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Fedra in scatola

di Diana Perego
  Fedra
Data di pubblicazione su web 14/03/2017  

Un cubo trasparente al centro del palcoscenico, cinque personaggi in scena. È minimal la messinscena della tragedia Fedra di Seneca del regista Andrea De Rosa. L'essenzialità e la brevità dello spettacolo (un atto unico di ottanta minuti) comprimono la gravitas che si libera nell’applauso catartico del pubblico.

Coraggiosa la scelta di mettere in scena la Fedra latina da parte del regista che già in passato si è confrontato con il teatro antico (Le Troiane di Euripide 1999; Il decimo anno da Euripide ed Eschilo 2000). È annosa e complessa la questione circa la rappresentabilità delle tragedie di Seneca. Basti qui ricordare che la maggior parte degli studiosi ritiene che esse non fossero destinate alla scena bensì alle sale di recitationes.

De Rosa porta Fedra sul palcoscenico del Piccolo Teatro di Milano, riuscendo a potenziarne la "teatralità" nonostante i lunghi monologhi, l'uso della parola prevalente sull'azione, i movimenti ridotti degli attori. Gli strumenti utilizzati sono appunto quelli del teatro: la scenografia, le luci, i suoni, i costumi, la voce degli attori.  


Un momento dello spettacolo©
Un momento dello spettacolo
© Mario Spada

La scenografia di Simone Mannino esprime con efficacia la «tragedia congestionata» di Seneca (G.G. Biondi, Introduzione a Fedra, Milano, Rizzoli, 2014, pp. 41-45). Il cubo dal quale entrano ed escono i personaggi delimita lo spazio in cui esprimere i pensieri e i sentimenti più profondi. La trasparenza della "gabbia" crea una dialettica tra un "dentro" (l'interiorità) e un "fuori" (le relazioni interpersonali), in bilico tra furor e ratio. La scena è inoltre il correlativo oggettivo del matrimonio (per Fedra) e della castità (per Ippolito).

Nello spazio scenico i protagonisti si dibattono illuminati da una luce bianca ospedaliera (luci di Pasquale Mari). La regina è una paziente da curare, il furor una malattia da cui si può guarire. «Voler guarire è già parte della guarigione», dice inutilmente la ragazza/nutrice a Fedra.

I suoni (Gup Alcaro) sono funzionali alla drammaturgia. I microfoni raccolgono i sospiri sofferenti dei personaggi, amplificano le urla (assordante la maledizione di Teseo). I microfoni ad asta non solo raccolgono le parole, le risate, i versi, i rumori della dea Venere (Anna Coppola è eccellente rumorista), ma diventano anche figure spettrali dell’Ade a cui è appesa una maschera neutra o alberi ai quali è attaccato nel finale il corpo a pezzi di Ippolito.


Un momento dello spettacolo©
Un momento dello spettacolo
© Mario Spada

Bianco e nero sono i colori dello spettacolo, in una continua contrapposizione tra luci e ombre, passione e ragione, salute e malattia. Il bianco dell'abito da sposa di Fedra si contrappone al vestito nero di Teseo. Si distingue sul palcoscenico una figura in rosso. Venere con i capelli grigi indossa un completo maschile di velluto cremisi discostandosi dall'immagine topica della dea. Adagiata su uno sgabello, tra una sigaretta e un drink, si gode lo spettacolo della sofferenza umana. Rosso è lo schizzo di sangue che macchia il box trasparente quando Fedra si suicida. Colore simbolo di eros e thanatos.

L'azione e il movimento ridotti inducono gli attori a lavorare sulla voce e sulla parola. Nonostante le sticomitie sentenziose, i lunghi e contrapposti monologhi, il dialogo trasmette la vis tragica.

Hanno colori accesi, senza sfumature, i sentimenti dei personaggi: l'intransigenza di Ippolito (Fabrizio Falco), la rabbia di Teseo (Luca Lazzareschi), la sapientia della ragazza/nutrice (Tamara Balducci), lo strazio di Fedra (Laura Marinoni).


Un momento dello spettacolo ©Mario Spada
Un momento dello spettacolo 
© Mario Spada

Di straordinaria bravura Laura Marinoni che interiorizza e verbalizza in modo commovente la duplicità di Fedra. L'attrice comunica con forza la lacerazione della voluntas («quod volo me nolle») della moglie di Teseo. Con il linguaggio del corpo ne esprime il fascino, il desiderio sessuale, al quale il giovane Ippolito risponde con un rifiuto non del tutto convinto. Extratestuale e forse superfluo il bacio strappato dalla matrigna al figliastro.

Nel finale avviene la contaminazione della tragedia senecana con l'Ippolito di Euripide e le Epistulae ad Lucilium. Venere come una dea ex machina euripidea ristabilisce la verità. Ma a differenza del testo greco, sorprendentemente la dea rivela che le passioni illecite e le sofferenze che ne derivano non sono generate dalle divinità. La responsabilità è unicamente dell'uomo. «Io non sono niente, non ci sono dèi in Seneca. Il Dio è in te, è dentro di te e come tu lo tratti, egli ti tratta» dice Venere, negando la sua stessa esistenza e dando voce a Seneca filosofo stoico.

Il logos tenta di piegare e spiegare l'animo umano. Intanto la tragedia volge al termine e del giovane Ippolito rimane solo il torace issato su uno stendardo. Un torso del Belvedere a futura memoria.




Fedra
cast cast & credits
 



La locandina dello spettacolo






Anna Coppola
nel ruolo di Venere


 
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