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Il senso di mettere (ancora) in scena un classico

di Gabriella Gori
  La Bella addormentata
Data di pubblicazione su web 20/01/2017  

È vero quanto sostengono autorevoli studiosi e critici quando, di fronte all’ennesimo allestimento di titoli del repertorio ballettistico, parlano di rigorose riprese filologiche, di complete riletture, di parziali rifacimenti. Un modo per classificare l’operato di chi si accosta a opere canoniche in ossequio o meno al principio di auctoritas.

Niente di nuovo, dunque, e soprattutto niente di male a riallestire un balletto culto come La Bella addormentata di Mariu Petipa. Un ballet-féerie su musica di Čajkovskij datato 1890 e rifatto da Nacho Duato per il Balletto dell’Opera di Berlino. Il corpo di ballo tedesco che lo ha presentato con successo in prima italiana al Teatro Regio di Torino accompagnato dall’omonima orchestra, diretta dall’esperto Pedro Alcalde.

Senza voler misconoscere le numerose e anche felici restituzioni che si sono succedute nel tempo – basti citare quelle ortodosse di Sergej Vicharev del 1999 e di Aleksej Ratmanskij del 2015 e quelle eterodosse di Mats Ek del 1996 e di Matthew Bourne del 2013 – la versione di Duato è peculiare per il taglio coreutico e registico moderno, pur nel rispetto del plot narrativo tradizionale.



Un momento dello spettacolo
© Yan Revazov

Questa Bella addormentata, nata nel dicembre 2011 per il Balletto del Teatro Michajlovskij di San Pietroburgo, quando Duato ne era il direttore, e ritoccata da Nacho nel febbraio 2015 per il Balletto dell’Opera di Berlino dopo averne assunto la guida nel 2014, si ispira alla celebre favola di Charles Perrault strutturandosi in tre atti e un prologo. Nel prologo si ha lo sviluppo dell’antefatto con il Re Florestano e la Regina radiosi per i festeggiamenti del battesimo della loro figlia Aurora. Una gioia rovinata dalla terribile maledizione della strega Carabosse attorniata dai suoi mostriciattoli, simbolo del male, che predice un futuro di morte per la piccolina. Un anatema attenuato dall’intervento salvifico della Fata dei Lillà e delle Fate, simbolo del bene. La principessa non morirà ma cadrà in un sonno lungo cento anni finché un principe la risveglierà baciandola.

Nel primo atto si festeggiano i sedici anni di Aurora, la corte è in festa e la ragazza balla con i pretendenti quando è attratta da una donna anziana, in realtà Carabosse, che le regala uno spillo avvelenato. Lei si punge ma non perisce e grazie alla Fata dei Lillà si addormenta insieme ai genitori e ai cortigiani che cadono in sonno profondo. Nel secondo atto sono passati cento anni e il Principe Désiré è a caccia con i suoi amici. Incontra la Fata dei Lillà che gli racconta della principessa addormentata e gli mostra il castello incantato. Tanto basta per spingere il giovane a desiderare di liberare la ragazza dall’incantesimo e a baciarla annullando la predizione di Carabosse. Nel terzo atto si celebrano le nozze di Aurora e Désiré alla presenza di numerosi invitati, le Fate con i rispettivi cavalieri, il Re e della Regina, e perfino i personaggi delle fiabe Cappuccetto Rosso e il Lupo, il gatto con gli stivali e la gatta bianca, l’Uccello azzurro e la principessa Florina, in un’atmosfera beneaugurante. Il bene ha vinto sul male e il balletto si chiude con l’apoteosi delle nozze dei due innamorati incastonati in un magico cerchio dorato con quattro pavoni ai lati, emblema di immortalità, e circondati da un lungo strascico di pizzo a velo.



Un momento dello spettacolo
© Yan Revazov

Tutto secondo copione ma cose rende allora “duatiana” questa Bella proposta al Regio di Torino come gradito cadeau natalizio? Senza dubbio la scelta del linguaggio e dello stile espressivo, che elimina l’ottocentesca pantomima ma non nega il codice classico, anzi i cosiddetti “pezzi forti” non mancano: “l’Adagio della Rosa” di Aurora con i quattro Principi, il grand pas classique finale di lei con Désiré, le variazioni della stessa Aurora, della Fata dei Lillà, delle Fate e dei personaggi delle fiabe come divertissement della festa nuziale. Ma queste “parti” Nacho Duato le alleggerisce, le rende più fluide, morbide e dinamiche in un fraseggio di matrice contemporanea che fa parte del suo bagaglio esperienziale. E se non dimentica le lezione di Mats Ek, certo ha profondamente interiorizzato quella del grande maestro del lirismo contemporaneo Jiří Kylián.

Proprio la morbida contemporaneità espressiva risulta evidente nella resa degli ensembles dove il corpo di ballo si muove all’insegna di una “burrosa” eleganza di passi non rigorosamente accademici, a cui corrisponde l’uso sinuoso delle braccia, degli incroci, dei passaggi, esalatati da abiti e costumi stupendi firmati da Angelina Atlagić. Abiti e costumi che si ispirano all’odierno fashion con richiami settecenteschi abbinati a graziosi cappellini piumati, a pettinature chignon e a sfarzosissimi tutù.



Un momento dello spettacolo
© Yan Revazov

Questa peculiarità costumistica si rispecchia anche nel personaggio di Carabosse che nel rispetto della tradizione è en travesti ma la sua è una figura giovane e imponente, un vero angelo del male, un transgender che affascina e cattura con la sua danza. Una danza accademico-contemporanea resa ancora più incisiva dal frusciante abito da sera nero e dalla presenza dei suoi sgherri. Un male fascinatore che diventa necessario, ineludibile ed emotivamente coinvolgente.

Allo stesso modo la resa “duatiana” si coglie nelle variazioni delle singole Fate, tutte leggere, ariose quasi che il temibile banco di prova degli ardui enchaînements si risolvesse in una forma di diletto per le interpreti e il pubblico, mascherando una danse d’école difficile e soprattutto elitaria. E lo stesso dicasi per gli interventi danzati dei personaggi delle favole, delle variazioni di Aurora e dei passi a due con il Principe, tutti inseriti in una scenografia atemporale e raffinata. Le sale del palazzo sono delimitate da pannelli stuccati color avorio e oro e la lussureggiante foresta incantata, in cui avviene il risveglio di Aurora con il bacio di Désiré, è tappezzata di rose grandi e piccole della stessa tonalità cromatica del tutù della protagonista.

Una scenografia, firmata da Angelina Atlagić,  in cui predominano i toni e i colori pastello scelti ad hoc per far risaltare il nero di Carabosse e vivacizzati dalle luci di Brad Fields che sottolineano l’atmosfera fiabesca. Siamo nel regno delle fate, dei principi e delle principesse, dei re e delle regine, e perfino Carabosse è quel male utile al bene di cui sentiamo la necessità.



Un momento dello spettacolo
© Yan Revazov

In altre parole sembra che Duato in questa sua Bella fatta di tradizione e innovazione abbia “tradotto” senza tradire la fiaba di Perrault-Petipa per ribadire che solo nelle fiabe trionfano bontà, arte e magia. E nel balletto “duatiano” aleggiano bontà, arte e magia in un consapevole disincanto a cui fa eco la scelta di evitare il protagonismo di Aurora e Désiré e delle Fate, tipico di questo balletto ottocentesco e delle sue riprese o rivisitazioni.

Qui domina per così dire un voluto comprimariato e una visione olistica della mise en scène di cui però è doveroso ricordare Krasina Pavlova (Aurora), Mikhail Kaniskin (Désiré), Rishat Yulbarisov (Carabosse), Sarah Mestrovic (la Fata dei Lillà), Luciana Voltolini (Weronika Frodyma), Aurora Dickie (Marina Kanno), Elisa Carrillo Cabrera (le Fate), Iana Balova e Ulian Topor (la gatta e il gatto), Nikolay Korypaev e Marina Kanno (la principessa Florine e l’Uccello azzurro), Giacomo Bevilacqua e Maria Boumpouli (il lupo e Cappuccetto Rosso).

Una Bella davvero bella questa di Nacho Duato che entra di diritto nell’albo dei cosiddetti classici. Un albo che per ragioni differenti, intrinseche o estetiche, estrinseche o storiche, è soggetto ad un continuo aggiornamento.




La Bella addormentata
cast cast & credits
 


Un momento dello spettacolo andato in scena il 22 dicembre 2016 al Teatro Regio di Torino
© Yan Revazov






































Rishat Yulbarisov nei panni di Carabosse
© Yan Revazov


 
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