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Visioni immersive sul nulla

di Raffaele Pavoni
  Jia zài lánre sì
Data di pubblicazione su web 05/09/2017  

È stato presentato nell’ambito della neonata rassegna Venice Virtual Reality l’ultimo lavoro di Tsai Ming-Liang, presenza ormai costante del Festival di Venezia (dove è stato anche insignito di un Leone d’oro, nel 1994, per Vive L’Amour). Il regista taiwanese sbarca al Lido con il suo primo lavoro in realtà virtuale; per vederlo è stato necessario recarsi nel nuovo VR Theatre appositamente allestito nella minuscola, suggestiva isola del Lazzaretto Vecchio. Al suo interno i visitatori hanno trovato sedili rotanti dotati di visori “sferici” che consentono una visione a trecentosessanta gradi, e cuffie audio direzionali che producono variazioni di volume al mutare della posizione dello spettatore.


Una scena del film
Una scena del film

Il film racconta la storia di Hsiao-Kang (Lee Kang-sheng, ventennale il suo sodalizio con Tsai Ming-Liang), un uomo che vive in un edificio diroccato sulle montagne cinesi, debilitato da una malattia che gli impedisce perfino di mangiare. Il suo unico amico è un pesce, con cui fa il bagno in una vasca. Un bel giorno una donna “fantasma” (Chen Shiang-chyi) che occupa l’edificio accanto al suo prova a entrare nella sua vita; da quel momento le cose sembrano prendere una piega diversa. 

Aveva annunciato il suo addio al cinema nel 2013, Tsai Ming-Liang, salvo cambiare idea con il successivo Xi You (Journey to the west, 2014), opera a metà strada con la videoinstallazione. Il VR ha permesso al regista di proseguire su questo doppio binario sperimentando le potenzialità espressive offerte dalle nuove tecnologie. La visione sferica ben si adatta alla poetica contemplativa del regista taiwanese: poche inquadrature, tutte a camera fissa; tempi dilatati che sollecitano lo spettatore a decodificare ciò che di volta in volta viene mostrato.


Una scena del film
Una scena del film

Protagonisti del cinema di Tsai Ming-Liang sono il tempo e lo spazio. Al tempo, sia quello del racconto (la durata delle inquadrature) sia quello della storia (il susseguirsi implacabile degli anni), corrisponde un deteriorarsi dello spazio, di valore uguale e contrario alla vita che lo abita (o che cerca di abitarlo). Se l’esito più estremo di questa poetica era fissato da Stray Dogs (2013), in cui gli attori erano spettatori dei loro stessi ambienti, con quest’ultimo lavoro Ming-Liang sposta l’asticella in avanti. Nei minimali mondi sferici di cui siamo chiamati a far parte tutto è astratto, ridotto all’essenziale. La possibilità di orientare lo sguardo e l’ascolto sembra quasi amplificare la desolazione dei luoghi (da qui il titolo) e, di riflesso, quella del protagonista.

La visione globale è lì per dirci che non c’è nulla da vedere o, piuttosto, che c’è il nulla da vedere. La contemplazione del vuoto acquista un nuovo risalto: l’apparecchio tecnologico di mediazione, anziché veicolare una maggiore “immersività”, acuisce la distanza, impedendo l’immedesimazione nel momento stesso in cui la simula. Ming-Liang dimostra di conoscere bene la realtà virtuale: simulazione di un corpo immateriale attraverso un dispositivo materiale. Come già il cinema ha dimostrato, e come i nuovi medium audiovisivi sembrano ribadire, l’illusione di realtà è tanto più impossibile quanto più diviene manifesta. Su tale paradosso si gioca questo piccolo film.Va detto che il VR, pur con l’ausilio di mezzi di ultima generazione (la videocamera è una Jaunt One 360 gradi), è ancora da perfezionare (bassa risoluzione in uscita, bassa gamma dinamica di luce e di colore, impossibilità di variazione sull’asse, etc.). Eppure ogni limite può diventare opportunità espressiva, come The Deserted splendidamente dimostra.


Una scena del film
Una scena del film

Va detto che il VR, pur con l’ausilio di mezzi di ultima generazione (la videocamera è una Jaunt One 360 gradi), è ancora da perfezionare (bassa risoluzione in uscita, bassa gamma dinamica di luce e di colore, impossibilità di variazione sull’asse, etc.). Eppure ogni limite può diventare opportunità espressiva, come The Deserted splendidamente dimostra. 

Ming-Liang, regista già di nicchia, sembra quindi rivolgersi a una nicchia ulteriore. Eppure la nuova strada promette bene. Se il cinema è nato come spettacolo collettivo, la realtà virtuale, a dispetto dei detrattori, può esserlo altrettanto.




Jia zài lánre sì
(The Deserted)

cast cast & credits
 

Il regista,
Il regista Tsai Ming-Liang




 
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