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“Fare qualcosa” agli altri (con N.B.)

di Giuseppe Gario
  “Fare qualcosa” agli altri (con N.B.)
Data di pubblicazione su web 08/03/2017  

«La forma più diretta di potere è il puro potere di azione: il potere di recare danno agli altri con un’azione diretta contro di essi, il potere di “fare qualcosa” agli altri». «Può togliere loro il credito, dar fuoco alla casa, imprigionare o espellere l’altro, mutilarlo, violentarlo, ucciderlo». Catalogo a noi ben noto, lo scrisse nel 1986 Einrich Popitz, emerito di sociologia all’Università di Friburgo (Fenomenologia del potere, Bologna, il Mulino, 1990, p. 65).

«I tre elementi della sindrome della violenza totale non soltanto concordano, ma si accrescono anche vicendevolmente. L’esaltazione e l’indifferenza si sostengono a vicenda. Le glorificazioni del proprio atto violento diventano ancora più sicure, ancora più indisturbatamente possibili se il nemico è un nulla – quand’anche un nulla pericoloso – le cui opposte ragioni è del tutto impossibile prendere in considerazione» (ivi, p. 88). «Allo stesso modo l’esaltazione e l’indifferenza agevolano la disponibilità a impiegare strumenti tecnici di violenza, e la tecnicizzazione della violenza si ripercuote su entrambi gli atteggiamenti». «Necessaria è la fredda concentrazione mentre le emozioni potrebbero disturbare» (ivi, p. 89). Resta la «supposizione che possa essere compresa sempre meglio la comunanza degli interessi vitali, che si possa cioè riconoscere che ormai la sicurezza può essere raggiunta solo come sicurezza nella reciprocità» (ivi, p. 90).

Supposizione confermata nel 1989 dallo storico crollo del muro di Berlino. La forza della reciprocità era stata studiata nel 1984 da Robert Axelrod, docente di scienze politiche all’Università del Michigan, in un torneo mondiale informatico sul “dilemma del prigioniero”, che ritiene irrazionale la reciprocità. In un girone all’italiana ripetuto cinque volte tra quattordici strategie – di psicologi, scienziati politici, economisti politici, matematici, sociologi – vinse la più semplice, “colpo su colpo” di Anatol Rapoport dell’Università di Toronto: dopo la prima mossa cooperativa (fiducia) reagiva con l’identica mossa di risposta del concorrente. Per lo scalpore il torneo fu ripetuto tra concorrenti molto più numerosi e differenziati e strategie aggiornate sui risultati precedenti. Vinse nuovamente “colpo su colpo”. «Uno dei principali motivi per cui i programmi “non buoni” non si sono piazzati in gara è proprio il fatto che quasi nessuna delle regole partecipanti al torneo era abbastanza clemente» (Robert Axelrod, Giochi di reciprocità. L’insorgenza della cooperazione, Milano, Feltrinelli, 1985, p. 37). Incluso “colpo su colpo”.

«Contro la facile convinzione che la migliore strategia sia necessariamente “occhio per occhio, dente per dente”: esistono almeno tre strategie che, se si fossero presentate in gara, avrebbero potuto vincere tranquillamente» (ivi, p. 39). Una perdonava le defezioni isolate, ma «anche gli strateghi più esperti non attribuiscono all’importanza della clemenza un peso sufficiente». «“Look ahead” (pensa al futuro), si ispirava alle tecniche impiegate per il gioco degli scacchi a livello di intelligenza artificiale. E non è cosa da poco che la metodica dell’intelligenza artificiale potesse ispirare una strategia che nei fatti si sarebbe dimostrata migliore di tutte le altre». La terza partiva «pessimistica, mentre si è poi accertato che l’ottimismo iniziale, non soltanto sarebbe stato più preciso, ma avrebbe anche determinato un piazzamento nettamente migliore, conquistando il primo posto, non il decimo» (ivi, p. 40).

Clemenza, innovazione, ottimismo sono le chiavi del successo, il successo di chi progetta e realizza strategie di relazione clementi, innovative e ottimistiche nel suo ambiente specifico, plasmandolo. Il 20 gennaio 2017 al Collège de France, nel corso Ètat social et mondialisation: analyse juridique des solidarités, il giurista Alain Supiot ha ricordato che istituzioni democratiche nascono da cittadini democratici e non viceversa. Solo Dio è buono. «Ciò che ci si augura non è l’uomo buono, ma una nuova forza della nostra capacità di immaginazione» (Popitz, Fenomenologia del potere, cit., p. 91).

Ne è convinto anche il ricercatore “ibrido” (ingegnere e sociologo) Pierre Veltz in La Société hyper-industrielle, le nouveau capitalisme productif (Seuil 2017). «A scala mondiale l’industria non ha mai avuto tanti addetti – 330 milioni nel 2010». «Il prodotto manifatturiero mondiale è una volta e mezza quello del 1990! Anche in Francia la produzione industriale è raddoppiata dal 1995 al 2015 […]. La trasformazione fondamentale non è l’automazione dei compiti, ma l’aumento della connettività, il fatto che tutti i compiti, tutti gli attori, tutti i processi possono ormai collegarsi tra loro, a molteplici scale geografiche, creando così grandi masse di dati che sono la materia prima delle nuove catene del valore. […] La rivoluzione numerica non sta nel sostituire i robot agli esseri umani, ma nel mettere in rete tra loro le macchine, le macchine e gli esseri umani, e gli esseri umani tra loro. […] Una “global factory” che sta integrando cliente e utente direttamente nel circuito produttivo. È così che un mondo sempre più connesso appare sempre più opaco».  

La nostra immaginazione è decisiva in «almeno tre sfide prioritarie nei paesi occidentali. Anzitutto il primato della formazione continua in questa economia della conoscenza mondializzata. Poi la polarizzazione estrema di un’economia organizzata su poli urbani che catturano valore e lavori qualificati. Infine la mutazione del salariato: il lavoro diviene sempre più una prestazione di servizio, un contratto di progetto, in una logica di gestione per obiettivi e non più per strumenti”. L’autore così sottolinea l’ambivalenza di questa “grande trasformazione”: “essa offre possibilità inedite di emancipazione moltiplicando la capacità individuale di contribuire, e al contempo comporta enormi rischi per la protezione e la regolazione assicurativa delle solidarietà costruite intorno al lavoro salariato» (Vincent Giret, Schumpeter, réveille-toi, ils sont devenus fous!, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 17 febbraio 2017, p. 7).

Questi rischi sono la linea di faglia che ci minaccia tutti, inclusi gli USA di Trump che cercano sicurezza isolandosi dal mondo e facendo del male se possono, in una miscela di luddismo, enclosure, controllo del territorio. Luddismo contro l’economia relazionale di Veltz, enclosure per privatizzare i beni ambientali e controllo speculativo del territorio come pietra angolare del sistema.

«La Trump Grande è all’altezza del suo nome», si legge sul sito della Trump Organization «Con tre splendide torri su quattro ettari e circa 300 metri fronte mare ininterrotto nella Florida meridionale». «A meno di 60 metri dalla costa, il problema è che la National Oceanic and Atmospheric Association (NOAA) ha di recente (e molto discretamente) pubblicato un rapporto sulla vulnerabilità della regione all’innalzamento del livello marino» (ibid.). A rischio sono anche la Trump Hollywood, la Trump Towers II, sulla Sunny Isle Beach, Mar-a-Lago Club, Trump Plaza, Trump National Doral, Trump Jupiter Golf Club – tutti attivi di bilancio della Trump Organization e/o associati, oltre ai beni della famiglia Trump anch’essi minacciati, campi di golf a pelo d’acqua, vigneti.

«Fino a che gran parte della gente è convinta del valore di Mar-a-Lago, di Trump Grande o del golf di Doonberg, poco importa siano condannati a più o meno breve termine: restano attivi di qualità. Ma se si generalizza l’opinione che sono perduti – perché non si impedirà all’oceano di salire – diventano rapidamente spazzatura. Non varranno più nulla ben prima di essere sommersi dall’Atlantico» (Stéphane Foucart, Trump, les pieds dans l’eau, in «Le Monde», 21 febbraio 2017, p. 25).

Intanto, dato che vi si possono incontrare Trump, suo genero e il consigliere strategico Bannon, l’associazione a Mar-a-Lago Club è raddoppiata (a duecentomila $), e «le richieste di associazione destano la preoccupazione che la presidenza sia mercificata» (Nicholas Confessore-Maggie Haberman-Eric Clipton, At Trump’s Club, A Chance to Whisper in His Hear, in «The New York Times International Edition», 23 febbraio 2017, p. 10).

Trump è sintomo ineludibile del problema diagnosticato nel 2009 da Giovanni Arrighi: il dominio non egemonico USA sul mondo post-guerra fredda, trasformazione «nata non dall’emergere di nuove potenze aggressive, ma dalla resistenza statunitense all’adattamento e alla conciliazione» (Il lungo XX secolo, Milano, Il saggiatore, 2014, p. 407). Putin e Trump «ritengono entrambi salutare esercizio di potere umiliare gli avversari» (Champions of the World, in «The Economist», 11-17 febbraio 2017, p. 14).

Ma umiliarci a vicenda, magari in nome degli umili, è un suicidio perché il nostro futuro dipende dallo ristabilire reciprocità tra i sempre più numerosi esclusi e la nuova economia sovranazionale di relazione «organizzata su poli urbani che catturano valore e lavori qualificati». Il progetto politico è sempre “libertà, eguaglianza, fraternità”, ma gli stati nazionali, nessuno escluso, sono ormai impotenti e attraversati dalla linea di faglia dell’ineguaglianza che lascia loro solo il puro potere di fare del male agli altri, dentro e fuori, com’è sempre più evidente. Cresciuto sulla relazionalità di profitto, il nostro mondo non ha più/ancora un interlocutore politico in grado di produrre relazionalità di reciprocità. Salvo in embrione l’UE area euro. Il messaggio non è più il mezzo, è l’uso che ne facciamo con «una nuova forza della nostra capacità di innovazione», che le cronache ci dicono all’opera sul limite della faglia che ci minaccia, l’odio online (ibid.).

«Jigsaw, organizzazione di Google finalizzata a rendere più sicuro il mondo con le tecnologie, il 23 febbraio ha annunciato la disponibilità per tutti, in open source, di una tecnologia progettata per risanare le discussioni in rete. Perspective, questo il suo nome, è stato testato diversi mesi sul sito del “New York Times”. È una tecnologia di intelligenza artificiale, machine learning capace di valutare su una scala da 1 a 100 la “tossicità” di un commento». «Consente di valutare un commento molto più rapidamente di un essere umano, per un costo frazionale. Ma non intende sostituirlo». «I siti potranno utilizzarlo al meglio: ad esempio inviando in priorità ai moderatori umani i commenti valutati più problematici» (Morgane Tual, Contre les messages haineux, l’intelligence artificielle, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 24 febbraio 2017, p. 8).

Nella Silicon Valley di GAFA (Google Amazon Facebook Apple) e dell’economia sovranazionale relazionale, il ministro degli esteri danese Anders Samuelsen il 26 gennaio ha annunciato l’apertura di un’“ambasciata numerica”. «Afferma che si tratta di “nuovi Stati”, ma è inesatto. Sono piuttosto oggetti politici non identificati, OPNI», «matrice del futuro elaborando programmi transnazionali di intelligenza artificiale, big data, transumanismo». «Le OPNI si presentano ora come semplici imprese a servizio del nostro benessere, ora come avatar di potenze politiche autonome». «Salvo accettare una regressione democratica radicale, non si può vedere apparire queste OPNI nello spazio politico senza porsi la questione dei loro intenti. Chi ne controlla le ambizioni? Non sono imprese virtuali. Sono concentrate in uno Stato americano, la California». «Bisogna prenderle sul serio e in primo luogo chiarire il mistero della loro governance: coloro che le guidano non sono extraterrestri» (Pierre-Yves Gomez, Les GAFA, puissances du troisième type, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 24 febbraio 2017, p. 7).

Anche nel mondo globale ognuno deve fare il proprio mestiere, ma il lavoro di innovazione politica necessario anche a quella scientifica, inclusa l’intelligenza artificiale, lo sta facendo solo l’UE.

Giuseppe Gario

Milano, 5 marzo 2017

N.B. Trump non deve distrarci troppo. «Il caos allarma i maggiorenti repubblicani e gli uomini d’affari loro sostenitori. Ma se è ciò che cercano i più feroci sostenitori di Trump, e se serve a dimostrare la sua autenticità alla base che decide le fortune elettorali dei legislatori, il caos è un prezzo accettabile, per ora» (America first and last, in «The Economist», 4-10 febbraio 2017, p. 17). Con parole più semplici Kellyanne Conway, consigliere presidenziale, lo ha spiegato al gran forum annuale dei conservatori americani, la Conservative Political Action Conference (CPAC), il 24 febbraio a Washington: «senza dubbio ha riassunto più brutalmente questo tentativo di prendere il controllo del partito suggerendo che la CPAC si trasformi in TPAC (TrumpPAC)». «Secondo Gallup nel 2015 solo il 12% degli elettori repubblicani USA avevano un’immagine positiva di Putin. Secondo un’inchiesta pubblicata il 21 febbraio, ora è il 32% a giudicarlo favorevolmente» (Gilles Paris, La Maison Blanche se lance à la conquête du camp républicain, in «Le Monde», 2 aprile 2017, p. 2).

I campioni del mondo bipolare (anche clinicamente) continuano a mascherare l’irreversibile crisi degli stati nazionali e della loro sovranità, totem di Brexit, di Trump e dei nazionalisti/populisti europei. «È indubbio che la nozione di sovranità quale suprema potestas superiorem non recognoscens risale alla nascita dei grandi Stati nazionali europei e al correlativo incrinarsi, alle soglie dell’età moderna, dell’idea di un ordinamento giuridico universale che la cultura medioevale aveva ereditato da quella romana. Parlare della sovranità e delle sue vicende storiche e teoriche vuol quindi dire parlare delle vicende di quella particolare formazione politico-giuridica che è lo Stato nazionale moderno, nata in Europa poco più di quattro secoli fa, esportata in questo secolo in tutto il pianeta e oggi al tramonto» (Luigi Ferrajoli, La sovranità nel mondo moderno, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 7-8).

Tramonto che non va confuso con l’alba, nel buio sempre più fitto. Sovrana è la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, dal 1948. La sua realizzazione prosegue, penosamente, solo in Europa, di radice greco-giudaico-cristiana e madre di democrazia, imperi, stati nazionali e rivoluzioni, e dell’UE. «È oggi divenuto più che mai attuale ed urgente l’auspicio formulato da Hans Kelsen oltre settant’anni fa [ndr: cent’anni, per chi legge]: «il concetto di sovranità», scriveva Kelsen a conclusione del suo celebre saggio sulla sovranità del 1920, «deve essere radicalmente rimosso. È questa la rivoluzione della coscienza culturale di cui abbiamo per prima cosa bisogno» (ivi, pp. 9-10).






 
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