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Peccati e pene dello straniero

di Gianni Poli
  Disgraced
Data di pubblicazione su web 27/10/2017  

Preceduto dalla fama per il Premio Pulitzer ricevuto nel 2013, si rappresenta in Italia l’opera del drammaturgo statunitense d’origini pakistane Ayad Akhtar. Il testo è programmaticamente paragonato a una «moderna tragedia greca, ambientata in una Manhattan ricca, colta e liberale» (dal programma di sala). Subito verificabile è la coincidenza delle coordinate ambientali; meno saliente il carattere tragico annunciato, forse nascosto nelle pieghe più profonde delle personalità rappresentate. Il protagonista è addirittura percepito quale «moderna figura shakespeariana» (ibid.) dal traduttore e regista Jacopo Gassmann, che trasfonde nei propri collaboratori il senso d’una pervasiva fragilità, d’una angosciosa incertezza, inerente all’identità individuale e sociale di queste figure decisamente contemporanee.       

Coppia benestante, Emily e Amir vivono nel loro appartamento arredato all’ultima moda. Pittrice lei, avvocato finanziario lui. In apertura, l’uomo posa per un ritratto che la moglie sta fissando in abbozzo sul cartone. Bell’uomo d’origine iraniana, l’attore Hossein Taheri offre il volto ieratico e il busto in abito raffinato. Scalzo, senza pantaloni, mostra le estremità inferiori, nella condizione richiesta dall’artista che si ispira a Velázquez. Emily (Lisa Galantini, di dolce, figurativa femminilità occidentale) passa dall’attenzione creativa a un approccio effusivo, di tenerezza più esplicita, al quale l’uomo non corrisponde, con un gesto in seguito ripetuto.


 Un momento dello spettacolo
© Donato Aquaro

Il sopraggiungere del nipote di Amir introduce la situazione-chiave del racconto: i conflitti religiosi in USA, impastati con i rapporti sociali e di lavoro, dalle conseguenze spesso determinanti sui destini implicati. Lo scambio allarmato fra zio e nipote riguarda l’arresto dell’imam frequentato dal giovane suo seguace. L’avvocato, se pure a distanza e contro voglia, ne resta implicato, tanto che un articolo sfavorevole sul giornale sarà concausa della sua caduta in disgrazia presso l’agenzia in cui lavora. L’esperto di finanze ha indossato la mentalità americana (gliela rimproverano i suoi parenti tradizionalisti) e non nasconde il suo disprezzo per i pregiudizi dei musulmani. In ciò lo contrasta la moglie, impegnata in una ricerca sull’arte islamica, che ritiene comparabile a quella greca e romana e che le fornisce fonte d’ispirazione sempre più coinvolgente. Un primo confronto in ambito estetico è occasionato dalla visita di Isaac (Francesco Villano), un mercante e gallerista che considera la pittura di Emily riferibile a quella di Constable.

Durante un invito a cena, Isaac e sua moglie Jory (Saba Anglana) svelano che Emily sarà invitata a un’importante mostra in allestimento. Nel clima festoso della serata, le chiacchiere divagano sui gusti artistici e sull’abbigliamento maschile, sulla sicurezza negli aeroporti e le ragioni teologiche e di costume di ebrei (Isaac lo è d’origine) e musulmani. Bibbia e Corano vengono citati nella disputa che ne consegue e le convinzioni più radicate riaffiorano, come nel ribollire d’un inconscio istintivamente sincero. Le confessioni mostrano il cambiamento più palese in Amir, che confessa l’orgoglio provato per l’attentato dell’11 settembre 2001. I toni diventano allora più violenti, le reciproche accuse più dirette e dolorose. Si svela anche un passato flirt tra Emily e Isaac e si apprende l’avanzamento in carriera di Jory (anche lei avvocato) a spese di Amir, penalizzato dalle sue sospette simpatie politicamente scorrette.


 Un momento dello spettacolo
© Donato Aquaro

La confessione di debolezza della moglie al marito completa il disastro che investe la figura e il destino del personaggio all’apparenza più sicuro e affermato. Nella sua drammatica trasformazione, Amir subisce un’altra fase regressiva quando cede all’impulso violento e picchia la moglie, come si vede attraverso la vetrata di fondo; e la moglie l’abbandona. Poi viene giudicato anche dal nipote (Lorenzo De Moor, con il copricapo del fedele, ormai perseguito dall’F.B.I.) che lo condanna per il tradimento degli ideali e per sé rivendica dignità nuova: «Loro hanno conquistato il mondo… ora ci riprendiamo ciò che ci hanno preso». Una sommatoria negativa che giustifica il titolo. Nell’appartamento abbandonato e svuotato, Amir, infine, sfascia l’involucro del suo ritratto, senza riuscire a vederlo, nel buio conclusivo.        

In un impianto realistico novecentesco, il dialogo assorbe tutte le energie espressive degli attori. La sua precisione lascia poco spazio alle latenze del sottotesto eventuale, mentre il titolo non tradotto sottende le insidie dell’originale e conserva la sua polivalenza semantica. Viene in mente Glengarry Glen Ross di David Mamett (1984), ma più insistito nella dissertazione tematica e con maggiori sfumature nella partitura verbale. La recitazione neo-realistica mostra fluidità di ritmo: proprio all’apice della polemica, sovrapposizioni, conflitti, scatti ed esitazioni trovano convincente sfogo negli interpreti. Hossein Taheri confida nel phisyque du rôle senza abusarne, riuscendo a sostenere fino in fondo l’ambiguità fra la dipendenza evidente dal passato (causa di crisi, delusione e sfiducia) e, nel crollo, la ricerca dell’accettazione per non cedere alla disperazione. Lisa Galantini sottolinea forse più la vocazione affettiva e sentimentale che non la passione artistica, tratta dall’intuizione originale che la distingue e sulla quale rende testimonianza efficace. Francesco Villano è più diretto e semplice (non semplificato) nel denunciare i moventi di Isaac, alimentati dall’ebraismo in sordina comunque presente ma dominato.

Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo
© Donato Aquaro

Un universo comprensibilmente attualizzato, con qualche scompenso nel trasmettere l’avvertita polivalenza del copione, per una vicenda alla quale si è chiamati a partecipare, a comprendere e civilmente a compatire. Scenografia perfetta per distacco oggettivo dall’emozione, phatos che viene reintrodotto dai frammenti sonori provenienti da allarmanti distorsioni elettroniche e dalle brevi proiezioni in video che scandiscono in dissolvenza le scene.  



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