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Un silenzio assordante

di Nicola Stefani
  Silence
Data di pubblicazione su web 17/01/2017  

Sono passati quasi trent’anni da quando Martin Scorsese si è cimentato per la prima volta nella trasposizione del libro di Shūsaku Endō, Silence, pubblicato nel 1966. Nel 1987, dopo le polemiche scatenate all’indomani dell’uscita de L’ultima tentazione di Cristo, il regista italoamericano riceve una copia del libro di Endō da parte di un sacerdote colpito dalla forza iconoclasta del film. Scorsese ama a tal punto quel libro che diviene la sua ossessione. Un primo progetto di adattamento però non va in porto e falliscono anche i successivi tentativi di traduzione per il grande schermo. Quando finalmente la sceneggiatura prende corpo, comincia la battaglia per accaparrarsi i diritti. I produttori, inizialmente incuriositi, abbandonano l’impresa e molti attori accreditati nei ruoli principali vengono sostituiti nella turbolenta gestazione. Solo adesso, dopo anni di diatriba, vede la luce la storia dei due padri gesuiti portoghesi che nel Seicento partono per il Giappone alla ricerca del loro mentore che ha abiurato alla vista delle torture inflitte ai cristiani.

Silence si riallaccia idealmente alla citata Ultima tentazione di Cristo e, insieme a Kundun (1997), chiude un’ideale trilogia sulla religione. In realtà la dicotomia fede/violenza attraversa tutta la filmografia del regista italoamericano. Dagli inferni urbani dipinti in Mean Streets (1973) e in Taxi Driver (1976) fino alle parabole di ascesa e caduta dei gangsters ritratti in Quei Bravi Ragazzi (1990) e Casinò (1995), la visione tormentata della fede è una costante del suo cinema accompagnata dalla rappresentazione morale ambigua di un mondo dominato dalla violenza.


Una scena del film
Una scena del film

I protagonisti di Silence, Padre Rodrigues (Andrew Garfield) e Padre Garrupe (Adam Driver), compiono un viaggio che parte come un’indagine attraverso una cultura a loro sconosciuta fino a trasformarsi in una sfida alle proprie incrollabili certezze. Oltre alla ricerca del prete apostata (Liam Neeson), la missione dei padri gesuiti consiste nel portare la parola di Dio in un Giappone ostile e povero, riluttante ad abbracciare il credo occidentale. L’arroganza dei missionari è considerata pericolosa dagli inquisitori giapponesi, che all’azione di evangelizzazione rispondono con la forza, ricorrendo alle più efferate e ingegnose torture dell’epoca. Il proselitismo auspicato dai gesuiti non solo è destinato al fallimento, ma la loro opera è messa a dura prova quando dovranno scegliere di abiurare in favore della misericordia verso i cristiani torturati. Dapprima inseparabili, Rodrigues e Garrupe sono costretti a imboccare strade che porteranno a conclusioni divergenti: rinnegare o abbracciare il proprio credo.

I lunghi anni di gestazione, i continui ripensamenti e la frustrazione di non veder realizzato un progetto accarezzato da troppo tempo si riflettono nel film. Ne consegue un’opera che sicuramente va aldilà delle contingenze temporali, e apparentemente sembra evitare ogni richiamo all’attualità, puntando piuttosto a una ricerca personale che aspira a un sentimento universale. La preoccupazione di comunicare al meglio i numerosi interrogativi spirituali porta Scorsese e il suo collaboratore Jay Cocks a un uso fortemente marcato del monologo e della voce over, che determina una eccessiva verbosità a discapito dell’azione. Il film, dai ritmi dilatati, è ostico ma anche realizzato con precisione chirurgica dal punto di vista dalla messa in scena.


Una scena del film
Una scena del film

Benché la ricerca della perfezione formale possa essere scambiata per eccessivo distacco dalla materia narrata, Silence evita il rischio di rimanere una preghiera fine a sé stessa. I dilemmi morali che pone allo spettatore sono brucianti e universali. Fino a che punto difendere le proprie credenze, se queste portano sofferenza agli altri uomini? È eticamente giusto imporre una verità assoluta in un contesto culturale totalmente estraneo? Il regista non nega la via del martirio, anzi mette in scena con devozione e rispetto le sofferenze atroci per cui i cristiani furono disposti a morire in nome della Chiesa.

Tuttavia, come sembra suggerire il finale, rinnegare la propria fede è in alcuni casi necessario, soprattutto per amore dell’uomo. Sarebbe preferibile occultarla, rinunciando così anche alla pratica della condivisione e dell’indottrinamento, che sfociano nel proselitismo. La fede deve restare confinata in un contesto privato, meglio ancora se personale. In questo senso il silenzio evocato dal titolo acquista un significato ancora più ambiguo: si tratta della frustrante risposta che il credente è destinato a ricevere dal proprio Dio o indica il carattere di una fede che deve essere vissuta nell’intimità della propria solitudine? Scorsese evita risposte semplici e scorciatoie ideologiche, optando per soluzioni più estreme. I casi antitetici dell’abiura e del martirio esprimono pur sempre delle scelte strettamente individuali, che investono la dignità dell’essere umano in misura maggiore rispetto all’aderenza incondizionata ai principi della fede.


Una scena del film
Una scena del film

La scelta di relegare i concetti teologici sullo sfondo, sottolineando gli aspetti terreni della cristianità, è il valore aggiunto del film. Il carattere laico della preghiera di Scorsese emerge maggiormente ponendo l’accento sul primato dell’individuo rispetto alla religione. Silence, con il suo andamento ieratico pieno di omaggi al cinema giapponese, specialmente a quello di Akira Kurosawa, si delinea come il definitivo testamento spirituale del regista italoamericano. Ma forse non ancora quello cinematografico.



Silence
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La locandina
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