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Kechiche e il demone pre serale

di Sara Mamone
  Mektoub, My Love: Canto uno
Data di pubblicazione su web 08/09/2017  

Appena visto il film abbiamo controllato la data di nascita del regista e purtroppo la fastidiosa idea instillata dall’esorbitante uso di immagini erotiche (quasi esclusivamente di quello che va di moda chiamare lato B) che pervade le tre ore di visione ha confermato la sensazione che la forza ispiratrice di quest’opera affondi le sue radici in un personalissimo demone meridiano (o pre-serale). La sensuale opulenza, mai disgiunta da un gioioso sguardo ammirativo, della bellezza femminile dei suoi precedenti film qui gira a vuoto. Dall’inizio alla fine, ahinoi protratta di oltre centottanta minuti. Una lunghezza presuntuosa e provocatoria, peraltro totalmente ingiustificata da una ripetitività che ad ogni passo poteva suggerire provvidenziali sforbiciate. 

Una scena del film
Una scena del film
Una scena del film
Una scena del film
Una scena del film

Cosa è dunque quest’ultima prova dell’ammirevole autore di La faute à Voltaire (2000, a Venezia, strameritato premio opera prima), di L’esquive (2005, premio César), di Cous cous (2007, Leone d’argento sempre a Venezia), di La vie d’Adèle (2013 Palma d’oro al festival di Cannes), di Venus noire (2010, sempre a Venezia)? Dopo il mal riuscito tentativo di dare con quest’opera un respiro storiografico a un talento che è essenzialmente autobiografico, con questo Mektoub (in arabo, più o meno: Destino) Kechiche ritorna sui temi più consueti e ritrova in una narrazione autobiografica il suo naturale terreno. Cosa pensare infatti, nonostante vigorose smentite, della storia di un ragazzo bello e talentuoso (confermiamo entrambe le doti del regista) che, lasciata la casa materna nel sud della Francia per studiare a Parigi, ritorna al paesello per una spensierata vacanza estiva, munito di macchina fotografica e pronto a fissare con quella la sua visione del mondo?  



Una scena del film

Visione del mondo che si richiama alla gioiosa carnalità di Cous Cous (con inequivocabile citazione in apertura) qui moltiplicata al parossismo in un vagabondare diurno e notturno spensierato tra schermaglie improvvisate, accendersi e spegnersi di amori estivi, golosità di pasti e amori voraci,  flebilissimi intrecci e un finale, affrettato e incerto, che vuole essere inequivocabilmente aperto onde consentire il futuro aggancio ad altri due atti di una promessa trilogia. 


Una scena del film
Una scena del film

Ma i protagonisti di questa “bella estate” non hanno nulla a che vedere con gli smarrimenti di una commedia di Marivaux, né con la leggerezza degli impalpabili amori di Eric Rohmer e nemmeno con l’ingenuità bonaria e provinciale delle creature di Fellini. Quella macchina da presa che, con la consueta maestria, aggredisce i corpi e costruisce relazioni di sguardi, tradisce i suoi personaggi sovrapponendo ai loro occhi puri una persistente, non gradevole, ossessione voyeuristica: uno sguardo pesante che appanna quello che, in questo romanzo di formazione, dovrebbe rappresentare un inno alla vita. Né la pur emozionante scena della nascita di un agnellino, ripresa dal protagonista con la sua macchina fotografica, né l’insistita colonna sonora prevalentemente mozartiana riescono a dare senso e leggerezza a questo catalogo di movimenti sussultori.



Mektoub, My Love: Canto uno
cast cast & credits
 


Il regista
Il regista
Abdellatif Kechiche



 
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