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Munera. Dall’egemonia del pressappoco all’equilibrio della precisione (con pm)

di Giuseppe Gario
  Munera. Dall’egemonia del pressappoco all’equilibrio della precisione (con pm)
Data di pubblicazione su web 11/04/2017  

«Soltanto in una situazione avventurosa l’avventuriero si fa valere!». «Ma l’antica tendenza europea al frazionamento viene ormai cacciata da parte dalla nuova tendenza mondiale all’unificazione. E questa, nella sua tempestosa avanzata, non avrà posa finché non si sia fatta valere in tutto il globo terrestre. In verità, a quanto pare, l’ordine mondiale si trova ancora soltanto nelle sue tremende doglie del parto. Il mondo è giunto soltanto a una divisione in due». «Appena che l’ultimo temporale si è scaricato, se ne addensa uno nuovo. Col restringersi dello spazio, in conseguenza della civilizzazione, procede il restringersi del tempo: ogni invenzione accelera il decorso». «Sarebbe, infatti, temerario il predire per quali vie dirette e indirette la tendenza all’unificazione del globo, che ogni giorno si fa più piccolo, potrebbe raggiungere la sua meta: soltanto è certo che non vi rinuncerà, dovesse pure avvenire questa cosa miracolosa: che l’umanità dappertutto nello stesso tempo sperimentasse un cambiamento del modo di pensare e abbandonasse la via della civilizzazione e della lotta per il potere, sul quale essa, sferzata dallo scatenato demone della volontà di vivere, avanza furiosamente nonostante l’orrore da cui nel fare ciò viene agitata». Nel 1948 lo storico tedesco Ludwig Dehio così concludeva la storia secolare dei conati egemonici europei, ricostruita a ritroso dal buco nero del nazismo (Equilibro o egemonia, Bologna, il Mulino, 1988, pp. 233, 240-242).

Il problema è una volontà di vivere indemoniata, non la civilizzazione – ovvero la rivoluzione industriale. Quest’ultima, scriveva nel 1961 lo storico russo di formazione franco-tedesca Alexandre Koyré, ha invece «dotato gli uomini di qualcosa che – al di fuori di una piccolissima minoranza – non hanno mai posseduto, ossia di tempo libero, e dunque della possibilità di accedere alla cultura. O di creare una cultura. Poiché non è dal lavoro che nasce la civiltà: essa nasce dal tempo libero e dal giuoco» (Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Torino, Einaudi, 1961, p. 56).

Dehio e Koyré parlano di noi e a noi. Dottore in informatica ventisettenne, Alexandre Aminot ha rotto col mondo tradizionale del lavoro e dalla giungla di Costa Rica, una sua passione; fornisce applicazioni informatiche free-lance a clienti ai quattro angoli della terra, dopo mesi passati a Tenerife in un ostello per giovani specializzato in scalate, altra sua passione. «Ma essere capi di sé impone un vero rigore e molta flessibilità. La maggiore difficoltà è lasciare routine e orari rigidi d’impresa per imporsi un uso del tempo che combina al meglio lavoro e piacere. Non sono mai stato così creativo, organizzato e concentrato come all’estero». «Già da anni ci si può connettere da molti angoli remoti». «Si tratta di vendere le proprie competenze da dove si sogna di vivere». «Ma attenzione, non è vita da turista. Bisogna cercare di parlare la lingua, passare almeno alcuni mesi tra gli abitanti, cercare d’integrarsi». «Gli amici mi dicono sempre: “È cool, ma non temi l’instabilità professionale?” senza rendersi conto che la subiscono quanto me, ma col sedere avvitato al posto di lavoro». «Non bisogna essere troppo ingenui, molte imprese hanno colto bene l’interesse di manodopera delocalizzata a buon mercato». «Bisogna sapere che la relazione di fiducia non va da sé» (Pour ma génération, la CDI représente le Graal. Pas pour moi…, intervista di Maxime François, in «Le Monde», “L’èpoque”, 5-6 marzo 2017, p. 8).

L’innovazione produce nuovi stili di vita, personali e sociali, anche con il satellite europeo Sentinel-2B, quinto e più recente della rete europea Copernicus di osservazione della terra: le sue applicazioni (studio dei cambiamenti climatici, gestione dei disastri, agricoltura di precisione), modificano le relazioni di vita e lavoro con la terra, localmente e in continuo. Con i necessari strumenti culturali, la vita fa un salto di qualità (un manifesto della città della scienza parigina a La Villette informa che «potrò teleguidare una nuvola per irrigare le mie colture»). Mentre gli USA di Trump risvegliano lo scatenato demone della volontà di vivere, l’Europa produce innovazione e cultura.

È la scelta personale di Alexandre Aminot, e di Mattia Barbarossa, Dario Pisanti (liceale e ingegnere di Napoli) e Altea Nemolato (biologa di Caserta) che, collaborando su Skipe a orari impossibili (sono giovanissimi), hanno vinto un concorso mondiale dell’impresa spaziale indiana Team Indus, con il progetto d’uno scudo spaziale di protezione dalle radiazioni cosmiche, con una coltura di cianobatteri. «La loro invenzione toccherà il suolo lunare entro l’anno. È grande come una lattina, ma potrebbe rivelarsi utile per la sopravvivenza degli esseri umani nello spazio» (Rai3 Scienza, 27 marzo 2017).

Innovazione e cultura sono poi scelte sociali e politiche, proprio perché sono in sé scelte personali. Ancora una volta in Europa, «una rivoluzione s’annuncia nella lotta alla miseria. Evoca quella che ha già trasformato la sanità: così com’è divenuto legittimo il sapere dei pazienti, si inizia a riconoscere anche il sapere delle persone che vivono in povertà. In entrambi i casi la sfida è ascoltare la voce dei più deboli, trovarvi l’ispirazione per formulare soluzioni idonee». «L’incrocio dei saperi è una realtà. È il tema del colloquio organizzato il 1 marzo a Parigi dal movimento ATD Quarte Monde con CNRS e CNAM. “Tutti concordano sull’importanza di dare ascolto ai più poveri, ma vogliamo andare più lontano e costruire insieme un pensiero e un sapere”, ha dichiarato Claire Hédon, presidente di ATD Quarte Monde. “Per costruire conoscenze utili a una società senza miseria, è indispensabile e complementare il sapere di tutti”: poveri, universitari, professionisti sanitari e sociali». «Riconoscere il loro valore di esperti, significa anche remunerarli. “Apportano sapere, esperienza, retribuirli è normale”, dice Xavier Godinot di ATD Quarte Monde» (Florence Rosier, Contre la misère, la science participative s’appuie sur les pauvres, in «Le Monde», “Science &Médecine”, 8 marzo 2017, p. 2).

Innovazione è unire pensiero e sapere di chi la produce e ne beneficia e di chi la subisce, messi in relazione e retribuiti perché solo dalla loro interazione nasce un nuovo mondo senza odio, la sfida di sempre per evitare le guerre civili egemoniche di chi sta in alto o, in reazione, di chi sta in basso. Si procede per tentativi e errori, ma per farlo va stabilito un equilibrio tra vincenti e perdenti e precisare, per poi attuare le speranze e gli interessi di tutti, con un lavoro anche istituzionale incessante, come incessante è l’innovazione. Che sempre va per strade impreviste, oggi con la piattaforma informatica di BlackRock, il maggiore gestore finanziario mondiale, che vuole inseguire i valori medi di borsa, perché «quando la borsa sale con regolarità, la sequela di un paniere stabile di valori rende più delle intuizioni degli analisti». «BlacRock annuncia la sostituzione di 30 analisti di borsa con 30 ingegneri dell’intelligenza artificiale» (Philippe Escande, “Aladdin” et l’investissement merveilleux, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 31 marzo 2017). Innovazione, appunto.

Mentre la finanza segue il suo destino conformista, la politica deve innovare con la democrazia dei diritti umani – attuando i diritti, oltre a rappresentare gli interessi – necessaria «all’unificazione del globo, che ogni giorno si fa più piccolo» per «l’umanità dappertutto nello stesso tempo».

Per memoria. Trump porta sul grande schermo la repubblica imprenditoriale nata in Italia vent’anni fa in tv con la repubblica cosiddetta seconda, brutto affare anche in affari. Ofelé fa el to mesté. Fare politica, impresa, lavorare, vivere richiedono culture, tecniche, esperienze specifiche. Nessuno può fare tutti i mestieri, neanche male. «Ad oggi, divenire presidente degli Stati Uniti per Trump è solo uno svantaggio. Il magnate immobiliarista è solo più il 544° più ricco del pianeta, ben dietro gl’inarrivabili Bill Gates e Warren Buffett, secondo la classifica 2017 pubblicata lunedì 20 dalla rivista “Forbes”. Con un patrimonio di 3,5 miliardi di dollari (3,2 in euro), 200 milioni in meno di un anno fa, il presidente americano perde 220 posizioni sul 2016. In parte la caduta è più o meno legata all’elezione». La campagna è costata sessantasei milioni, 19% del suo patrimonio, venticinque gli indennizzi per lo scandalo della Trump University; i trentotto di portafoglio venduti nel 2016 per candidarsi gli sono costati il 16% medio di profitto per l’euforia borsistica dopo la sua elezione. «Ma la sostanza della svalutazione subita da Trump nel 2016 è dovuta anzitutto al suo patrimonio immobiliare a New York, il 48% del suo patrimonio», per le misure di protezione nocive agli affari di locatari come Gucci e Nike, che potrebbero spostarsi, facendo cadere la valutazione della Trump Tower di ottantasei milioni in un anno. «In compenso, la buona tenuta del mercato immobiliare a Manhattan ha rivalutato uno dei suoi edifici, il 40 Wall Street, di 18 milioni di dollari. E la maggiore notorietà per l’elezione ha consentito di aumentare le tariffe di Mar-a-Lago (Florida) valorizzandolo di 25 milioni. Per golf e hotel di lusso il valore è cresciuto di 97 milioni» (Stéphane Lauer, Donald Trump recule dans le classement des milliardaires, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 22 marzo 2017, p. 5).

Ma in gioco è la vita o la morte patrimoniale, perché una parte sostanziale del patrimonio immobiliare di Trump è stata costruita in riva al mare e rischia la sommersione da cambiamento climatico (Trump Grande, Trump Hollywood, Trump Towers II, Mar-a-Lago, Trump Plaza, Trump National Doral, Trump Jupiter Golf Club, oltre a campi di golf, vigneti e così via). «Il discorso pubblico di Trump sul clima è dunque in radicale opposizione ai suoi affari. Lo si può spiegare con il semplice fatto che il presidente americano ha un rapporto delirante con la realtà. Ma può ben essere un modo per lui di preservare il valore dei suoi investimenti». «Finché larga parte della popolazione è convinta del valore di Mar-a-Lago, Trump Grande o del golf di Doonbeg, poco importa se prima o poi sono condannati: restano attivi di qualità. Ma se si generalizza l’opinione che sono perduti – perché non si impedirà all’oceano di avanzare – allora diventano subito attivi spazzatura. Non varranno più nulla ben prima che l’Atlantico li sommerga: quando saremo tutti convinti che il fatto è prossimo e inevitabile» (Stéphane Foucart, Trump, les pieds dans l’eau, in «Le Monde», 21 febbraio 2017, p. 25).

Sono in gioco i valori familiari, non negoziabili senza il potere politico.






 
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