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Dardenne Inc.

di Raffaele Pavoni
  Jia Nian Hua
Data di pubblicazione su web 10/09/2017  

È stato presentato al Lido il terzo dei film asiatici in concorso, dopo Human Flow di Ai Weiwei e Sandome no Satsujin di Hirozaku Kore’eda ma anche, e soprattutto, il primo e l’unico di una regista donna. Si tratta della cinese Vivian Qu, produttrice di opere indipendenti (tra i titoli più acclamati Black Coal Thin Ice di Yinan Diao, Orso d’Oro al Festival di Berlino 2014), qui al suo secondo lungometraggio. Il suo film d’esordio, Trap Street (2013), aveva partecipato alla 70ª edizione della Mostra veneziana nell’ambito della Settimana della Critica, guadagnandosi il Premio Opera Prima Luigi De Laurentiis.

“Promossa” nella competizione ufficiale, Qu si presenta con una storia decisamente cruda, che parla di una infanzia violata e di un’adolescenza negata. In una cittadina sul mare, la sedicenne Mia (Wen Qi) lavora come maîtresse in un resort dell’isola di Hainan. Una notte nella stanza prospiciente la sua vede entrare un uomo (Cao Yunqing) e due ragazzine, Wen (Zhou Meijun) e Xin (Jiang Xinyue). Come emerge il giorno successivo, e come una perizia medica sul corpo delle giovani confermerà, in quella stanza si è consumato uno stupro. Subito dopo l’accaduto, Wen scappa dalla casa della madre, con la quale ha un rapporto conflittuale, per pregare il padre (Geng Lee) di ospitarla a casa sua, ma viene respinta. Dopo il  rifiuto la piccola vagherà da sola per la città. Nel frattempo Mia, che la notte del delitto ha registrato un video probatorio,  decide di non consegnarlo all’ispettore Wang (Li Mengnan) e all’avvocatessa Mrs. Hao (Shi Ke) che stanno indagando sul caso: il suo piano è quello di chiedere un riscatto allo stupratore per comprarsi un passaporto falso e lasciare il paese. Le cose, tuttavia, non vanno nel verso sperato.



Una scena del film

Fa piacere che, dopo il documentario di Ai Wei Wei, sia approdato al Lido un altro film cinese “impegnato” in un panorama, dominato dalle cinematografie europee e anglosassoni, in cui il termine sembra aver acquisito una valenza quasi esclusivamente negativa: gli ultimi scampoli di cinema engagé sembrano quelli di Robert Guédiguian e Paolo Virzì o gli aborigeni “manieristi” di Thornton. Ma sarebbe sbagliato leggere Jia Niang Hua secondo un’ottica gender oppure orientalizzante: il cinema di Qu è simile, quantomeno negli intenti, a quello di Jia Zhangke, seppure il rapporto della camera con i personaggi e le strategie di messinscena ricordino piuttosto quello dei fratelli Dardenne.

Non è un caso che il direttore della fotografia sia Benoît Dervaux, storico operatore dei due registi belgi, unica presenza europea nella troupe. Si potrebbe quasi parlare, malignamente, di un “brand Dardenne”, sorta di passe-partout, per giunta, a costi contenuti, di cui buona parte del cinema indipendente contemporaneo parrebbe servirsi per conquistare il pubblico, esigente, dei festival occidentali. Le due protagoniste sembrano, e non poco, due variazioni sul tema di Rosetta (1999). La camera, rigorosamente in steadicam, pedina i personaggi, si sofferma sui loro primi e primissimi piani. Li scruta, cerca di metterne in risalto la purezza, di eliminare gli elementi di contesto relegati a sottofondo fuori campo o fuori fuoco. Infine, schiva qualunque soluzione possa essere percepita come mistificatoria: niente musica, molto rumore di ambiente, poche luci artificiali.



Una scena del film

Dietro a un’estetica forse troppo derivativa si cela una riflessione formale profonda e appassionata. Si gioca sul contrasto tra quanto viene mostrato e quanto viene occultato: trasposizione dialettica del rapporto tra individui, soprattutto di sesso femminile, e una società, quella della Cina contemporanea.

Le azioni non sono mai rappresentate, ma restano nascoste in un intricato gioco di ellissi. Né è possibile ricavare alcun indizio dell’accaduto dall’espressività quasi assente delle due protagoniste, malgrado l’abbondanza di primi e primissimi piani. La solitudine narrativa ed estetica dei personaggi non è il nucleo drammatico, ma la precondizione perché l’azione abbia luogo. Come nei film dei Dardenne, eliminare tutto ciò che è politico è una scelta di per sé estremamente “politica”. La Cina di Qu è una sorta di anarchia neoliberista in cui tutto è acquistabile, perfino la giustizia e la libertà. L’unica emancipazione possibile passa attraverso l’azione individuale, per quanto nichilista e cieca essa possa essere (da qui, appunto, la pertinenza dell’“estetica Dardenne”, e il rimando a Zhangke).



Una scena del film

Nella conquista della libertà da parte delle due protagoniste il film si trasforma progressivamente in romanzo di formazione, quasi un rito di passaggio all’età adulta. Tuttavia i ritmi della crescita non sono quelli del percorso individuale, ma quelli imposti dalla società: il riferimento ai centri di chirurgia plastica per la ricostruzione dell’imene, su cui la regista si sofferma, è  la manifestazione più agghiacciante. 

Efficace, in questo senso, la “felliniana” statua gigante di Marilyn Monroe, evidente surrogato materno, sotto cui Mia cercherà riparo; e che non a caso verrà abbattuta e portata via nella splendida scena finale. Qu mostra una sensibilità spiccata, lontana dagli stereotipi gender. Jia Nan Hua è un’opera forse non impeccabile, dalla drammaturgia incerta (poco riuscito il bilanciamento tra le vicende delle protagoniste), ma ha la freschezza di un film militante che accompagna il percorso di crescita dei personaggi senza mai sovrapporsi a esso.




Jia Nian Hua
cast cast & credits
 




La regista Vivian Qu

 
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