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Un teatro della voce per il pensiero critico

di Eloisa Pierucci
  La sorella di Gesucristo
Data di pubblicazione su web 28/02/2017  

La sorella di Gesucristo è il terzo e ultimo capitolo della Trilogia della provincia: tre monologhi scritti e interpretati da Oscar De Summa, ospitati dal Teatro Fabbricone nello spazio raccolto della Sala 2.

Come i due episodi precedenti (Diario di provincia e Stasera sono in vena), anche questa terza tappa è ambientata ad «Erchie: provincia di Brindisi, città medievale, Comune d’Europa» (si legge nella presentazione riportata sul sito dell’attore) negli anni ’80, un’epoca di contraddizioni in bilico fra un apparentemente sfrenato progresso economico e tecnologico e il peso di tradizioni ancestrali.

De Summa, eclettico attore, drammaturgo e regista con alle spalle, fra l’altro, numerosi adattamenti shakespeariani, sceglie dunque come punto di partenza la Puglia della propria adolescenza – una terra resa ancor più difficile dalla nascita della Sacra Corona Unita – per proporre temi universali e di stringente attualità.

Lo spettacolo è certamente ascrivibile al genere del teatro di narrazione. Ma in questo caso la narrazione è un tenue pretesto per evocare voci, emozioni, contraddizioni, per suscitare nello spettatore adesione e repulsione, per portarlo a mettere continuamente in discussione ciò che viene raccontato e, in ultima analisi, sé stesso.

La storia infatti è semplice, di una linearità paradigmatica: la diciassettenne Maria attraversa il sonnolento paesino pugliese con in mano una pistola Smith & Wesson nove millimetri. In questa marcia silenziosa e determinata, dalla meta ben precisa, incontra familiari, compaesani, amici. Non interagisce con nessuno, ma il suo passaggio suscita reazioni, commenti, prese di posizione. Infine la ragazza giunge davanti all’uomo che la sera precedente – un venerdì santo – le ha usato violenza.

Il percorso è scandito in fasi che si ripetono con lo stesso schema: ogni segmento di racconto è preceduto dalla fredda enunciazione di strategie militari e seguito da un riassunto per immagini in stile comics (gli efficaci disegni di Massimo Pastore), proiettate e accompagnate da musica pop-rock anni ’80.



Oscar De Summa in un momento dello spettacolo 
©Lucia Baldini

Tanto il nome della protagonista quanto il suo ironico epiteto (“la sorella di Gesucristo”) rimandano alla religione cattolica: così le diverse tappe della marcia si configurano quasi come altrettante stazioni di una Via Crucis. Più o meno scoperti, i riferimenti alla Passione di Cristo abbondano: dal già citato soprannome della ragazza all’esplicito accostamento fra Giuda e l’amica traditrice, dallo scontro con maldicenze e derisioni all’incontro con figure solidali, fino alla scelta di ambientare la vicenda proprio durante la Settimana santa.

Diametralmente opposto l’epilogo: Maria non va incontro al proprio ineluttabile sacrificio, ma alla riappropriazione di sé stessa, che passa attraverso l’uccisione dello stupratore. Una morte altrettanto ineluttabile? Sì, se vogliamo adottare una lettura simbolica della drammaturgia: durante la narrazione, del resto, l’azione del camminare viene spesso descritta come un dovere, quasi più grande della volontà della stessa Maria. No, se la riflessione si sposta sui concreti effetti della violenza: una via che l’attore-autore sembra indicare nell’ultima parte del monologo, lasciando poi lo spettatore immerso nel rovello di dubbi e sensazioni contrastanti, senza la possibilità di un’aristotelica catarsi né il conforto di una qualche cristiana redenzione.

Matteo Gozzi progetta una scena completamente spoglia, illuminata da luci arancio che passano al blu nei momenti più lirici. De Summa, vestito in modo neutro, si sposta fra i due microfoni previsti dalla “partitura” da lui orchestrata: protagonista assoluta diventa così la sua voce, che, complici gli effetti sonori ottenuti grazie alle diverse modulazioni dell’amplificazione, riesce a caratterizzare con infinite sfumature personaggi e azioni. L’attore, nell’uso quasi virtuosistico dello strumento vocale, sembra trovare i suoi punti di riferimento nell’arte di Carmelo Bene e Leo de Berardinis.

La narrazione viene condotta a volte con ritmo frenetico, a volte con sospensioni e pause poetiche; i compaesani di Maria diventano una sorta di coro nel quale spiccano però alcune individualità tratteggiate con ironia: la folla infatti assume un ruolo fondamentale nella vicenda e spesso cambia opinione in modo tanto repentino quanto compulsivo, come nel Giulio Cesare di Shakespeare.

Ciascuno dei personaggi principali, poi, viene restituito in tutta la sua ambiguità e complessità: particolarmente efficaci i ritratti di Teresa, l’amica traditrice – che il pubblico è portato a “condannare” non senza un moto di compassione –, e della madre dello stupratore, che, descritta con tratti quasi animaleschi, recupera una sua dimensione umana proprio schierandosi con Maria.


Oscar De Summa in un momento dello spettacolo © Lucia Baldini
Oscar De Summa in un momento dello spettacolo 
©Lucia Baldini

Così, attraverso le tante voci di questo racconto corale, emergono a poco a poco le diverse modalità con cui viene praticata la violenza “di genere”: quella fisica, quella legata agli stereotipi, quella determinata da ruoli sociali secolari e apparentemente incrollabili, quella, sottile ma non meno distruttiva, delle parole. «Se l’è cercata», «è stata lei a provocarlo»: frasi che corrono di bocca in bocca nella provinciale Erchie; frasi che chiunque, almeno una volta, può aver ascoltato o letto (o magari pensato) a commento di episodi di stupro.

Dalla finzione scenica si passa senza soluzione di continuità all’attualità: ed ecco che lo spettatore diventa parte muta di quel coro paesano ed è chiamato a interrogarsi e a confrontarsi in modo critico con le proprie convinzioni sul tema della violenza.

Il coinvolgimento del pubblico è ottenuto attraverso un ben dosato equilibrio fra il pathos dei momenti più intensi e il distacco provocato dall’ironia, complici le musiche che dialogano in modo serrato e coerente con la narrazione. Dagli Eurythmics ai Police, dai Pink Floyd ai Nirvana, passando per gli U2, De Summa sceglie un repertorio di grandi classici del pop-rock risalenti prevalentemente agli anni ’80: se da una parte i brani selezionati rappresentano la colonna sonora ideale di chi in quel periodo ha vissuto la propria adolescenza, dall’altra costituiscono un patrimonio comune intergenerazionale immediatamente riconoscibile. Per questo sono un tappeto musicale perfetto per l’inarrestabile marcia di Maria, accentuandone il carattere simbolico.

Proprio la protagonista sembra l’unica a non trovare una sua voce. Se gli altri personaggi vengono descritti con precisione chirurgica nelle loro più intime contraddizioni, la “sorella di Gesucristo” rimane insondabile, quasi inaccessibile. Così lo scarto di registro che caratterizza l’ultimo “atto” della vicenda lascia spazio a molteplici interpretazioni. De Summa si allontana dai microfoni, riduce l’amplificazione al minimo, smette le inflessioni dialettali con cui aveva in precedenza tratteggiato alcuni passaggi, adotta un tono di voce neutro, privo di picchi espressivi, e dà vita al personaggio dello stupratore, enunciando una vera e propria apologia della violenza.

Si sente uno sparo. Siamo di fronte a una morte necessaria, “giusta” punizione di un’azione gravissima, premessa imprescindibile al riscatto di Maria e di tutti coloro che hanno subito un trauma simile? Oppure si tratta di un’ulteriore conseguenza nefasta dell’atto violento, talmente forte da confondere vittima e carnefice in una spirale potenzialmente infinita?

Nel programma di sala si legge: «È giusto usare la violenza per riparare ad una violenza? E se così non fosse che alternative avremmo?». Quesiti lasciati deliberatamente aperti, che non trovano risposta nello spettacolo. Ma poiché il teatro diventa tanto più pregnante quanto più semina dubbi e inquietudini, stimolando la riflessione e incoraggiando il pensiero critico, la performance di De Summa risulta pienamente convincente.




La sorella di Gesucristo
cast cast & credits
 








La locandina dello spettacolo

La locandina dello spettacolo



 
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