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Cose dell'altro mondo (con agenda)

di Giuseppe Gario
  Cose dell'altro mondo (con agenda)
Data di pubblicazione su web 13/05/2017  

«Abbiamo un problema serio. In USA la partecipazione al mercato del lavoro dei 25-54enni è la più bassa nei paesi sviluppati» e il 57% di chi non lavora è malato o invalido. «Dobbiamo suonare l’allarme perché la scuola abbandona i nostri bambini, spesso di minoranze o famiglie più modeste. In molti licei, meno del 60% degli studenti si diploma e molti diplomati non sono preparati per il lavoro. Stiamo creando una generazione di cittadini senza alcuna possibilità di riuscita nel nostro paese di sogni e opportunità. Malauguratamente questo si perpetua e ne paghiamo tutto il prezzo». Cose dell’altro mondo, scritte nell’annuale lettera agli azionisti inviata il 4 aprile da Jamie Dimon, presidente e amministratore delegato di JPMorgan, protagonista della finanza e della crisi globali. «Nel 2015 lo studio di Angus Deaton e Anne Case, università di Princeton, New Jersey, sull’inedita maggiore mortalità dei bianchi americani, segnalava i dolori oggi molto più frequenti dei 45-54enni. Altri non hanno competenze per un impiego. Più spettacolare è che il 71% dei 17-24enni esclusi dal mercato del lavoro non può neanche tentare di arruolarsi nell’esercito USA, perché senza le nozioni di base di lettura e calcolo, o per motivi di salute, come obesità e diabete» (Stéphane Lauer, Aux Etats-Unis, le trompe-l’œil du plein-emploi, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 11 aprile 2017, p. 5). 

Inoltre, «in USA i monopoli fanno problema, l’Università di Chicago ha appena tenuto un summit sulla minaccia che possono porre alla maggiore economia mondiale». «Negli anni Settanta economisti della Chicago School sostenevano che le grandi imprese non minacciavano sviluppo e prosperità. La tesi divenne dominante e indusse tribunali e enti di regolazione al lassismo antitrust per decenni. La tendenza sta cambiando. Cresce il consenso tra gli economisti su un significativo indebolimento della competizione economica. Brutta novità: le imprese dominanti possono permettersi innovazioni insufficienti e aumentare l’ineguaglianza accumulando profitti a spese di salari e investimenti. Forse è prematuro parlare di una nuova scuola di Chicago, ma capi azienda e investitori devono stare attenti a un mutamento intellettuale che può cambiare il mondo d’affari USA». «Bisogna tuttavia imparare dalla prima Chicago School. In fondo vinse un’annosa battaglia d’idee passate in politica, nei tribunali e nell’opinione pubblica. Gli USA devono riscoprire le virtù della competizione. Per fortuna, tra vent’anni sembrerà imbarazzante che si sia dovuto discuterne l’importanza in un summit» (Schumpeter/Crony Capitalism, in «The Economist», 15-21 aprile 2017, p. 58).

Imbarazzante è accorgersi solo ora che la Chicago School è ideologia. L’economia non è scienza, ma lavora sui fatti, che già ventisei anni fa additavano la “brutta novità” rivelata da «The Economist». Così scrivevano i ricercatori inglesi Christos N. Pitelis e Roger Sugden (University of St Andrews e University of Birmingham): «a breve termine le imprese transnazionali implicano sia efficienze che inefficienze. Tendono a rimuovere inefficienze dei mercati internalizzandoli globalmente. Possono creare nuovi mercati in paesi ospiti, esportare tecnologia e sviluppare mercati prima trascurati. Ma al contempo possono chiudere i mercati, ridurre il benessere dei consumatori e il potere contrattuale di sindacati e stati, domestici e ospiti. Inoltre, a lungo termine, la nostra analisi indica una possibile tendenza alla stagnazione globale» (The Nature of the Transnational Firm, London, Routledge, 1991, p. 208). Così è puntualmente accaduto.

Perché imprese sempre più grandi e senza controlli darebbero priorità a lavoro e investimenti, con manager pagati soprattutto in azioni e azionisti – inclusi sindacati, fondi pensione e pensionati – che vogliono dividendi? Apple vende sempre meno, ma nel primo trimestre 2017 ha registrato il record assoluto di cassa con duecentocinquanta miliardi di dollari (quindici, dieci anni fa), più di quanto vale in borsa ogni altra impresa USA, salvo dieci. Cassa per il 90% all’estero, in attesa che Trump riduca dal 35 al 15% l’imposta sulle imprese (cfr. Jérôme Marin, Apple: une trésorerie record mais des ventes en baisse, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 4 maggio 2017, p. 8). Il 15% è già l’imposta del private equity, che compra imprese per venderle a pezzi e con meno dipendenti: da qui vengono il nuovo segretario al tesoro Steven Mnuchin e il consigliere di Trump Stephen Schwarzmann (Stéphane Lauer, Fiscalité bien ordonnée commence par soi-même, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 3 maggio 2017, p. 6). Ma senza tasse proporzionate alle ricchezze, come istruire e curare i cittadini americani?

I fatti non contano, il perché ci aiuta a capirlo Stéphane Garelli, docente all’International Institute for Management Development a Losanna e fondatore del World Competitive Center. «Le persone si rifugiano ora nell’universo virtuale, come in altri tempi nella religione o nella droga, per sfuggire al loro mondo quotidiano. Il messaggio di chi, come gli economisti, osserva e analizza il mondo reale, molto semplicemente non “passa”». «Le persone si rendono sempre più conto di essere travolte da informazioni falsificate e dicerie; ci vorrà di nuovo un valore aggiunto per una vera informazione». «Non sapendo misurarlo, gli economisti trascurano questo mondo irreale. Che produttività hanno Internet e reti sociali? Come influenzano consumi e produzione? Non si sa quantificarlo; i tentativi di misura, anche con i big data, falliscono nel prevedere ciò che va o non va. Si è nell’ambito delle dicerie. Caso tipico, gli economisti prevedevano che le borse sarebbero affondate alla vittoria di Trump; invece, si sono involate. Senza alcuna ragione economica. O la gigantesca capitalizzazione di Tesla [berline elettriche] che perde soldi. Gli economisti sono ridotti a analizzare le aspettative… sulle aspettative. Keynes parlava di “spiriti animali” per descrivere i comportamenti irrazionali dei mercati finanziari d’allora. Lo spirito animale è il motore di questa irrealtà» (La profession néglige le monde irréel, intervista a cura di Antoine Reverchon, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 11 aprile 17, p. 7).

Lo spirito animale è motore dell’irrealtà. In uno studio su ventitré paesi europei, pubblicato il 4 maggio, Oxford Economics conclude che «è lo “stress culturale” – misurato sul numero di immigrati, sulla paura del terrorismo e sull’ostilità all’Europa – che meglio riesce a spiegare il successo dei populisti dal primo ministro ungherese Viktor Orban al Movimento 5 Stelle in Italia passando per il partito dei Veri Finlandesi. In breve, it’s not the economy, stupid» (Marie de Vergès, Vote populiste: “It’s not the economy, stupid”, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 7-8 maggio 2017, p. 4).

L’economia invece è concreta e Paul Romer, capo economista della Banca Mondiale, ricorda che deve «consentire a tutti di lavorare, realizzando la piena occupazione». «Il fine non è avere imprese grandi, ma individui prosperi» (Paul Romer, “Le plein-emploi devrai être l’unique préoccupation, intervista a cura di Marie de Vergès, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 20 aprile 2017, p. 3).

L’errore è peggio del delitto perché punisce con le sue conseguenze. Nel concreto dell’economia vale anche negli USA di Jamie Dimon e «The Economist». Negli spiriti animali della politica può invece nascondersi dietro «un eroe che si suppone incarni il popolo e sia al contempo straordinario» (Frédéric Lemaître, Le mythe du chef, recensione a Jean-Baptiste Decherf, Le Grand Homme et son pouvoir, Paris, Éditions de l’Aube, 2017, in «Le Monde», 7-8 maggio 2017, p. 27). In effetti, mentre la politica populista invoca Superman, l’economia rivela errori e rimedi. «Primo, la minor crescita di produttività dei fattori produttivi». «Secondo, la caduta dopo gli anni Settanta della quota di reddito per il lavoro, a profitto del capitale. Peggio, il declino aumenta le ineguaglianze di reddito». «Terzo, il flusso sregolato di capitali». «Queste le difficoltà con cui si confrontano i nostri paesi. Per aumentare la produttività e la quota di reddito per il lavoro, ridurre le ineguaglianze e gli eccessi del sistema finanziario, devono progettare soluzioni di lungo termine, delicate e incerte. La prima è investire massicciamente nell’educazione. Dei giovani, per ridurre i fallimenti scolastici. Ma anche degli adulti, aggiornandone le competenze. E consentire a chi perde il lavoro di acquisire il sapere necessario a trovarne rapidamente uno. Poi, puntare sull’innovazione. Non solo crediti d’imposta di dubbia efficacia, ma sviluppo delle università dedicate alla ricerca fondamentale e collegate alle imprese, aperte alla circolazione delle idee e all’insuccesso – la paura dell’insuccesso è il maggiore freno all’innovazione. Terzo, rafforzare la regolazione finanziaria». «Idee poco vendibili, quando il tribuno deve arringare elettori indecisi» (Marie Charrel, Le vrais défis de la mondialisation, in «Le Monde», 16-17 aprile 2017, p. 26).

Idee invendibili allo spirito animale, specie nelle dittature di maggioranza sedicenti democrazie in cui – come anni fa un conoscente americano mi chiese a proposito dell’Italia – una metà si mangia l’altra metà. Cannibalismo economico di mercati senza regole che diventa anche politico con regimi autoritari che negano il diritto di opporsi a metà popolazione accusata di terrorismo. Nel referendum turco del 16 aprile, Tana de Zulueta, capo della missione di osservazione OCSE, ha denunciato «gli abusi delle risorse dello Stato a favore del e l’ostruzionismo contro il no, i cui partigiani erano considerati simpatizzanti terroristi subendo le violenze della polizia» (Marc Semo, Erdogan accusé d’avoir manipulé le scrutin, in «Le Monde», 19 aprile 2017, p. 2). E nell’UK di Brexit, in prima pagina il «Daily Mail» annuncia le elezioni anticipate decise da Theresa May «CRUSH THE SABOTEURS» (“Distruggi i sabotatori”: il 48% di votanti remain e la Camera dei Lord). Nel novembre 2016 aveva denunciato «ENEMIES OF THE PEOPLE» i giudici britannici che avevano ribadito la competenza del Parlamento su Brexit. «THE SUN» titola in prima Blue Murder. PM’s snap poll will kill off Labour. She’ll smash rebel tories too (“Strepitoso. Le elezioni anticipate della PM uccideranno il Partito Laburista. E schiacceranno anche i Conservatori ribelli”). Tamburi di guerra, civile.

In queste dinamiche shakespeariane di potere, la convivenza civile muore in lotte intestine, né si vede perché il voto maggioritario di scozzesi e irlandesi conti meno di quello di inglesi e gallesi. L’errore è (fingere di) credere, per far credere, che la dittatura della maggioranza costruisce il futuro mentre opprime persone, città e aree che lo incarnano culturalmente, economicamente, socialmente. Quest’errore distrugge la democrazia inclusiva, che in amarissime esperienze abbiamo riconosciuto unica via per costruire il futuro nelle ricorrenti discontinuità tecno-economiche, e perciò politiche.

Concreta, l’economia ha però vista corta. La piena occupazione è anche di schiavitù come in USA ante guerra civile, o di diseguaglianze crescenti, come in USA oggi. Perciò, la piena occupazione vera – che fa prosperi gli individui – ha bisogno della vista lunga del diritto, dei diritti umani sui quali si fonda finora solo l’UE, che però non è ancora un’inclusiva democrazia sovranazionale. Il costituzionalista tedesco Dieter Grimm ne critica l’eccessiva costituzionalizzazione perché accordi, regolamenti e sentenze europei si traducono automaticamente in normative statali. Nel contesto di un’opinione pubblica europea ancora debole anche nei mezzi di comunicazione e di un Parlamento eletto su basi nazionali (con moltissime divisioni: i gruppi parlamentari sono duecento), la deriva è verso il governo minimo dell’economia neoliberale. Occorrerebbe invece realizzare il pieno impiego con le politiche di un governo federale europeo, facendo il passo avanti che Grimm valuta giuridicamente semplice, ma politicamente difficilissimo, di estrarre il nucleo costituzionale dall’ormai ampia solida costituzione materiale europea, affidando il resto ai processi di decisione democratica di una federazione e delle sue articolazioni statali, regionali, locali (cfr. Moins de constitution pour plus de démocratie en Europe?, in http://www.college-de-france.fr/site/alain-supiot/guestlecturer-2017-03-29-17h00.htm, data di pubblicazione su web: 29 aprile 2017).

Illudersi di fermare il tempo o addirittura tornare indietro è un vecchio errore. «L’abitudine tiene in scacco il pensiero segnatamente là dove attraverso il pensiero ha da sorgere in primo luogo un disagio, un senso di malessere» (Alexander Mitscherlich, Il feticcio urbano, Torino, Einaudi, 1968, p. 54). L’UE è un’innovazione politica senza precedenti, come l’ONU, in un tempo di straordinaria innovazione tecno-economica. Va portata a compimento per dare compimento umano a questa fase di innovazione tecno-economica che sta inciampando in sé stessa.

 

Agenda. L’UE è nata nel 1951 come Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio per farne un fattore di pace, con logica d’impresa ma in una strategia di economia sociale di piena occupazione. L’attuale globalizzazione nasce con Internet, anch’esso strumento bellico divenuto economico dopo l’implosione dell’URSS per l’errore di costruire col muro di Berlino un simbolo che l’ha trascinata nel proprio crollo. La bolla finanziaria è una bomba a tempo globale innescata dal Congresso USA nel 1999, compiacente Clinton, sopprimendo il Glass-Seagall Act voluto da Roosevelt nel 1933 per prevenire il ripetersi d’una crisi che puntualmente si è ripetuta. «Giudica bene chi bene distingue» è un antico detto latino. Obama non ha potuto/voluto correggere quest’errore, Trump lo porta alle sue ultime conseguenze, come dice Jamie Dimon. L’UE è su un’altra strada, faticosa ma costruita correggendo i bestiali errori di un passato ancora troppo presente.







 
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