo di “immigrati clandestini” costretti a una visione forzata, vengono proiettate brevi clips di programmi televisivi, in un inquietante carosello ironicamente battezzato «Polifemo TV». Durante il successivo monologo sui pericoli e le illusioni del web, un grande occhio proiettato sul telo domina la scena. Probabile omaggio, quest’ultimo, all’occhio del Big Brother di Orwell di cui si evoca la pungente riflessione sull’essere guardati a vista, centrale nella televisione e nei nuovi media.

Significativo l’intervento di Eolo che nel suo monologo, scandito dall’emblematico refrain perbenista «Io non sono razzista, ma…», condensa i capisaldi di un’accoglienza “a metà”, resa inefficace da pregiudizi e luoghi comuni. Al posto dell’otre contenente i venti avversi alla navigazione, il dio consegna a Ulisse una valigetta, simbolo dello status di cittadino o, forse, dei più elementari diritti umani. Come gli incauti compagni dell’eroe, anche i migranti aprono l’oggetto proibito: nel potente quadro successivo li vediamo cadere a uno a uno mentre marciano dietro a uno striscione volutamente bianco e privo di slogan. Qualsiasi tipo di rivendicazione sociale – dall’esigenza di strutture adeguate ad accogliere i rifugiati fino alla richiesta di dignitose condizioni di vita nel Paese di arrivo – è destinata a restare inascoltata.



Un momento dello spettacolo 
© Enrico Gallina

La maga Circe è la regina di una discoteca dove uomini trasformati in bestie si scatenano in danze selvagge e dove le sostanze stupefacenti sono un inebriante quanto fugace e vano antidoto alla nostalgia. Tiresia appare in un regno dei morti più concreto che mai – il mar Mediterraneo, le cui vittime vengono enumerate durante un toccante corteo funebre – e predice a Ulisse un futuro di triste reificazione: l’immigrato “busta-paga”, accettato solo in quanto utile manodopera. Le Sirene sono due imbonitori biancovestiti che promettono facili guadagni e una ancor più facile e indolore “integrazione”.

Ulisse «immigrato clandestino», a differenza dell’eroe omerico, non tornerà a casa: più realisticamente, sarà la consorte a raggiungerlo. Penelope, che a metà spettacolo aveva dato sfogo ai diversi stati d’animo dell’attesa (a lei è affidato un significativo monologo tratto dalle Beatrici di Stefano Benni), giunge dal fondo della platea trascinando una pesante valigia rossa. Il bagaglio al centro del palcoscenico ormai vuoto è l’immagine su cui si abbassano le luci: un finale aperto su un futuro quanto mai incerto, che lascia intravedere ancora nuovi viaggi. Come l’Ulisse di Dante, anche l’eroe-migrante è destinato a non trovare pace.

L’Odissea della compagnia di Sollicciano è uno spettacolo corale. Le capacità di ogni attore e di ogni performer vengono efficacemente valorizzate, come già in altri lavori del gruppo coordinato dall’associazione Murmuris. Vengono inoltre sfruttate le diverse competenze linguistiche: se ai componenti italiani del cast sono generalmente affidati i ruoli delle divinità e delle altre figure in cui il protagonista si imbatte – ruoli spesso caratterizzati da lunghi monologhi –, la parte di Ulisse è assegnata al gruppo di attori nordafricani. Il personaggio, cui gli interpreti danno vita a volte individualmente, a volte collettivamente, talvolta si esprime in arabo, accentuando così la sua condizione di straniero e di “diverso”. Ciò induce negli spettatori un senso di straniamento e al tempo stesso di identificazione, perché li costringe a sperimentare le difficoltà linguistiche fatalmente incontrate dai migranti.

Proprio la scelta di stringere il campo sui libri centrali dell’Odissea valorizza l’idea di comunicazione: la voce narrante è quella di Ulisse, che trova nel popolo dei Feaci un’umanità finalmente pronta all’ascolto. «La storia di Odisseo», si legge nel programma di sala, «contiene in sé parole di guerra, di viaggio, di ritorno sperato, di accoglienza, di straniere genti ascoltate e ospitate». Il richiamo ai più attuali e profondi contenuti del grande classico è oggi particolarmente urgente: lo spettacolo portato in scena dalla compagnia di Sollicciano se ne fa veicolo senza retorica (le si può imputare, al più, un eccesso di didascalismo in alcuni punti), ma con la sferzante ironia e la coinvolgente verve comunicativa che la contraddistingue.



Odissea, ovvero storia di Ulisse, immigrato clandestino
cast cast & credits
 



Un momento dello spettacolo in carcere visto a Sollicciano (Firenze) lo scorso 5 dicembre 

 
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