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Minimalismi attoriali in eccessi
d’autore


di Luigi Nepi
  Hannah
Data di pubblicazione su web 21/09/2017  

Sui venti film italiani presentati nelle varie sezioni a Venezia 74, ben quattro sono stati scelti per concorrere al Leone d’oro. Quattro opere radicalmente diverse nelle intenzioni, nelle aspettative e nei risultati, che comunque, a loro modo, rispecchiano sostanzialmente quello che è lo stato del cinema italiano. C’è il film troppo ombelicale e sicuramente troppo fragile per il concorso (Una famiglia di Sebastiano Riso); c’è la furba operazione commerciale internazionale (The Leisure Seeker di Paolo Virzì); c’è la felice, anche se molto “provinciale”, rivisitazione e contaminazione del film di genere (Ammore e malavita dei Manetti Bros., il migliore di tutti); e poi c’è Hannah, ovvero il film con forti ambizioni autoriali, costruito intorno a un grande attore o a una grande attrice.

Dopo Medeas (presentato quattro anni fa nella sezione Orizzonti) Andrea Pallaoro torna a Venezia portando in scena una sorta di moderna Antigone, una donna “murata viva” dal suo stesso senso del dovere. La sua apparente devozione verso il marito, in carcere per un reato molto grave (pedofilia?), causa un insanabile distacco da parte del figlio, che rifiuta ogni contatto con lei e non ne capisce quell’ostinata e, per lui, complice vicinanza. Nonostante i suoi piccoli tentativi di “evasione” – la scuola di teatro, il lavoro di collaboratrice domestica, il rapporto con il bambino cieco della famiglia in cui lavora, il nuoto in piscina e anche il suo cane –, Hannah non riesce a sfuggire ai rancori (anche i suoi) e al giudizio degli altri, rimanendone irrimediabilmente ingabbiata.

Una scena del film
Una scena del film

Hannah è il ritratto tragico di una donna imperscrutabile, che giunta al tramonto della propria esistenza non ha più voglia di fare bilanci e si lascia quasi travolgere dagli eventi, perseguendo solo una personale idea di decoro che decide di portare fino alle estreme conseguenze.

Charlotte Rampling è il volto e soprattutto il corpo di Hannah, sul quale il regista indugia per tutta la durata del film (le inquadrature in cui non è presente si contano sulla punta delle dita). Un volto e un corpo naturalmente (e magnificamente) invecchiati, in cui i segni del tempo sono evidenti e inequivocabili e che l’attrice ha ancora il coraggio di mostrare nella sua completa nudità, offrendosi senza infingimenti alla macchina da presa quale vero esempio di cinema come “morte al lavoro” di cui parlava Cocteau.

Una scena del film
Una scena del film

Regista apolide, Pallaoro (nato a Trento, ma vive stabilmente negli Stati Uniti) sostituisce il caldo e i grandi spazi, “inclini” al tradimento, del paesaggio messicano di Medeas con l’indecifrabile e uggioso grigiore degli interni di una rigida e coerente Bruxelles; eppure in questo film l’anello debole è rappresentato proprio dalle scelte registiche e drammaturgiche. Colto da eccesso di zelo Pallaoro fraintende, in senso iperbolico, la lezione neorealista per cui il pubblico deve essere libero di guardare e di interpretare ciò che circonda il personaggio al pari del personaggio stesso. Infatti se il modello di riferimento è chiaramente quello del ciclo dei film di Rossellini con Ingrid Bergman, dove si viene calati nello stesso smarrimento della protagonista, persa dentro realtà a lei totalmente estranee (Stromboli, Napoli, la Roma dei baraccati), il film pecca vistosamente di presunzione. Infatti crea intorno a Hannah un vero e proprio labirinto di non detto e non mostrato, dove l’unico che finisce per smarrirsi è proprio lo spettatore, al quale vengono negate le coordinate (anche minime) per poter cercare di entrare in sintonia con ciò che vede sullo schermo, venendo distratto da tutti quegli interrogativi che il film intenzionalmente gli presenta: perché il marito viene arrestato? chi sono quelle persone che le telefonano o vengono a trovarla? che è successo con il figlio? in definitiva chi è Hannah?

Una scena del film
Una scena del film

Lo stesso spettatore si ritrova così a seguire una donna con una storia tutta da ricostruire, la quale da un lato sembra subire passivamente gli eventi e il crollo del suo mondo, ma dall’altro appare evidentemente consapevole di ciò che la circonda. Ed è così che, man mano che va avanti, il film perde lentamente il suo fascino fatto di allusioni, di mistero, di rimandi al fuori campo, come forma eminentemente cinematografica di confronto dialettico, di suggestione e di comprensione, svelando un meccanismo e una scrittura precostituiti, attraverso quello che è corretto definire un “eccesso” d’autore. Però resiste come una roccia quel minimalismo espressivo con cui Charlotte Rampling riesce a far percepire tutta l’amara dignità di Hannah, chiusa dentro l’eterna reversibilità del suo palindromo chapliniano.



Hannah
cast cast & credits
 

Il regista, Andrea Pallaoro
Il regista
Andrea Pallaoro




 
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