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I rischi del Duello

di Chiara Schepis
  I duellanti
Data di pubblicazione su web 20/04/2017  

Alessio Boni, alla sua prima prova registica, sceglie Joseph Conrad, in particolare una novella dell’autore polacco, I Duellanti. Si tratta di un racconto pubblicato nel 1908 che narra le vicende di un leggendario e ventennale duello tra due ufficiali della Grande Armée impegnati nelle sanguinose conquiste napoleoniche di inizio Ottocento. A sostenere Boni – anche interprete di D’Hubert, generale del Nord e damerino aristocratico – il coregista Roberto Aldorasi. Lo spettacolo sulla scena del teatro Verdi di Padova non convince sino in fondo. 

Francesco Niccolini cura la traduzione e l’adattamento drammaturgico, decodificando il flusso narrativo di Conrad in un botta e risposta di difficile resa scenica. La pièce è ricca di dettagli e di “racconto”, densa di azioni spettacolari che, se cinematograficamente hanno dato vita al capolavoro di Ridley Scott (1977), sul palcoscenico possono degenerare nel feuilleton, o peggio, nella soap televisiva.


Un momento dello spettacolo ©Federico Riva
Un momento dello spettacolo 
© Federico Riva

Niccolini pare essersi concentrato sul senso interiore, patologico, nascosto nella grande metafora della sfida, del duello e dello scontro come forma di lotta permanente contro un nemico che coltiviamo in noi stessi. «Feraud è la metà oscura di D’Hubert» – scrive il drammaturgo nelle note al testo – «è quella parte di te che riemerge ogni volta che abbassi la guardia, ogni qualvolta che – guardandoti intorno – scopri un desiderio vietato che non ti vuoi negare, come ad esempio un duello in piena regola». 

D’Hubert-Boni, che mette in moto lo spettacolo nei panni di un curioso soldato ferito di guerra (una qualsiasi, lo spettatore del Nuovo Millennio ha l’imbarazzo della scelta), e Feraud-Marcello Prayer, guascone assoldato da Bonaparte, rozzo nei modi e votato senza condizioni alla causa napoleonica, danno vita a una coppia di protagonisti-antagonisti mossa da intenzioni non molto chiare, sembra, agli attori stessi. Niccolini parla di introspezione e di assurdo ed è forse da qui che nasce il fraintendimento registico. 

“Di tutto un po’”, potrebbe essere intitolato questo spettacolo; perché di tutto un po’ ritroviamo nella recitazione degli attori, supportati anche da Francesco Meoni, ottimo caratterista che si cimenta in diversi ruoli (il colonnello Marchand, lo zio di Adèle, il ministro Fouchè), e dalle musiche di scena del violoncello di Federica Vecchio, molto apprezzata per l’esecuzione live (le musiche sono curate da Luca D’Alberto), meno per l’interpretazione dei personaggi femminili. Gli attori turbinano in scena senza un preciso disegno coreografico, chiarito solo in rari passaggi, e, stabilizzandosi su una recitazione al naturale a dir poco fastidiosa, si spostano dal registro ironico-straniato al monologare interiore, inseguendo un’idea di assurdo che la regia non sostiene. Il ricorso a una voce fuori campo complica ulteriormente le cose. Lo stesso Meoni, il più convincente nella recita padovana, crea dei personaggi-macchiette di per sé lodevoli, ma per nulla integrati con l’insieme.


Un momento dello spettacolo ©Federico Riva
Un momento dello spettacolo 
© Federico Riva

I costumi d’epoca di Francesco Esposito evocano una marziale eleganza ormai decaduta, rimandando allo sfacelo di un mondo in bilico fra trasformazioni politiche epocali. La stessa instabilità è ribadita dalle scene di Massimo Troncanetti, costruite e semoventi, che consentono agli attori di plasmare secondo necessità lo spazio. Eppure l’accumulo di oggetti e di elementi scenici, se da un lato acuisce lo squallore umano del mondo descritto, se rispecchia la mancanza di ordine nell’interiorità dei duellanti, dall’altro lato rischia di creare un senso di indeterminatezza che adombra alcune vincenti e poetiche soluzioni. Si pensi al “duello a cavallo”, reso magistralmente funzionalizzando i praticabili che compongono le scene. I due mezzanini, quello della casa del medico a destra e quello dello studiolo a sinistra, si trasformano in rigidi destrieri di legno attraverso il ricorso a oggetti-segno (i paramenti da guerra delle teste dei cavalli) che i due attori tengono in mano. Il disegno luci di Giuseppe Filipponio, impegnato per lo più in effetti scenici cinematografici, qui concorre delicatamente alla creazione di una seconda narrazione di ombre sul fondale: raro campo lungo di una messinscena che ambisce a impadronirsi di codici altri (cinematografici, appunto), perdendo la sua specificità.


Un momento dello spettacolo ©Federico Riva
Un momento dello spettacolo 
© Federico Riva

L’impressione generale è quella di intuizioni potenzialmente vincenti ma non “sostenute” adeguatamente, oppure (essendo quella padovana l’ultima piazza della stagione) di stanchezza e perdita di verve dell’ensemble. Il sospetto nasce dagli indizi positivi: si guardi, oltre al già ricordato “duello a cavallo” al “duetto della disfatta”. Una scena di forte pathos drammatico (il cui schema verrà ripetuto sul finale), nella quale gli attori duellanti, questa volta compagni della tragica ritirata di Russia, disposti frontalmente rispetto agli spettatori, narrano-interpretano a ritmo incalzante e in contrappunto gli orrori delle guerre di ieri e di oggi. Boni e Prayer ne restituiscono il senso angoscioso ma qua e là una pausa salta o un tempo viene perso.  

Presentato al Festival dei due Mondi di Spoleto a luglio 2016, I Duellanti ha goduto di una certa fortuna critica e di un’ottima risposta di pubblico. La platea di Padova non ride e non reagisce agli stimoli provenienti dal palcoscenico, ma applaude entusiasta gli attori al termine dello spettacolo. 



I duellanti
cast cast & credits
 

Il regista Alessio Boni

La locandina dello spettecolo andato in scena al Teatro Verdi di padova
La locandina dello spettacolo andato in scena al Teatro Verdi di Padova


 
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