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Sotto il pretesto della gelosia

di Chiara Schepis
  Le donne gelose
Data di pubblicazione su web 10/02/2017  

Mirandolina invecchiata o la sua audace antenata? Poco cambia, o forse tutto, nel considerare Padrona Lugrezia embrione o risultato del percorso di emancipazione della Locandiera. Le donne Gelose è la prima “venezianissima commedia” che Carlo Goldoni scrive nel 1752, mentre, appunto, si cimentava con il “plurilinguismo” e il brio di La locandiera. Di fili intrecciati se ne ritrovano a iosa e se è un piacere per il lettore sciorinare le trecce, ancor più gradevole è per lo spettatore trovarsi di fronte a una regia aperta, che coerentemente lascia spazio alle libere interpretazioni, alle riflessioni.

Polifonica la chiave di lettura di Giorgio Sangati, regista made in Piccolo, che rende riconoscibilissimi la firma e lo stile della scuola milanese (Ronconi docet).  Attraverso uno sforzo di originalità Sangati crea un allestimento al contempo plastico, aereo, nero. Non si tratta di aggettivi casuali: la plasticità, la leggerezza e il dato cromatico sembrano essere le tre caratteristiche principali della sua cifra registica, in collaborazione ora con scenografo e costumista, rispettivamente Marco Rossi (già curatore delle scene per una versione ronconiana della pièce) e Gianluca Sbicca; ora con il curatore delle luci, Claudio De Pace, e con quello delle musiche, curiosamente anonimo, e, costantemente, con gli attori, tutti all’altezza della situazione.



Un momento dello spettacolo
© Attilio Marasco

La polifonia dello spettacolo nasce dalla capacità di tenere in equilibrio le diverse voci dei molteplici codici scenici. Luci di riflesso, qualche passerella inclinata e una scenografia tendente al nero e all’astratto, o quanto meno al neutro. Aperture scorrevoli e oggetti cubici e componibili rimandano a Venezia, città in bilico sull’acqua, “borgo” dai mille anfratti che permette un costante nascondino di personaggi e sensazioni. A partire dal buio di una permanente sera o indugiando alla luce artificiale e cupa degli interni, dove i personaggi esplodono in deliri di gelosia, si eccitano nel sogno di vincite iperboliche, smaniano per attrazioni e istinti sessuali, la cromia predominante è quella dei toni notturni: blu scuro, nero intenso. Sono rarissimi i momenti in cui la luce si scalda e, con l’aiuto dei costumi, quelli delle “donne gelose” in particolare, la scena si illumina.

La poesia dei cromatismi, di Sangati-Sbicca più che di Goldoni, crea una differenza tra personaggi colorati, dai sentimenti e dalle azioni comuni, superficiali, privi di ragionamento profondo, e personaggi in bianco e nero che creano fotocopie sbiadite di un tempo ormai perduto. Perduto, non migliore. Il bianco e nero evidenzia e distacca Donna Lugrezia (una superba Sandra Toffolatti), il particolarissimo Arlecchino di Fausto Cabra (entrambi gli attori si erano già cimentati in questo testo sotto la direzione di Ronconi, e il suo magistero è evidente) e infine Siora Fabia (Federica Fabiani), muto e monumentale tarocco della prevaricazione, sempre in maschera. Poetico-allegorico è ancora l’inserimento dei passaggi di un gruppo di maschere dai toni pastello dell’azzurro e del verde acqua marina, unico cedimento alla visione pittoricamente nostalgica di una Venezia settecentesca, evanescente.

Le musiche, una colonna sonora fatta di melodie oniriche e rumori d’acqua (la prima sequenza si apre con uno scroscio di vera pioggia che viene giù da una diagonale in graticcia), non sembrano assecondare l’azione, anzi. Travalicando il proscenio, il côtè sonoro infonde in sala un senso di quiete e serenità, tradito dal rocambolesco succedersi di dialoghi di estrema cattiveria, di profonda bassezza.



Un momento dello spettacolo
© Attilio Marasco

La cattiveria, intesa proprio come intenzione, sembra strutturare l’interpretazione degli attori, tutti, dicevamo, estremamente preparati alla non facile prova goldoniana in dialetto veneziano. Lo stile recitativo dell’intera compagnia testimonia l’influenza della formazione del regista. Il passo in più della regia di Sangati accompagna questo Goldoni verso una Commedia dell’arte rivisitata, filtrata attraverso lo strutturalismo ronconiano – evidente in certe coreografie degli interpreti disposti in schiera o comunque imbrigliati in percorsi rettilinei (viene in mente Lehman Trilogy) –, e in cortocircuito rispetto al metodo mimico di matrice costiana, ma decostruito ed enfatizzato.

Si prenda come esempio una delle scene iniziali in casa di Lugrezia-Toffolatti, quando la vedova in abito lungo e nero, insieme all’esuberante Boldo-Sergio Leone in verde scuro scelgono i numeri da giocare al lotto. L’attrice plasma i numeri fortunati nell’aria che diventa materia e attraverso i suoi gesti, destrutturati e ideografici al contempo, rende visibile al pubblico i numeri sognati. Così il numero ottantotto nella cabala della vedova rimanda all’orso, reso dall’attrice attraverso una mimica grottesca e bramiti muti. O, ancora, il numero otto, che viene letteralmente incorporato attraverso movimenti sinuosi che fanno confluire l’attenzione del compagno di scena e dell’intero pubblico sul fondoschiena dell’attrice, che di colpo ci appare bellissima. Ottimo risultato che solo una spregiudicata primadonna riesce ancora ad ottenere a teatro con tanta grazia.



Un momento dello spettacolo
© Attilio Marasco

Estremamente influenzato da una mimica esibita è infine Arlecchino-Cabra. “Fotocopia” volontaria degli storici Soleri e Bonavera, il giovanissimo attore è più vicino al personaggio di un video game che al classico stereotipo del servo sciocco, con una ricca gamma di suoni onomatopeici e paralinguistici che completano una postura sempre destrutturata tendente allo scivolamento e all’inciampo. Notevolissima prova d’attore, la sua, che mostra grande duttilità. Ce ne dà prova quando, rientrando carico di “sportelle” per il festeggiamento dell’ultimo atto, una capriola gliene fa perdere una che finisce in platea. Cabra imbastisce una divertentissima improvvisazione con il pubblico che si conclude in un applauso a scena aperta.

Tra balzi, capriole e sotterfugi svelati ci si avvia rapidamente alla fine della commedia e alla riabilitazione della protagonista, personaggio positivo, ma fino a un certo punto, della corrosiva satira goldoniana sulla sua società e sulla nostra, sugli istinti umani. Da vedova, infatti, Lugrezia pare essersi liberata dai vincoli stringenti delle gelosie e delle dinamiche di coppia e, forse proprio perché libera dai vagheggiamenti amorosi (che distraggono), può concentrarsi sulla sua parte: quella della vedova, nascondendo senza troppa ipocrisia commerci e usura sotto il manto nero della bontà. In definitiva tutti i personaggi sono soli e temono tremendamente la solitudine; Lugrezia sola è e sola rimane, nella convinzione, così attuale, che i soldi consolino l’animo.


Passando i anni, passa la bellezza,

Ma de tutto ghe xe, co ghe xe bezzi.

Una povera donna se desprezza;

Ma quando la ghe n’ha, se ghe fa i vezzi.

Che i sia per interesse, o per amor,

Se accetta tutto, e se consola el cuor.




Le donne gelose
cast cast & credits
 

© Attilio Marasco
Sandra Toffolatti (Lugrezia)
© Attilio Marasco




 
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