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Tra Eschilo e Euripide

di Caterina Barone
  Le rane
Data di pubblicazione su web 19/07/2017  

Si è chiuso con la rappresentazione delle Rane di Aristofane (in scena dal 29 giugno al 9 luglio) il 53° ciclo di spettacoli classici al Teatro Greco di Siracusa. La vicenda di Dioniso, il dio del teatro, che scende nell’Ade accompagnato dal servo Santia, per riportare in vita Euripide, da poco morto, nella convinzione che la poesia possa salvare Atene dalla rovina che incombe, è un abile intreccio di fantasia e urgenza politica. Una sfida non da poco, portata a termine con successo, per il regista Giorgio Barberio Corsetti chiamato a confrontarsi con i due illustri precedenti realizzati nel corso di un secolo dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico, dall’inizio delle rappresentazioni classiche nel 1914.

Nel 1976 fu memorabile l’interpretazione di Tino Buazzelli nei panni di Dioniso nello spettacolo diretto da Roberto Guicciardini. La traduzione era di Benedetto Marzullo, un filologo rigoroso, capace però di misurarsi con le esigenze di dicibilità teatrale e di comprensibilità da parte del pubblico. Essenziale la scena ideata da Giorgio Panni: una pedana nera circolare, sulla quale spiccavano i coloratissimi costumi pensati da Santuzza Calì. Le musiche di Benedetto Ghiglia giocavano un ruolo determinante nel disegnare la fisionomia dei personaggi.


Un momento dello spettacolo
© Franca Centaro

Un posto di spicco negli annali del teatro occupa anche la lettura che della commedia diede Luca Ronconi nel 2002. Alto fu il livello artistico, ma alto fu pure il livello di scontro tra il regista e i notabili siracusani, irritati per l’ostensione in scena dei ritratti caricaturali di alcuni esponenti politici del governo: Berlusconi, Fini, Bossi. Dopo la prima, a seguito delle insultanti polemiche, Ronconi ritirò i ritratti, ma aleggiò pesante nell’aria quell’inopportuno intervento di censura che certo non fece il gioco di chi l’aveva messo in atto: paradossalmente lo spirito critico di un autore che duemilacinquecento anni fa poteva parlare liberamente davanti alla polis veniva fortemente limitato.

La nota prevalente nello spettacolo di Ronconi non era tanto quella comica quanto l’insistita denuncia di un’epoca di crisi, del disfacimento di una società malata, dove il degrado paesaggistico corrisponde al degrado morale, come volevano significare le carcasse di vecchie macchine, biciclette, copertoni, che delineavano una sorta di periferia industriale dei nostri giorni in dialettico contrasto con la fantasiosità della trama. Con la scenografia di Margherita Palli si armonizzavano i costumi malconci e usurati di Gianluca Sbicca e Simone Valsecchi e le musiche di Paolo Terni punteggiate di tonalità dissonanti a sottolineare una diffusa atmosfera di decadenza civile contemporanea. Di contro, Ronconi aveva adottato la traduzione di Raffaele Cantarella, fedele al dettato originale e priva di allusioni attualizzanti, convinto che la perenne valenza di Aristofane non avesse bisogno di nessun intervento testuale.


Un momento dello spettacolo
© Gianni Luigi Carnera

Analogo presupposto sta alla base dell’accurato lavoro di Olimpia Imperio, chiamata a tradurre la commedia per lo spettacolo di Barberio Corsetti. All’attenta ricerca di un linguaggio agile e moderno, lontano da cadenze classicheggianti e obsolete, si sposa un rispetto scrupoloso della parola aristofanesca e la scelta di non intervenire con allusioni dirette al presente. Quindi, nomi, circostanze, eventi citati non subiscono variazioni: in tal modo si lascia al pubblico la libera interpretazione di quanto avviene sulla scena in riferimento a persone e a fatti di attualità. Merito della traduttrice è l’aver rispettato e reso in maniera fedele i diversi livelli di comunicazione e i registri linguistici di un testo complesso come le Rane, dove le battute scurrili si intrecciano alle citazioni poetiche, e all’invettiva sanguigna si affianca la riflessione etico-politica.

La linea seguita da Barberio Corsetti nell’allestimento è stata quella dell’essenzialità, a partire già dalla scenografia firmata da Massimo Troncanetti. Coperto il piano dell’orchestra con una piattaforma spoglia, il regista crea con pochi elementi componibili ambientazioni diverse. Si materializzano così davanti agli occhi degli spettatori la palude infernale abitata dalle Rane gracidanti, disegnata da parallelepipedi bianchi, al di là dei quali si muove poi la barca, spinta a mano da servi di scena, sulla quale Caronte traghetta il dio Dioniso nell’Ade; infine, appare il palazzo di Plutone: due facciate di ferro arrugginito con finestre sbilenche da cui si affacciano strani personaggi. Sono marionette realizzate da Einat Landais – che si è ispirato alle sculture di Gianni Dessì – e costruite da Carlo Gilè, mentre Marzia Gambardella ne ha coreografato i movimenti. Incarnano Plutone e a tratti fungono anche da doppio surreale dei personaggi che agiscono sulla scena. Un espediente metateatrale a cui si affianca l’effetto di moltiplicazione prodotto dalle riprese in primo piano, in diretta, dei volti degli attori che vengono proiettati su schermo.


Un momento dello spettacolo
© Gianni Luigi Carnera

Per la parte dei protagonisti il regista ha scelto una coppia di attori sperimentata e famosa: Salvo Ficarra, nei panni di Dioniso, e Valentino Picone, in quelli di Santia, perfetti nell’incarnare i meccanismi comici della commedia che mette in scena un dio prepotente e vigliacco, incontenibile nel voler soddisfare i propri bisogni fisici di varia natura, e un servo vittima del padrone, ma certo non da meno quanto a voracità, appetiti sessuali e viltà. Calibrato gioco delle parti, tempi teatrali perfetti, un apprezzabile equilibrio tra riso e riflessione hanno fatto apprezzare al pubblico una performance che ha lasciato spazio alla comicità senza sacrificare lo spessore semantico del testo. Perché, al di là degli attacchi ai professionisti della politica, imbelli e corrotti, e alla denuncia dell’opportunismo e del malaffare diffuso, quel che conta nelle Rane è il richiamo al ruolo salvifico della poesia e del teatro, e dunque della cultura, nella società.

Il Dioniso pensato da Aristofane rinuncia in ultimo a riportare sulla terra Euripide, e gli preferisce Eschilo, constatato il maggior valore etico che hanno i versi di quest’ultimo. Giustamente famosa è la scena nella quale i due drammaturghi si confrontano in un duello verbale a “colpi” di citazioni tratte dalle proprie tragedie, che vengono letteralmente pesate e fanno pendere la bilancia in favore di Eschilo. Una sorta di critica letteraria ante litteram, grazie alla quale appare evidente come Aristofane, sebbene fosse sempre polemico nei confronti di Euripide, fatto oggetto di ripetuti e sferzanti attacchi, sapesse tuttavia individuare pregi e difetti di entrambi gli autori.


Un momento dello spettacolo
© Gianni Luigi Carnera

Elemento di forza e di originalità dello spettacolo sono le musiche e il canto del gruppo SeiOttavi (Germana Di Cara, Vincenzo Gannuscio, Alice Sparti, Kristian Andrew Thomas Cipolla, Massimo Sigillò Massara, Ernesto Marciante), compositori ed esecutori capaci di mescolare stili e ritmi diversi, dal jazz alla musica classica, dal pop al rock, dallo swing alla lirica, in un’esecuzione a cappella tecnicamente raffinata – una vera e propria orchestra vocale – e teatralmente efficace. Vestiti di verde, con bombetta e occhiali scuri, i SeiOttavi interpretano il Coro delle rane canterine, fastidiose e petulanti, e, in successione, indossati costumi vagamente new age (creazione di Francesco Esposito), guidano il Coro degli Iniziati ai Misteri Eleusini, egregiamente interpretati dagli allievi dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico dell’INDA, sezione Giusto Monaco, e capitanati dal valente corifeo Gabriele Portoghese.

Compatta e di buon livello la compagine attoriale con Roberto Salemi (Eracle), Dario Iubatti (che ricopre tre ruoli: un morto, un servo e Plutone), Giovanni Prosperi (Caronte), Francesca Ciocchetti (ostessa), Valeria Almerighi (Platane), Gabriele Benedetti (Euripide), Roberto Rustioni (Eschilo), Francesco Russo (Eaco).

Chiude lo spettacolo un breve video con un estratto dell’incontro-intervista avvenuto a Venezia, nel 1967, tra un giovane Pier Paolo Pasolini e il poeta americano Ezra Pound, ormai anziano, rappresentanti di due mondi poetici per molti aspetti distanti tra loro, ma entrambi necessari alla società come lo furono Eschilo ed Euripide. Un incontro all’insegna della riconciliazione sintetizzata nelle parole pronunciate da Pound: «Amici allora… Pax tibi… pax mundi». 



Le rane
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