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La Duse nello studio del fotografo

di Gianluca Stefani
  Dal ritratto all’icona. Il fascino di un’attrice attraverso la fotografia
Data di pubblicazione su web 12/01/2017  

Il fascino di Eleonora Duse promana ancora intatto dai ritratti fotografici esposti nella stanza a lei dedicata presso il Centro studi per la Ricerca documentale sul teatro e il melodramma europeo della Fondazione Giorgio Cini, diretto da Maria Ida Biggi. Prorogata fino al 31 marzo 2017, la mostra curata da Marianna Zannoni propone una bella selezione di fotografie della collezione dell’archivio dusiano custodito presso lo stesso Centro studi. Una collezione, quella ciniana, costituita tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento con i lasciti della nipote Eleonora Ilaria Bullough e degli eredi dell’amica e prima biografa Olga Resnevič Signorelli e recentemente arricchita grazie alla donazione dell’attore e regista Lee Strasberg, accanito collezionista di cimeli e materiali autografi della Divina.

Le fotografie della mostra ritraggono la Duse in abiti scenici. Una scelta felice che consente un duplice livello di apprezzamento. Da un lato il valore intrinseco dei manufatti d’arte; dall’altro il loro apporto documentale per la storia dello spettacolo. Per quanto posati in studio, tali ritratti dicono molto sulla messa in scena e sulla gestualità dell’attrice-capocomica, rivelandosi fonti preziose per studiare non solo il suo teatro, ma più in generale la scena teatrale europea dagli anni Ottanta dell’Ottocento ai primi decenni del secolo successivo. Un arco cronologico cruciale, costellato dall’interpretazione dei drammi borghesi fin de siècle sino al successo internazionale delle eroine dannunziane e ibseniane.



Una serie di ritratti fotografici di Eleonora Duse

Si parte da una suite di ritratti giovanili in costume che illustrano i diversi ruoli interpretati dalla Duse a inizio carriera, e che al contempo rivelano le modalità con cui il teatro di quegli anni veniva narrato al pubblico. Si pensi agli scatti di Pau Audouard che immortalano l’attrice nelle vesti della protagonista della Signora delle camelie di Dumas figlio (ruolo che rivestì a più riprese a partire dai primi anni Ottanta), in cui l’attenzione al racconto del personaggio si riflette sia nello studio dello sguardo e della posa, sia nella cornice scenica, arricchita con elementi teatrali di forte impatto drammatico.

Un ruolo non secondario ebbero gli atelier per i quali la Duse decise di posare. La mostra intreccia sapientemente la narrazione dell’universo dusiano con la storia della fotografia. Allo stabilimento Sciutto di Genova l’attrice si rivolse per tramandare ai posteri le sue interpretazioni della Città morta e della Francesca da Rimini di D’Annunzio (1901). Tale atelier, che si distingue per scatti ricercati, impreziositi da un pittoricismo d’alta classe, ha il merito di ritrarla in azione (caso rarissimo nella sua iconografia), con particolare attenzione alla ricostruzione degli elementi scenici. Altro talentuoso fotografo di questi anni è il fiorentino “dilettante” Mario Nunes Vais, che la fissa nei panni di Rebecca West, protagonista di Rosmersholm di Ibsen da lei stessa messo in scena per la prima volta al teatro Verdi di Trieste (1905).



Eleonora Duse fotografata dai più prestigiosi atelier dell’epoca

La Duse non si concesse solo agli obiettivi italiani. Il percorso espositivo prosegue con il belga Aimé Dupont, fotografo ufficiale del Metropolitan Opera House sull’ultimo scorcio dell’Ottocento, che la ritrae di profilo avvolta da una stola di ermellino tradizionalmente associata alla menzionata Francesca da Rimini. Quest’immagine è accostata allo scatto di un altro professionista attivo a New York, Joseph Byron, che la immortala nella parte della protagonista femminile della Gioconda dannunziana, di scena al teatro Bellini di Napoli nell’aprile del 1899. La firma più prestigiosa tra i fotoritrattisti è quella dell’americano Edward Steichen, autore di una bella istantanea che vede l’attrice all’apice della carriera con indosso il citato ermellino, richiamo autocitazionistico. Chiude la rassegna il ritratto della Duse durante l’ultima tournée statunitense (1723): l’espressività del volto, dai contorni elusivi, si deve all’estro inconfondibile di un altro americano di successo, Arnold Genthe.



Eleonora Duse sulle copertine dei periodici e nella pubblicità

La mostra non si esaurisce con i ritratti fotografici, ma affianca alle stampe altri materiali d’archivio, come programmi di sala e locandine nei quali la figura dell’attrice è inserita a scopo promozionale. La circolazione delle immagini della Duse, innervata dalla moltiplicazione e dalla diffusione della fotografia, è documentata dai numerosi articoli a lei dedicati, corredati da istantanee provenienti in buona parte dallo stabilimento Alinari di Firenze. Di notevole qualità le svariate copertine intitolate all’attrice dal periodico «Le Théatre» a partire dal settembre 1902 (di cui la mostra propone alcuni esemplari). Completa la panoramica espositiva una vera e propria chicca: una cartolina con un primo piano colorato a mano della Duse in abbinamento alla confezione del cioccolato francese Guérin-Boutron: testimonianza di un uso del ritratto d’attore allargato al rampante mondo della pubblicità.




Dal ritratto all’icona.
Il fascino di un’attrice attraverso la fotografia


 



La locandina della mostra, prorogata fino al 31 marzo 2017 (Venezia, Fondazione Giorgio Cini, Stanza Duse del Centro Studi per la Ricerca)

Si rimanda qui al sito ufficiale della mostra





































L'allestimento della mostra a cura di Marianna Zannoni


 
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