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Da Aristofane a Marx

di Fiora Scopece
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Data di pubblicazione su web 13/06/2017  

«Solo un padrone ha il mondo: la ricchezza» sentenzia il povero Crèmilo nel Pluto di Aristofane, mentre il dio della ricchezza –  Pluto, appunto –  in preda alla cecità, distribuisce fortune in modo iniquo, non facendo distinzioni tra onesti e furfanti. Ma cosa accadrebbe in un mondo alla rovescia, in cui tutti sono ricchi? Un mondo in cui non esiste povertà, in cui tutti hanno tutto? Saremmo davvero più felici?

Aristotele definì “contro natura” la chrematistiké, “l’arte di accumulare denaro” e «nel IV secolo a.C., ventiquattro secoli prima del tracollo finanziario di Lehman Brothers (15 settembre 2008) […] nella Politica aveva teorizzato che “trarre guadagno dal denaro stesso e non al fine per cui esso fu escogitato costituisce il più innaturale di tutti i modi di arricchire”» (I. Dionigi in E. Bianchi et al., Il dio denaro, Milano, BUR, 2010, pp. 9-10). Del resto già Marx guardò al filosofo greco con interesse per quella sua distinzione tra “valore d’uso” e “valore di scambio” che anticipava  la futura riflessione sul capitalismo (cfr. ivi, p. 62).


Un momento dello spettacolo © Andrea Gatopoulos
Un momento dello spettacolo
© Franco Guardascione

A partire dalla commedia di Aristofane, Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni hanno portato in scena Plutocrazia, nell’Aula Magna Santa Lucia di Bologna, per il consueto appuntamento con il ciclo di letture di classici organizzato dal Centro Studi “La permanenza del Classico” dell’Università di Bologna. Ogni anno, a maggio, intellettuali e studiosi si confrontano su temi di portata universale, indagando le proiezioni dell’antico nella cultura occidentale. L’edizione di quest’anno, La felicità, ha visto protagonista per la serata del 18 maggio la compagnia Archivio Zeta, affiancata dallo psicoanalista Massimo Recalcati che ha proposto una riflessione sul tema della ricchezza.

Plutocrazia, prodotto dal teatro Metastasio di Prato, è un progetto teatrale-economico che, come sottolineano i due registi, dalla commedia antica si proietta in questi anni di crisi, di cannibalismo capitalistico, di internazionalizzazione dei mercati con le conseguenti ricadute in termini di lavoro, di diritti e di mancate integrazioni culturali.

Se nel Pluto Aristofane affronta il problema della sperequazione sociale e della ridistribuzione delle ricchezze, da qui i due registi partono per parlare del futuro. La commedia, come noto, narra del povero contadino Crèmilo che, stanco di vedere arricchiti soltanto i disonesti, si imbatte in Pluto e gli propone di fargli riacquistare la vista, in modo che possa elargire i suoi doni solo alla gente onesta. Ma al progetto si oppone Penìa, la Povertà, che nell’agone con Crèmilo sfodera tutta la sua eloquenza, sottolineando come soltanto essa generi benessere, perché spinge al lavoro e stimola le arti. Di fronte a questi argomenti, Crèmilo non ha molto da opporre, se non la forza generata da una povertà realmente sofferta.


Un momento dello spettacolo © Franco Guardascione
Un momento dello spettacolo 
© Franco Guardascione

Ad ogni modo, il suo progetto riesce e Pluto recupera la vista, anche se ciò non ha più molta importanza. Penìa con le sue forti argomentazioni si è dimostrata vincente, innescando ulteriori considerazioni. È così che dagli interrogativi capitali sollevati dalla commedia, Guidotti e Sangiovanni ci introducono alle riflessioni di Franco Belli, Noam Chomsky, Goffredo Parise, fino ai Manoscritti economico-filosofici di Marx, coinvolgendoci in ragionamenti sul mercato, sul profitto, sul plusvalore.

Incursioni nel contemporaneo che si affacciano tra le pieghe della pregevolissima traduzione della commedia aristofanea a opera di Federico Condello, orientata dalla destinazione scenica: una traduzione che ha il coraggio di una fedele infedeltà al testo, come è spiegato nella nota del traduttore. Non stupirà allora se al coro dei contadini dell’originale greco si sarà sostituito quello dei «compagni» chiamati a raccogliere le forze perché è «tempo di agire»; né sorprenderà sentire echeggiare in scena i nomi di Tromp, Salvoni, Berlosca ecc., con cui il filologo ha attualizzato i nomi propri aristofanei tipici dell’onomastì komodeìn (lo “sbeffeggiare per nome”), formula propria della commedia antica. L’effetto è sorprendente, e lo spettacolo si dipana alternando momenti riflessivi ad altri di ilarità.


Un momento dello spettacolo © Franco Guardascione
Un momento dello spettacolo
© Franco Guardascione

Così quando Penìa, – una straordinaria Enrica Sangiovanni che interpreta anche il ruolo di Pluto – arriva sulla scena, lacera e piena di stracci, sembra assumere su di sé quella tragicità che questa commedia porta inevitabilmente in dote nella sua amara riflessione. Al contempo scatena la risata più fragorosa quando incede sul palco interagendo con Crèmilo (Gianluca Guidotti) e con un Karl Marx – uno strepitoso Ciro Masella, qui anche nel ruolo del servo Carione – che al solo vederla, vorrebbe scappare: proprio lui, più di tutti, terrorizzato da signora Povertà.

Un ticchettio di macchine da cucire pervade a più riprese lo spazio scenico: sono i telai dei tanti laboratori tessili di Prato dal cui fragore ha preso spunto la suggestiva partitura sonora dello spettacolo, curata da Patrizio Barontini e composta anche con ricerche di musiche di archivio.

E mentre il frastuono delle macchine si insinua tra il pubblico, Penìa spiega il valore educativo della povertà, distinguendo quest’ultima dalla miseria – la ptochèia – e sottolineando come soltanto essa stimoli al lavoro e alla moderazione.


Un momento dello spettacolo © Franco Guardascione
Un momento dello spettacolo
© Franco Guardascione

Ed è proprio guardando alla comunità migrante cinese del pratese che si chiude lo spettacolo, con la proiezione di un video in cui prendono voce le storie, i dolori, le sofferenze e le difficoltà di tanti operai con gli occhi a mandorla occupati nelle industrie tessili toscane: un coro finale, frutto di un laboratorio che ha visto il coinvolgimento di un gruppo di cittadini e che si è tenuto negli scorsi mesi al teatro Magnolfi di Prato (le vicende raccontate nel video – spiegano i registi –  sono tratte dal saggio Vendere e comprare. Processi di mobilità sociale dei cinesi a Prato, a cura di F. Berti et al, Ospedaletto, Pacini, 2013).

Alla fine Pluto, riacquistata la vista, elargisce ricchezze e benessere a tutti. Ma trascinati dal ticchettio di quelle macchine, ci scopriamo, a fine spettacolo, a ripensare alle parole di Povertà, la sola che in fondo ci renda migliori.


Plutocrazia
cast cast & credits
 

Un momento dello spettacolo © Franco Guardascione

Un momento dello spettacolo visto a Bologna il 18 maggio 2017 nell’Aula Magna di Santa Lucia dell’Università di Bologna 

 
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