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Leaders

di Giuseppe Gario
  Leaders
Data di pubblicazione su web 27/11/2017  

Leaders sono gli articoli di fondo di The Economist. Questi tre sono del 4-10 novembre 2017:

«Un modello di business progettato per monopolizzare l’attenzione si modifica per legge o mediante regolazione. Dei social media si abusa. Ma, se vuole, la società può metterli a frutto e ravvivare il sogno d’origine dell’illuminismo. Per la democrazia liberale la sfida non potrebbe essere più forte» (Do social media threaten democracy? Facebook, Google and Twitter were supposed to improve politics. Something has gone very wrong, p. 11).

«Persino in America sono messi a rischio la divisione dei poteri, il principio che nessuno è sopra la legge e la correttezza delle future elezioni. Il loro abbandono sarà celebrato dai guerrieri informatici a servizio del Cremlino per far credere al mondo che le istituzioni democratiche americane non sono diverse da quelle russe» (Filtering out the noise. When thinking about the special prosecutor’s investigation, start by recalling his job description, p. 12).

«Si dirà che parlare di concessioni è premiare comportamenti sbagliati. Di fatto darebbe voce ai catalani che vogliono stare in Spagna. Così hanno fatto la Britannia con la Scozia e il Canada con il Quebec. Se Rajoy riesce a convincere i decisivi elettori di mezzo – forse un terzo che vuole riforme e non secessione – liquiderà facilmente i separatisti nelle urne. Altrimenti potrebbero persino vincere ancora. La crisi potrebbe addirittura peggiorare» (After a month of madness. Catalans have accepted direct rule from Madrid for now. Time for Spain to work towards a new deal, p. 14).

The Economist sa che economia (gestione della casa) e politica (governo della città) si tengono. Ma la regina d’Inghilterra, tredici ministri/consiglieri/finanziatori di Trump e un amico/consigliere del premier canadese Trudeau, fra gli altri, hanno in più un paradiso fiscale con «multinazionali come Nike e Apple, ricconi francesi, oligarchi russi, uomini d’affari africani e divi sportivi» (Les 350 milliards cachés de l’évasion fiscale, in «Le Monde», 7 novembre 2017, pp. 1-2). Clienti di Appleby, prestigioso studio legale anglosassone che si dichiara «convinto che le accuse del consorzio internazionale di giornalisti investigativi sono infondate e si basano sulla cattiva comprensione delle legittime strutture legali utilizzate» (Le cabinet Appleby: “Nous ne tolérons aucun comportement illégal, ivi, p. 3). Se le leggi le fanno loro, è certo così. Il consorzio richiama la rete che nell’Europa occupata dai nazisti fornì al giurista Raphael Lemkin, fuggito da Leopoli perché ebreo, le prove legali (leggi, decreti, regolamenti) dei genocidi, così li battezzò, nazisti in Europa.

In una strategia transnazionale gli stati nazionali sono impotenti, o complici, come fu ed è. Anche Hans-Paul Bürchner, presidente di Boston Consulting Group, consulente delle maggiori imprese nel mondo, è preoccupato. «“Le imprese hanno un dovere sociale. Se spingono troppo l’ottimizzazione fiscale, pur senza violare la legge rischiano di minare il sistema che le regge. Una vasta maggioranza di dirigenti sente una viva responsabilità sociale e ci pensa”. Il presidente degli industriali francesi Pierre Gattaz è molto meno ottimista. Sta ai governi battersi contro i paradisi fiscali» (A. Kahn, Un “bon patron” peut-il encore ętre irresponsable?, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 18 novembre 2017, p. 6). E David Dubois (Institut européen d’administration des affaires) «constata che i ricchi imbrogliano soprattutto per sé e i poveri a favore di altri». «E se si può fare appello al senso civico dei poveri per dissuaderli dall’imbrogliare, la minaccia sembra il mezzo migliore per indurre i ricchi a rispettare le regole. L’opposto di ciò che fa il governo» (T. Gajdos, Peut-on faire confiance aux riches?, in «Le Monde» “Éco&Entreprise”, 17 novembre 2017, p. 7). Appunto.

È così che nell’UE il 19,6% dei profitti sfugge alle imposte (USA 16,6%, UK 19,8%, Italia 21,4%, Germania 32,3%); lo 0,01% degli americani possiede il 7,8% dei patrimoni familiari (Russia 12,5%, Germania 5,7%, UK 4,4%) (G. Zucman, 40% des profits des multinationales sont délocalisés dans les paradis fiscaux, in «Le Monde», 8 novembre 2017, pp. 12-13). Per il professore di Economia a Berkeley le maggiori vittime sono «anzitutto i grandi paesi d’Europa e gli Stati Uniti, dov’è la maggior parte dei salariati e clienti delle multinazionali» e dei profitti sottratti alle tasse: «dati gli importi colossali delocalizzati nei paradisi fiscali, basta un’imposizione molto leggera per raccogliere somme enormi» (ivi, p. 12), classico piatto di lenticchie. «I paradisi fiscali sono uno dei principali motori di aumento delle ineguaglianze mondiali». «I beneficiari? Principalmente gli azionisti delle multinazionali», «piccola parte della popolazione» la cui «evasione va compensata tassando di più i ceti medi, quando non riducendo le spese pubbliche. I minori gettiti fiscali sono pari a metà spesa pubblica UE in istruzione superiore». «I paradisi fiscali aumentano l’ineguaglianza ancor più direttamente permettendo a un certo numero di ultraricchi di celare i patrimoni». «Per voltare pagina dobbiamo soprattutto creare un catasto finanziario mondiale», «identificando i titolari degli attivi immobiliari e finanziari» (p. 13).

«I guadagni di produttività di informatica e robotica, senza correlati aumenti dei salari, sono andati ai proprietari delle tecnologie. I lavori non automatizzati hanno competenze risibili o, molti meno dei primi, alte. La questione cruciale della nostra epoca è: come gestire le esternalità negative di rapidi sviluppi tecnologici? E come costruire il nuovo contratto sociale digitale?». «Per ridurre l’ineguaglianza economica vanno riformate educazione e fisco, spostando il peso fiscale dal lavoro al capitale». «Il recente aumento della politica populista non si spiega senza valutare le conseguenze di queste patologie economiche sul ceto medio lavoratore in USA e Europa» (M. Muńiz, Le triangle emplois-productivité-revenu ne fonctionne plus en Occident, in «Le Monde» “Éco&Entreprise”, 9 novembre 2017, p. 6). Appartenenti al ceto medio lavoratore che in USA votano Trump perché, secondo un elettore democratico insegnante di spagnolo, «con Trump per la prima volta nella vita hanno avuto la sensazione di essere dei vincenti»; e secondo un elettore repubblicano insegnante di matematica, perché «è ora di gestire il governo come un’impresa» (Y. Eudes, Kentucky. L’effet Trump, in «Le Monde», 8 novembre 2017, p. 21).

Lui non se n’è accorto, ma lo è dai tempi di Reagan («il debito pubblico USA ormai è grande e può badare a sé stesso»), Clinton (bolla della new economy) e Bush Jr (guerra in Iraq e bolla immobiliare). Dopo l’amministrazione fiduciaria di Obama, Trump fa spezzatino dell’acquisita USA Conglomerate e una bolla di Wall Street. Lo sa bene il cinese «Global Times» che «ha salutato un presidente americano “pragmatico nella sua politica cinese”, che “non ha interesse alla diplomazia ideologica” e “non ricorre alla questione dei diritti dell’uomo per infastidire la Cina”» (G. Paris-B. Pedroletti, Xi Jimping réserve à Donald Trump un accueil impèrial, in «Le Monde», 10 novembre 2017, p. 12).

In Europa ci siamo già passati. «In breve, la “rivoluzione industriale” non consiste nella innovazione tecnica, ma nel cambiamento dei rapporti sociali. I luddisti distruggevano i telai della tessitura non perché temevano di perdere il lavoro, ma per protestare contro l’accaparramento del valore da parte di finanziatori sempre più avidi» (A. Reverchon, La “révolution industrielle”. Histoire d’un récit trop bien huilé, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 27 ottobre 2017, p. 7). Tornata al modello bassi salari-disoccupazione-alta produttività-sgravi alle imprese, l’era digitale allontana i ceti medi da democrazia e libertà e anche il web si è concentrato, «via via che questo territorio virtuale diveniva più vasto, più popolato, più commerciale, più pericoloso e più influente che mai». «André Stalz (programmatore di software libero) ci ricorda che, se oggi il web sembra meno vario, è semplicemente perché è sempre più concentrato: “Si direbbe che nulla è mutato, ma Google e Facebook influenzano direttamente il 70% del traffico in linea. I cellulari sono usati soprattutto per accedere a Google e Facebook”» (L. Vinogradoff, Web: la fin du ręve, in «Le Monde», “Idées”, 11-13 novembre 2017, p. 4).

Insomma, il governo come impresa è un autogol: moltiplica i paradisi fiscali e fa traffico di diritti, armi, salute, carbone, zanne d’elefante, ambiente… È tempo di affrontare le imprese transnazionali sul loro stesso piano, con governi sovranazionali. A cominciare dall’Europa.

«D’un tratto, l’Europa interessa i nostri amici della Costa Ovest USA». «L’offensiva di seduzione di tutti i grandi attori digitali americani, da Apple a Netflix via Facebook, ha evidenti scopi di basso commercio. Il mercato americano è quasi saturo e la Cina è più chiusa che mai, mentre l’Europa, tradizionale ragazza facile, esce dal marasma col ritorno alla crescita confermato ogni mese. Ma il Vecchio Continente si ribella». «Non ha saputo creare veri rivali a GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) e vede che la politica cinese protezionista ha pagato di più facendo emergere veri campioni come Alibaba o Tencent. Perciò è sempre più caricato contro questi monopoli di nuovo tipo che, in più, credono furbo moltiplicare i cavilli giuridici per non pagare in pratica imposte». «Condannando Apple e Amazon per avere negoziato direttamente con gli stati la defiscalizzazione delle loro attività, la Commissione ha trovato un angolo d’attacco imparabile. Ci vuol altro per moderare queste nuove superpotenze, ma il messaggio di fermezza inviato sembra dare già i suoi frutti» (P. Escande, L’Europe, fiancée rétive des GAFA, in «Le Monde» “Éco&Entreprise”, 6 ottobre 2017, p. 1).

L’UE e non i governi nazionali, va sottolineato, perché GAFA più Microsoft valgono in borsa tremilatrecentocinquanta miliardi di dollari, e la Germania tutta ne produce tremilaquattrocento. «Per chi non se ne fosse accorto, il mondo è cambiato» (R. Barlaam, Se i cinque giganti dell’hi-tech valgono il Pil della Germania, in «Il Sole 24 Ore», 12 novembre 2017, p. 4). Da decenni.

«Lungi dal consolidare l’esclusività territoriale degli stati come “contenitori di potere”, questa crescita esplosiva delle grandi imprese transnazionali è divenuta il più importante fattore di indebolimento di quella esclusività. Intorno al 1970, quando ebbe inizio la crisi dell’egemonia americana incarnata nell’ordine mondiale della guerra fredda, le grandi imprese transnazionali si erano sviluppate in un sistema di produzione, di scambio e di accumulazione su scala mondiale non sottoposto ad alcuna autorità statale e che disponeva del potere di sottoporre alle proprie “leggi” tutti i membri del sistema interstatale, inclusi gli Stati Uniti. L’emergere di questo sistema di libera impresa – libero, cioè, dai vincoli imposti ai processi di accumulazione del capitale su scala mondiale dall’esclusività territoriale degli stati – è stato l’esito che più di ogni altro ha caratterizzato l’egemonia statunitense. Esso segna un nuovo, decisivo punto di svolta nel processo di espansione e superamento del Sistema di Vestfalia, e potrebbe senz’altro aver avviato l’esaurimento del ruolo del moderno sistema interstatale come sede principale del potere mondiale» (G. Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo [1994], Milano, il Saggiatore 20142, p. 84).

«The Economist» traccia il profilo di questa transizione nel leader Endangered al paragrafo Ideas matter (11-17 novembre 2017, p. 11). «L’America è stata a lungo la più grande forza per il bene nel mondo sostenendo l’ordine liberale e mostrando la democrazia al lavoro. Tutto ciò è messo in pericolo da un presidente che crede che le nazioni forti badino solo a sé stesse. Con “America First” indebolisce l’America e rende il mondo peggiore». E responsabilizza noi europei resi edotti che ideas matter dalla terza guerra mondiale fredda, «che non scoppiò, ma fu sul punto di scoppiare nel ’56, nel ’62 e nel ‘68», va da sé in Europa (P.E. Taviani, Politica a memoria d’uomo, Bologna, il Mulino, 2002, p. 136).

Peraltro, si sa: quos Deus perdere vult, dementat prius. Non si studia più latino, ma c’è Internet.

Memo. Nell’era della competizione globale ho sentito dire che in latino competĕre è cercare insieme un risultato. Nel volgare di tutte le lingue nazionali invece è cercare di restare padroni del campo. Per governare l’era digitale ci vuole un po’ di latino, quello dell’UE, in tutta la sua umana fragilità.







 
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