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Il futuro è già cominciato (e da noi?)

di Giuseppe Gario
  Il futuro è già cominciato (e da noi?)
Data di pubblicazione su web 06/02/2017  

Un amico, che ringrazio, mi ha segnalato il corso del giurista Alain Supiot al Collége de France su État social et mondialisation: analyse juridique des solidaritès. Nelle lezioni conclusive del 13 e 20 gennaio 2017 ha tracciato un solido ponte tra passato e futuro.

Un secolo di sentenze di diverso segno della Corte Suprema USA è culminato nel 2010 nel via libera a imprese e associazioni, spesso loro emanazioni, a finanziare senza limiti la politica in nome del primo emendamento sulla libertà di parola dei cittadini americani, ai quali imprese e associazioni sono ora equiparate. Le opinioni dei cittadini, figli di Dio, sono travolte dagli interessi delle imprese, figlie di leggi fiscali devote alla crescita economica, misurata sui profitti.

Il tutto nella nuova sfera pubblica duale analizzata da Giovanni Ziccardi, docente di informatica giuridica dell’Università degli Studi di Milano. «Prima la sfera pubblicata era controllata dai mass media tradizionali, ossia ciò che era veicolato – argomenti, dibattiti, opinioni, temi in discussione – era sempre passibile di un controllo nella sua presentazione e nella sua circolazione. Ora la sfera pubblica vede ancora presenti i mass media, seppure in una forma adattata al nuovo ambiente di Internet, ma il controllo non è più di loro esclusiva competenza, bensì è Internet, con l’economia dell’informazione condivisa, che sembra essersi incorporata nel dibattito democratico e, quindi, nella democrazia stessa» (L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete, Cortina 2016, p. 73).

Perciò «il panorama dell’odio online moderno, rispetto a quello degli anni Novanta e dell’inizio degli anni Duemila, si caratterizza anche per questo: i grandi fornitori di tecnologia e di piattaforme diventano parte in causa diretta nella decisione di quali contenuti rimuovere e di quali vittime difendere». «Occorre sempre tenere a mente, quando si tratta di odio online, che il network dell’odio che si è creato, e che è segnalato in crescita costante, non è virtuale, ma reale. La digitalizzazione consiste soltanto in pacchetti di dati che contengono le parole e che attraversano i continenti, ma gli effetti sulle persone e sulla loro salute sono identici a quelli conseguenti ad aggressioni fisiche ed altrettanto reali». «Il pericolo è grande perché Internet è un network globale e, soprattutto, non è virtuale, ma è sempre reale e concreto» e si sa «come fin dagli inizi, i gruppi che incitavano all’odio avessero trovato un vero e proprio “porto sicuro” per i loro siti web negli Stati Uniti d’America, dal momento che la Corte Suprema aveva significativamente limitato, nel corso degli anni, la possibilità del governo di proibire la distribuzione di materiale razzista e provocatorio in quel paese» (ivi, pp. 77-78).

La Corte Suprema USA ha legittimato una sfera pubblica virtuale aggressiva, finanziata senza limiti da imprese e associazioni, fuori da ogni controllo e risposta giurisdizionale; i provider USA decidono su etica, contenuti e tutela dei diritti nell’Internet globale. Trump ne è l’espressione e coi suoi tweet esaurisce il dibattito politico in un sistema che in lui restituisce il potere al popolo, cortocircuitando il Congresso, come il governo britannico avrebbe voluto fare dopo Brexit, anche se la Camera dei Comuni incarna la sovranità nazionale che si presume ritrovata.

È la crisi irreversibile della democrazia rappresentativa, che non è democrazia. Il 7 settembre 1789 l’abate Sièyes diceva all’assemblea che «il popolo, lo ripeto, in un paese che non è una democrazia (e la Francia non saprebbe esserla), il popolo non può parlare e agire che tramite i suoi rappresentanti» (Dominique Rousseau, Radicaliser la démocratie. Propositions pour une refondation, Seuil 2015, p. 24).

Oggi la democrazia neoliberale di mercato sostituisce i professionisti della rappresentanza con imprenditori e manager campioni del profitto, specie se monopolisti. Con loro i ricchi Paperoni e i poveri, o i timorosi di divenire tali, vogliono rifare la nazione “great again” negli USA di Trump o riportarla alla sovranità in UK, che diversamente dagli USA non si illude di fare ciò che vuole, perché la sua economia e la sua moneta non reggono il duro gioco senza regole degli USA (ma può diventare un paradiso fiscale, com’è nelle intenzioni). Tocca a «The Economist» avvisare che «l’errore di Trump è pensare che i paesi sono come le imprese. Di fatto gli USA non possono allontanarsi dalla Cina in cerca di un’altra superpotenza con cui accordarsi sul Mar Cinese Meridionale» (The 45th president January, 21-27 gennaio 2017, p. 7).

Come per la guerra in Iraq di Bush e Blair, alternativa al gioco USA può essere l’Europa area euro, con un governo federale; perciò ha contro Trump, UK-Brexit e i movimenti europei che apparentano ricchissimi e poverissimi (o timorosi di diventare tali) non più in comunità civili fondate su diritti e doveri stabiliti dal diritto, bensì in popoli mercantili che a destra e sinistra odiano i concorrenti poveri e onorano i ricchi per il loro successo di mercato – che nel 1997 Robert H. Coase considerò criterio di verità anche per le idee (The Market for Goods and the Market for Ideas, in «The American Economic Review», 64, 1997, 2, pp. 384-391).

Come fu per il socialismo in un solo paese di Stalin, il capitalismo in un solo paese di Trump rinuncia al dominio globale ormai impossibile mentre si profila (così il citato giurista Supiot) una mondializzazione di unità nella diversità, non più egemonica neoliberale. Da qui l’ostilità anche verso la Cina.

Nel nostro piccolo di stati europei, deboli anche per un’articolazione regionale tuttora conflittuale, il ritorno alla sovranità maschera solo i tributi pretesi dagli USA per difenderci e dalla Federazione Russa per non aggredirci. Tutti gli stati nazionali subiscono interessi sovranazionali in grado di schiacciarli, ridurli in servitù appena velata o spingerli alla guerra civile, divide et impera. L’Europa area euro ha l’alternativa della unione politica perché col resto del mondo, al momento, trattiamo con la moneta e l’economia, più che con la diplomazia e la guerra, anche se ai nostri confini c’è ormai molta guerra, poca diplomazia e quasi solo economie corrotte. Madre di impero, rivoluzione e democrazia, l’Europa ha un expertise unico al mondo, un’esperienza umana e politica che altrove non c’è e che nessuna innovazione economica e tecnologica può surrogare, anche se in USA ci si sta provando con la cittadinanza alle imprese – e anche qualche studioso europeo, citato dallo stesso Supiot, propone.

Il crollo dell’URSS ha replicato l’esperienza degli imperi europei, per la prima volta pacificamente, a onore imperituro di Gorbaciov e della Russia, che però è «diventata uno dei più grandi semenzai di risentimento del mondo contro le potenze occidentali». Lo scrive nel 2000 Chalmers Johnson, emerito dell’Università di California, aggiungendo che (nel 2000) «esistono inquietanti parallelismi tra quanto accaduto nell’ex Unione Sovietica dopo la fine della guerra fredda e lo stato della politica americana all’alba del XXI secolo» (Gli ultimi giorni dell’impero americano. I contraccolpi della politica estera e economica dell’ultima grande potenza, Garzanti 2001, pp. 306 e 305). Vi sono «segnali di egemonia rapace già evidenti: un crescente estraniamento tra popolazioni e rispettivi governi; la pervicacia con cui le classi dominanti si aggrappavano al potere nonostante la perdita di autorità morale; l’avvento del militarismo e la completa scissione dell’esercito dalla società che si suppone debba servire; la repressione violenta (il numero enorme e sempre crescente di detenuti americani e il crescente consenso per la pena di morte sono segnali sintomatici di tali fenomeni); una crisi economica che è di natura globale». «Così, se si scarta l’ipotesi di un movimento riformista al momento non prevedibile, l’ipotesi più probabile è che l’impero americano sia destinato a restare vittima delle proprie contraddizioni economiche» (ivi, pp. 312-3). Delle pur prudenti riforme di Obama, Trump sta istericamente cancellando ogni traccia.

A noi europei, Dominique Rousseau indica l’uscita dal vicolo cieco di democrazie rappresentative che non sono democrazie e neppure più rappresentative: la democrazia continua, in cui ai cittadini non basta votare, perché «non si nasce cittadini, lo si diventa col lavoro costituzionale» (Simone de Beauvoir, cit. ivi, p. 62). Riconosciuti i diritti di cittadinanza di donne, bambini, madri, lavoratori, «il popolo della democrazia “continua” si forma e definisce nei diritti sanciti dalla Costituzione per esseri concreti. Il popolo della democrazia “continua” non è mai chiuso su di sé, fondato definitivamente una volta per tutte, è sempre aperto, “continuo” perché la lista dei diritti che lo costituisce si allunga e modifica senza sosta» «nell’azione di un giudice costituzionale che gli riconosce sempre nuovi diritti» alla luce dei diritti dell’uomo, codice politico della democrazia continua che i governi devono concretizzare attuando le sentenze costituzionali (ivi, pp. 63-64 e 67). Rousseau parla alla e della Francia, ma a Parigi Supiot cita il giurista tedesco Dieter Grimm, che fa un’analoga proposta per l’Europa (Europa ja, aber welches? Zur Verfassung der europäischen Demokratie, Beck 2016). Supiot ricorda che sono i cittadini democratici a plasmare e far funzionare le istituzioni democratiche, non queste a rendere democratici i cittadini, come invece pensano i britannici.

L’esausta democrazia rappresentativa è al bivio tra la democrazia concreta dei diritti umani e l’uomo forte, che come sempre fa leva sulla credulità con la tecnologia (radio/tv/internet). Trump dice alla gente ciò che vuole sentire, mentre la priva dell’assicurazione sanitaria e autorizza l’oleodotto Dakota Access, a rischio di contaminare le risorse idriche, ma sono dei Sioux.

Nel 1952 Robert Jungk pubblicò Il futuro è già cominciato, celebre studio sulla tecnicizzazione del mondo, scrivendo nella prefazione alla quattordicesima edizione del 1957 che «le esperienze e i fatti che riferivo allora si sono diffusi, nel frattempo, anche in Europa. E così diventa evidente, più di quanto non potesse esserlo ancora ieri, che questa descrizione di un processo di trasformazione tecnica sempre più totale non è diretta “contro l’America”, ma contro il pericolo di disumanizzazione da parte di un “progresso cieco” che incombe su tutti noi, qualunque sia la nostra patria e la nostra nazionalità» (Einaudi 1963, p. 9). La sua cecità e i suoi esiti disumanizzanti sono ora clamorosi. In epigrafe al primo capitolo sulla Sete di onnipotenza Jungk cita Adrien Turiel, scrittore nato a Pietroburgo da famiglia svizzera, vissuto in Germania e Svizzera dove morì nel 1957: «sin dal 1917 la Russia e l’America convergono verso la supremazia tecnica… e in questo appunto divergono dalla vecchia Europa» (ivi, p. 13).

Dove porti questa convergenza è storia per la Russia e lo sta diventando per l’America. Anche a loro nome noi della vecchia Europa abbiamo il dovere, oltre che l’interesse, di proseguire alacremente nella costruzione della democrazia dei diritti umani.

Sappiamo che fare e come farlo, ne abbiamo i motivi e i mezzi. Dipende solo da noi, vecchi europei.


E da noi?

«L’anno 2005 vede nascere Casaleggio Associati. Tra i clienti della società Beppe Grillo, il cui blog (Beppegrillo.it) è stato classificato tra i dieci più visitati al mondo, vi si trovano anche la casa editrice Chiarelettere, specialista in edizioni d’inchiesta inquietanti (specie su Silvio Berlusconi) e il cui direttore editoriale Lorenzo Fazio è anche azionista e fondatore de “Il Fatto Quotidiano”. Creato con successo tre anni fa – come il Movimento 5 Stelle – questo giornale apporta un sostegno costante e moderatamente critico alla formazione di Beppe Grillo. Il giornalista Piero Orsatti ha cercato di saperne di più. In un articolo apparso a luglio 2010 nella rivista “Micromega” rivela che Casaleggio Associati ha, tra i suoi quattro azionisti, Enrico Sassoon, già editorialista del quotidiano Il Sole 24 Ore (proprietà della Confindustria, Medef italiana), incontrato da Gianroberto Casaleggio a Webegg (gruppo controllato da Telecom Italia e a fine anni 1990 diretto da Casaleggio). Sassoon, membro dei circoli molto chiusi Bilderberg e Aspen Institute, ha presieduto la camera di commercio americana in Italia, una lobby specializzata nelle relazioni d’impresa. “Nel 2004 – scrive Orsatti – a qualche mese dalla sua nascita, Casaleggio Associati annuncia la creazione di un partenariato con la società americana di management Enamics”. Tra i clienti Enamics se ne trovano di vecchi di Enrico Sassoon (Microsoft, Coca-Cola, Disney), ai quali vanno aggiunti, tra gli altri, le banche Rockfeller e Barclays, il Tesoro americano e la petrolifera Shell». «Per avvicinarsi al suo pensiero, bisogna leggere, penna alla mano, Il grillo canta sempre al tramonto (Chiarelettere, 2013)» (Philippe Ridet, Le gorou de Grillo, «Le Monde», 14 marzo 2013, p. 19).

«Pagina 11: “La parola leader non significa più niente. L’importante è il movimento e il concetto di comunità. Basta pensare agli amish. Questa comunità non è legata a alcun leader […]. La Rete rende possibile l’appartenenza a una comunità dalla nascita. Ci possono essere comunità d’ogni tipo. Oggi, M5S è una comunità politica”». Ma a pagina 36 aggiunge un codicillo quasi minaccioso: «In una comunità non si può andare contro le regole, altrimenti non c’è più alcuna comunità». E in un video «evoca l’avvento della “civilizzazione di Gaia” e l’elezione con Internet di un presidente della Repubblica mondiale, dopo una guerra che avrà provocato la morte di 6 miliardi di persone. Bisognerà attendere il 2050. Si può sorridere» (ibid.).

Non si può, il 2013 è lontano e in USA Trump, campione di Twitter eletto presidente con 2,8 milioni di voti meno della Clinton, è in guerra monetaria, commerciale e razziale.






 
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