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Tutti néoi

di Giuseppe Gario
  Tutti néoi
Data di pubblicazione su web 03/11/2017  

«Per assumere il loro posto nel mondo, i néoi devono acquisire una conoscenza di base di come esso è venuto a formarsi. Quando le lotte, gli insuccessi e i progressi della storia – il passato conflittuale e stratificato – cominciano a informare la comprensione che gli studenti hanno del presente, il rapporto che essi hanno col tempo – col loro essere nel tempo – subisce un processo di maturazione. Più il presente si rivela come prodotto del passato, più esso appare come un preludio al futuro» (R. Pogue Harrison, L’era della giovinezza [2014], Roma, Donzelli, 2016, p. 131). In questa crisi globale siamo tutti néoi e per essere nel tempo dobbiamo ricordare che la guerra in Europa è continuata fredda dopo due infernali conflitti mondiali che «appartengono entrambi a una lunga “guerra dei Trent’Anni” 1914-1945 (sempre che non si tratti in realtà di una “Guerra dei Cent’Anni” ancora in corso, come parrebbe guardando al Vicino Oriente)» (F. Cardini, Giustiziato perché fumava un sigaro, in «Il Sole 24 Ore», 22 ottobre 2017, p. 17).

La crisi dello stato, invenzione europea, precorre quella globale e il «pericolo è rappresentato dalla ignoranza della portata epocale dello scivolamento dell’asse del potere globale, che ora coinvolge una nuova platea di attori non statuali e si incardina su quadranti geografici diversi da quelli che hanno spalancato le porte alla finanziarizzazione sregolata» (M. Campus, La moneta torni al centro, in «Il Sole 24 Ore», 22 ottobre 2017, p. 18). In pericolo è la democrazia, invenzione europea più antica dello stato, in sé non democratico. «“I cittadini che nominano dei rappresentanti rinunciano e devono rinunciare a fare essi stessi la legge; non hanno volontà particolari da imporre. Se dettassero delle volontà, la Francia non sarebbe più questo Stato rappresentativo; sarebbe uno Stato democratico. Il popolo, lo ripeto, in un paese che non è una democrazia (e la Francia non saprebbe esserlo), il popolo non può parlare, non può agire che tramite i suoi rappresentanti”». Così parlò all’assemblea nazionale il 7 settembre 1789 l’abate Sieyès (D. Rousseau, Radicaliser la démocratie. Propositions pour une refondation, Paris, Seuil, 2015, p. 24). «In regime rappresentativo, la democrazia è sempre carente. Viene sempre il momento in cui coloro nel nome dei quali “si” parla, “si” pensa e “si” decide si ribellano apertamente contro i portavoce istituiti. Non “si” governa impunemente “in nome di”» (ivi, p. 27).

È cronaca e Rousseau propone «la creazione di uno spazio pubblico in cui i corpi e le idee di ognuno, potendo circolare liberamente, si confrontano necessariamente con i corpi e le idee degli altri» (ivi, p. 77) anche tramite una corte che accoglie le istanze dei cittadini per un eventuale mandato ai rappresentanti di dare a esse risposte concrete: democrazia continua. Agendo in continuità sui problemi tra un’elezione e l’altra, è la sola alternativa alle crisi sempre più gravi di governi rappresentativi nazionali che fanno legge della loro volontà per imporla con violenza politica, giudiziaria e armata, anacronistica come gli stati nazionali che la praticano. La democrazia continua avanza a fatica solo in UE, strattonata indietro e avanti: «nonostante le sue rivendicazioni, il Consiglio europeo fa però fatica a prendere decisioni, dipendendo dai cicli elettorali dei singoli Stati membri, in particolare dei più grandi»; «allo stesso tempo, i singoli governi nazionali, sulla base delle elezioni domestiche, trasferiscono regolarmente a Bruxelles le loro aspettative governative» (S. Fabbrini, Ue prigioniera della paralisi decisionale, in «Il Sole 24 Ore», 22 ottobre 2017, pp. 1 e 16).

Capo del fondo avvoltoio Blackstone e ascoltato consigliere di Trump, Stephen Schwarzman dice che «la crescita è molto stabile e i mercati hanno progredito più che in proporzione perché è molto minore la paura che qualcosa vada male, ciò che credo probabilmente corretto. A eccezione del rischio geopolitico» (A. Leparmentier, Schwarzman, le financier qui susurre à l’oreille de Trump, in «Le Monde», “Éco &Entreprise”, 24 ottobre 2017, p. 2). Eccezione fondamentale, perché dal rischio geopolitico dipende tutto. Dare un governo all’UE è certo di gran lunga la via più semplice e a portata di mano per ridurlo, nell’attuale caotico multipolarismo sorto dal crollo del binomio URSS-USA.

A guidarci è Christoph Möllers: «Anzitutto, c’era la volontà politica tra gli stati membri di armonizzare determinate aree delle loro politiche e rompere la stretta degli stati-nazione». «Fin dall’inizio principio centrale e sostanziale del sistema legale europeo fu di bandire ogni discriminazione fra stati membri». «La dottrina di non discriminazione ci conduce al cuore della legittimità dell’integrazione europea». «Bandire la discriminazione aveva l’obiettivo di stabilire un mercato comune europeo, ma questo fine inevitabilmente andava oltre, perché ogni azione politica ha in sé una componente economica». «Col tempo nei Trattati Europei e nella giurisprudenza della Corte Europea di Giustizia la nozione di discriminazione ha così superato il dato economico, a conferma che i livelli sovranazionali favoriscono la regolazione in generale contro la discriminazione. Ma espandere la nozione di discriminazione crea una domanda di legittimità oltre la partecipazione politica degli Stati UE». «Possiamo distinguere tre tipi di legittimità UE, attribuibili con precisione a una diversa istituzione: l’intergovernalità trae dalle democrazie nazionali la legittimità della politica europea, col Consiglio Europeo. Si può poi definire federale la legittimità democratica propria della UE, col Parlamento Europeo. I concetti di intergovernalità e federalismo modificano la classica teoria democratica, ma hanno la stessa fondazione egualitaria. Un’altra forma ancora di legittimità può essere definita sovranazionale. Questa specificità europea può sostituire o integrare le altre tipologie. Essa descrive in particolare le specifiche forme di legiferazione europea, specie con la Commissione Europea e la Corte Europea di Giustizia». «Con la nozione di autonomia dei poteri la Corte Europea di Giustizia nella giurisprudenza ha voluto assicurare che le diverse istituzioni possano lavorare in autonomia pur relazionandosi tra loro. Insieme a quest’idea d’un certo grado di divisione istituzionale, nelle sentenze della Corte Europea di Giustizia è centrale la nozione di bilancia dei poteri. La corte ha persino sviluppato la sua propria dottrina di separazione dei poteri: il principio di “bilancia istituzionale”». «Con quest’idea la Corte di Giustizia ha sviluppato una nozione che riduce l’autorità degli stati nel Consiglio per rafforzare gli organi politici UE» (The Three Branches: A Comparative Model of Separation of Powers, Oxford, Oxford University Press, 2013, pp. 167-171).

«I poteri federali, persino se ben definiti in una costituzione scritta, sono situati al crocevia tra azione legislativa e controllo giudiziario». «Ogni volta che la Corte di Giustizia Europea afferma il bisogno di proteggere le libertà fondamentali, il legislatore europeo è chiamato a intervenire. Determinando l’ampiezza di un diritto soggettivo transnazionale, come la libertà di commercio nell’UE, la Corte definisce i poteri del legislatore europeo rispetto agli stati membri. La capacità di aprire azioni legali per la libertà economica direttamente presso la Corte Europea di Giustizia estende l’influenza del legislatore europeo» (ivi, p. 174). È la democrazia continua proposta da Rousseau, estesa a tutte le libertà se la capacità d’azione presso la Corte non si limita all’ambiente degli affari.

«L’organizzazione del Consiglio Europeo solleva più questioni che il Parlamento». «I suoi lavori sono ancora lungi dall’essere trasparenti». «Inoltre nelle sue funzioni legislative per lo più si riunisce a livello ministeriale. Manca un livello superiore per bilanciare gli interessi di vari dipartimenti, ad esempio l’ambiente e l’agricoltura. Ne risulta una settorializzazione del processo decisionale. Regimi diversi con interessi diversi non comunicano. Tutto ciò lascia l’intero processo legislativo più esposto ai condizionamenti lobbistici asimmetrici». «Oltre la trasparenza, è necessaria una riforma» (ivi, p. 180).

«C’è un governo UE? L’argomento è controverso» (ivi, p. 181). «Il sistema costituzionale nazionale più simile può essere la rappresentanza proporzionale svizzera di governo, il Bundesrat. Il suo modello consensuale, l’influenza solo indiretta delle elezioni generali nella formazione del governo e perciò nella direzione politica complessiva del paese, come pure il forte sistema federale dell’intero sistema politico, potrebbero in effetti servire da modello per gli avanzamenti dell’Unione Europea. Tanto più che la Svizzera è un paese con quattro lingue nazionali e una cultura religiosa pluralista» (ivi, p. 183). 

«Rimane poi la questione: come può la Commissione bilanciare gli interessi al fine di giustificare le sue iniziative legislative? Di fatto la Commissione tenta di dialogare coi potenziali interessati da una possibile regolazione; lancia e organizza il dialogo con i gruppi di interesse. Ma, poiché non è un dialogo basato sul principio di eguaglianza democratica mediata dai partiti politici, la Commissione può incentivare un ambiente corporativo-lobbistico. I dati empirici mostrano che la Commissione più dei governi nazionali è esposta a interessi particolari. Ha sviluppato una sua cultura di cooperazione e corruzione». «Ma nonostante questa valutazione negativa, la Commissione rimane il candidato più plausibile a essere un futuro governo europeo» (ivi, pp. 184-185).

«Con l’aumento numerico degli stati membri, i compiti dell’EU si sono moltiplicati» (ivi, p. 188). «Alla fin fine, il disegno dell’amministrazione europea rimane complesso. I suoi tre elementi di base sono la Commissione, le singole amministrazioni degli stati membri e l’insieme degli stati membri, che attuano le leggi europee in varie configurazioni – ora orizzontali e cooperative ora invece verticali e gerarchiche» (ivi, p. 190). «Per un sistema di legittimazione che funzioni, specie se ci si appella a un ordine costituzionale, è indispensabile una struttura procedurale coerente e aperta» (ivi, pp. 195).

Questa struttura esiste già e può essere sviluppata lungo le linee indicate da Simona Piattoni e Justus Schönlau (Shaping EU Policy From Below: EU Democracy and the Commettee of the Regions, Cheltenham-Northampton, Edward Elgar, 2015), attualissime in risposta agli scismi/ terremoti politici (Rousseau) anche europei. Riferimento istituzionale è il Committee of the Regions (CoR, Belgio), ma l’orizzonte è quello molto più ampio disegnato da James Bohman e Hannah Pitkin.

«Bohman osserva una crescente vulnerabilità delle persone alla dominazione – definita “interferenza arbitraria” – e perciò identifica il nuovo concetto di democrazia, idoneo allo scenario multilivello, nella concezione repubblicana di democrazia come non dominazione. Gli individui sono soggetti alla dominazione non solo come in passato di entità politiche note, ma anche di forme non completamente definite di autorità politica internazionale fuori da ogni comunità politica [“la nuova platea di attori non statuali” di cui scrive Campus]. La nuova concezione di democrazia, perciò, deve andare oltre il modello del diciottesimo secolo di un demos autolegislatore al contempo autore e suddito delle sue leggi, e abbracciare un modello in cui il soggetto della democrazia è potenzialmente la totalità della umanità. La libertà dalla dominazione è per Bohman il “minimo democratico” e il suo ideale è la “democrazia transnazionale”». «Di fatto, molto spesso il CoR contribuisce alla legislazione UE con pareri che difendono il diritto dei popoli subnazionali dell’Unione alla non-dominazione, vale a dire il diritto a non vedersi “imposti i termini della cooperazione” specie quando essa comporta costi asimmetrici e limitazioni». «In questo senso il contributo del CoR va asserito non solo a formare la legislazione, ma anche a deliberare nei termini del governo democratico. Una volta di più possiamo attingere a Bohman quando argomenta che “questo impegno richiede che i diritti siano attuati in una varietà di istituzioni che interagiscono. Il costituzionalismo dell’UE fornisce il miglior esempio di questo tipo di ordine riflessivo, democratico e transnazionale”» (Piattoni-Schönlau, Shaping EU Policy From Below, cit., pp. 15-16).

A sua volta «affrontando la tensione tra rappresentanza dell’interesse generale e di comunità minori, Pitkin ritiene ingenuo presumerli coincidenti e fa di nuovo appello alla costruzione interattiva della loro unità». «Pitkin conclude che “la rappresentazione politica è primariamente un accordo pubblico, istituzionalizzato, che coinvolge molte persone e gruppi e opera nei modi complessi degli accordi di larga scala. La rappresentazione nasce non dalla singola azione di ogni partecipante, ma dalla struttura complessiva e dalla complessiva funzionalità del sistema, dai modelli emergenti delle molte attività di molta gente”» (ivi, p. 23). Quelle di noi europei con le nostre istituzioni di democrazia continua. 

Postilla. Nel 1969 uscì Butch Cassidy, grande western di George Roy con Paul Newman e Robert Redford, imbattibili pistoleri che, inseguiti, fuggono in una Bolivia creduta ricca e tutta da rapinare, dove trovano invece miseria e una massa di gendarmi che li massacrano in un’allucinata sparatoria finale. Brexit e America First rifiutano le regole internazionali, considerano il mondo a disposizione e lasciano l’UE sola a far valere diritti umani e democrazia, gli argomenti di massa più potenti di ogni tempo. Nel nostro non ci sono certezze, se non di coscienza, scrive Peter Berger: «richiamare alla memoria ciò che so, e aver fede nel fatto che ciò che so è vero», in «un mare in tempesta di incertezze» che non si ritirerà per «consentirci di passare senza bagnarci», ma con «il coraggio di veleggiare su una fragile imbarcazione, con la speranza, se Dio vorrà, di raggiungere l’altra riva senza annegare» (Una gloria remota: avere fede nell’epoca del pluralismo [1992], Bologna, il Mulino, 1994, p. 199). Fu così che in Europa, con la scoperta dell’America, cinque secoli fa nacque la globalizzazione, ricordate? Ma ciò che più conta è che la nostra coscienza è proporzionale alla nostra capacità di scelta, è sinonimo di inventività e creatività (cfr. Pogue Harrison, L’era della giovinezza, cit., p. 28).







 
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