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Lenticchie

di Giuseppe Gario
  Lenticchie
Data di pubblicazione su web 02/01/2017  

Negli USA divenuti impresa, che sarà di chi non dà profitto? Gli esuberi costano, in ordine pubblico e volontariato. Licenziati dagli Stati Uniti, li si potrebbe deportare coi residenti illegali. Nata in USA, l’eugenetica potrebbe selezionare all’origine i potenziali inutili o dannosi, forse riciclabili. Il Terzo Reich nazista con l’eugenetica eliminò handicappati, disabili e asociali, costi inutili. Fu fermato, ma reinvestì esperti e tecniche nei campi di sterminio a controllo numerico (il PIN sul braccio era di una scheda su carta speciale monouso che, selezionata, portava al gas), a servizio della politica bellica anti-inflazione vendendo i patrimoni requisiti (Henry Friedlander, Le origini del genocidio nazista, Editori riuniti 1997; Edwin Black, L’IBM e l’olocausto. I rapporti fra il Terzo Reich e una grande azienda americana, Rizzoli 2001; Aly Götz, Lo stato sociale di Hitler: rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo, Einaudi 2007). Insomma, in Europa lo abbiamo già fatto e battezzato genocidio, che ha generato la Dichiarazione universale dei diritti umani approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.

Henry Mintzberg insegna scienze gestionali all’università McGill di Montréal e sta per pubblicare Rééquilibrer la société, «appello a favore di “chi agisce diversamente” per salvare il pianeta da un capitalismo divenuto predatore e di Stati a un passo dall’abbandonare la democrazia». «Il dogma economico – l’avidità (greed) è buona, il mercato è sacro, lo stato sospetto – è esplicitamente o implicitamente accettato negli stati, nelle imprese e istituzioni». E gli esperti tacciono, «non perché incapaci di indicare soluzioni, ma perché non hanno interesse! Io mi dico dalla parte dei poveri, ma le imprese mi pagano migliaia di dollari per conferenze ai manager». «Ognuno di loro è nel proprio silo, sa spiegare ciò che si dice nel suo campo – e per questo è pagato e onorato – ma non ha visione del tutto». Allora che fare? «È a livello di individui e comunità che si inventano soluzioni ogni giorno […] per ambiente, educazione, solidarietà. Devono raccordarsi, confrontarsi e mostrare a tutti che ci sono altre soluzioni da quelle populiste. Le grandi organizzazioni non governative che, ognuna nel suo campo, lavorano al bene comune, passino al livello superiore e insieme propongano un progetto globale per il pianeta» (Antoine Reverchon, Chaque expert est dans son silo, sans vision globale, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 15 dicembre 2016, p. 6). In Oregon, dal 2017 Portland aumenterà del 10% la tassa locale alle imprese con manager retribuiti oltre cento volte il salario mediano dei dipendenti, e fino al 25% se è oltre 250. Dalle sue 500 imprese quotate, stima di poter raccogliere fino a 3,5 milioni di dollari (Stéphane Lauer, Taxer les patrons trop gourmands, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 18-19 dicembre 2016, p. 1). E l’Europa? È unica al mondo con le sue comunità locali e regionali saldamente radicate che nei secoli hanno visto andare avanti e indietro i confini imperiali e nazionali.

Le iniziative dal basso evocate da Mintzberg nascono dal «filo rosso dell’attitudine etica e altruista di protagonisti che in economia, politica o altrove riescono a convincere la gente a adottare norme e istituzioni. […] Abbiamo bisogno di una comunità morale e, in essa, di un libero mercato per l’iniziativa individuale. Questa comunità morale ha già fatto retrocedere la frode informatica. Ma restiamo totalmente esposti alla frode psicologica. Ogni bambino che ha mangiato troppo gelato capisce il senso della frase: “Hai avuto quel che volevi”. C’è un mito greco in merito, Mida». Così scrivono George Akerlof e Robert Shiller, Nobel 2001 e 2013 di economia di impresa. «Il libero mercato ci consente di scegliere in libertà, ma ci dà anche la libertà di ingannare e lasciarci ingannare. Ignorarlo non può che portare alla catastrofe», al «ritorno degli spiriti animali» (Id., dalla trad. fr. Marché des dupes. L’économie du mensonge et de la manipulation, Odile Jacob 2016, pp. 203-204, 224). «L’economista Keith Chen e gli psicologi Venkat Lakshminarayanan e Laurie Santos hanno addestrato dei primati a usare il denaro. Notevole avvio di una possibile economia di mercato, hanno appreso a valutare prezzi e ricompense; fanno anche sesso per soldi. […] Da loro sappiamo che amano le caramelle ai frutti. Non sanno resistervi. Diverranno inquieti, malnutriti, affaticati, dipendenti, litigiosi, malati» (ivi, p. 27). «Nel far acquisti o prendere decisioni economiche, è come se avessimo una scimmietta in spalla. Rappresenta le nostre debolezze, che esperti di mercato e pubblicitari sfruttano dalla notte dei tempi. Per queste debolezze un gran numero di noi fa scelte diverse da quel che “vorrebbe davvero”, che va bene per noi. Di solito non siamo consapevoli di questa scimmietta e, senza controlli e regolazioni del mercato, si realizza un equilibrio economico in cui a decidere non siamo noi, ma la scimmietta» (ivi, p. 28).

I “mercati del raggiro”, scrivono Akerlof e Shiller, vanno controllati e regolati. Ma, frammentati e conflittuali anche all’interno, gli stati nazionali non ci riescono in un mondo in cui tutti interagiscono con tutti, anche solo per comprare. «A livello globale è stata superata la grande divergenza tra paesi industrializzati e non industrializzati. È vero che dal 1980 s’è vista un “svolta di ineguaglianza” e il secolo ventunesimo porta le sfide di invecchiamento demografico, cambiamento climatico e squilibri globali. Ma sta a noi risolverle. Se usiamo la nostra maggiore ricchezza e accettiamo una più equa divisione delle risorse, c’è spazio per l’ottimismo» (Anthony B. Atkinson, Inequality: What Can Be Done?, Harvard University Press 2015, p. 308). Ma per il dogma economico il cambiamento climatico non c’è e gli stati nazionali, non più monopolisti della violenza neanche con la violenza, sono in deriva aziendale. Il 10 novembre il governo irlandese ha fatto ricorso contro la penale UE a Apple di tredici miliardi di euro per evasione fiscale. «Il piccolo paese europeo, decentrato a occidente, ha fatto della fiscalità, con l’accesso all’UE, la pratica della lingua inglese e la manodopera ben formata, uno dei suoi principali atout per attirare le imprese straniere» (Éric Albert-Jean-Pierre Stroobants, Bruxelles détaille ses griefs contre Apple, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 21 dicembre 2016, p. 13). Brexit senza exit.

Anche Trump è lì per fare soldi e chiamare altri a farli, inclusi i suoi elettori con poche pretese. «Il presidente eletto si circonda di miliardari, capi di multinazionali, generali (tre) e ex manager di Goldman Sachs (tre). Martedì 13 dicembre, nominato il capo di ExxonMobil Rex Tillerson alla testa della diplomazia americana, l’equipe Trump è praticamente al completo». «I talenti richiesti non sono politici o ideologici, ma operativi e d’affari, immagine del nuovo presidente». «È con lui presidente che bisognerà lavorare. Allacciate le vostre cinture» (L’équipe Trump: attachez vos ceintures!, in «Le Monde», 15 dicembre 2016, p. 30). Allacciamole. «Gary Cohn, oggi numero due a Goldman Sachs, dirigerà il Consiglio economico nazionale alla Casa Bianca. Lo istituì nel 1993 Bill Clinton, che a dirigerla nominò… un capo di Goldman Sachs, Robert Rubin, poi segretario del Tesoro. George W. Bush vi nominò Stephen Friedman, ex collega di Rubin a Goldman Sachs, e per segretario al Tesoro scelse il capo di Goldman Sachs, Henry “Hank” Paulson» (Sylvie Kaufmann, “Government Sachs”, le retour, in «Le Monde», 18-19 dicembre 2016, p. 29). Fu Clinton nel 1999 a promulgare l’abrogazione della separazione tra banche di deposito e banche di investimento del Glass-Steagall Banking Act (1933), riproducendo così nel 2008 la crisi del 1929, moltiplicata.

Questa sostanziale continuità, in un’apparente discontinuità, rinvia alle manipolazioni dei “mercati del raggiro” politici dove, dicono Akerlof e Shiller, “uno come noi” ci convince a votarlo. I tre milioni di voti in più di Clinton sul presidente eletto Trump confermano l’analisi di Mintzberg sugli esperti, qui i grandi elettori. I soldi motivano tutti: il nuovo consigliere strategico di Trump «Stephen Bannon pensa a una rete internazionale tra il nuovo partito repubblicano che ha in mente, il Front National francese e l’eurofobo UKIP britannico, come ha spiegato in una lunga intervista, ripescata dal sito BuzzFeed e concessa nel 2014 a una cerchia riservata in Vaticano, l’istituto Dignitatis Humanae. Una nuova internazionale per rispondere alla crisi culturale dell’Occidente e alla minaccia di un “fascismo islamista”» (Gilles Paris, L’étoile noire de Trump, in «Le Monde», 20 dicembre 2016, p. 15) che coi neonazisti angloamericani condivide l’obiettivo di imporsi al mondo e i mezzi terroristici, anzitutto internet per promuovere il libero mercato del terrore, venuto alla luce quando il 22 luglio 2011 Anders Breivik assassinò settantasette norvegesi. In questo libero mercato è subentrato l’ISIS, il 7 gennaio 2015 a Charlie Hebdo, fornendo un’opportunità straordinaria al populismo europeo, la maschera elettorale del neonazismo, come già lo fu del nazismo.

I due fascismi, facce della stessa medaglia, sono una morsa intorno all’Europa che, ricca e indifesa, Trump vuol mettere a contribuzione, insieme a Putin e ai partiti populisti europei che con Putin e Trump fanno lega, al punto che, perse le elezioni presidenziali del 4 dicembre il Partito della Libertà d’Austria (FPÖ), sostenitore di Putin nella guerra di Georgia e nell’invasione della Crimea, il 19 dicembre ha firmato un accordo con la Federazione Russa per condividere le informazioni su questioni di comune interesse e sulle relazioni bilaterali e internazionali, rafforzando l’educazione dei giovani in spirito di patriottismo (Blaise Gauquelin, L’extrême droite autrichenne s’allie à Russie unie, le parti de Vladimir Poutine, in «Le Monde», 21 dicembre 2016, p. 6). Perciò, «non bisogna cedere il passo a chi vanta soluzioni semplicistiche per sedurre un’opinione pubblica disorientata e ferita. Sono avvoltoi» (Le terrorisme islamiste et les vautours, in «Le Monde», 21 dicembre 2016, p. 23). Non è solo questione di soldi, né sociale. Come dimostrano le guerre civili in corso e monetarie e commerciali già iniziate, è in gioco la libertà, che possiamo mantenere solo con un governo federale europeo di area euro, perché una moneta forte è pietra d’unione e arma potente, mentre «rifiutando i migranti, gli europei all’est hanno doppiamente respinto il fondamento d’Europa: l’accoglienza dei perseguitati – il diritto d’asilo – e la solidarietà con gli alleati europei» (Arnaud Leparmentier, L’année prochaine à Rome, in «Le Monde», 22 dicembre 2016, p. 24).

In un mondo rimpicciolito e interdipendente, la sovranità nasce dalla coscienza dell’intrinseco valore e interesse a riconoscerci uguali in diritti e doveri accettati e condivisi. Lo stato-impresa offre in cambio un piatto di lenticchie ai suoi Esaù. È una vecchia storia. Il 16 dicembre 2016 al Collège de France, nel corso État social et mondialisation: analyse juridique des solidarités, Alain Supiot ha citato tre precedenti lontani ma attuali nello scontro tra avidità e umanità. L’ordine dei Cavalieri del Lavoro, la maggiore organizzazione dei lavoratori USA negli anni Ottanta del XIX secolo, affermò il diritto dei lavoratori a trattare giuridicamente alla pari con le grandi imprese. Nel 1916, il giudice della corte suprema USA Louis D. Brandeis, in commissione del Congresso sulle relazioni industriali, testimoniò contro l’assolutismo industriale: «Si può avere democrazia in questo paese, o una grande ricchezza concentrata in poche mani, ma non possiamo avere l’una e l’altra». Il 27 giugno 1936, a Filadelfia, Franklin D. Roosevelt accettò il secondo mandato presidenziale: «Contro l’attuale tirannia economica il cittadino americano può appellarsi solo al potere organizzato del governo. Il collasso del 1929 rivelò questo dispotismo per quel che era. L’elezione del 1932 fu il mandato popolare a porvi fine. In questo secondo mandato, finirà. Gli imperialisti economici riconoscono che la libertà è affare del governo, ma continuano a ritenere che la schiavitù economica non è affare di nessuno. Convengono che il governo possa proteggere il diritto di voto dei cittadini, ma negano che il governo possa fare alcunché per proteggere i cittadini nel loro diritto al lavoro e alla vita. Oggi affermiamo fermamente che la libertà non è un affare a metà. Se al cittadino medio è garantita l’eguale opportunità nel voto, uguale opportunità deve avere nel mercato».

«Per il 2017 l’agenzia Bloomberg fa previsioni pessimistiche: crisi seriali dovute a Trump, caduta di Angela Merkel, nuova Yalta con Putin, elezione di Marine Le Pen» (Arnaud Leparmentier, Le plafond de verre des populistes, in «Le Monde», 8 dicembre 2016, p. 24). A parte Trump, dipende da noi europei, nonostante tutto. «Tutte le volte che compare un “nonostante tutto” – questa è l’esperienza – le cose si fanno interessanti» (Jenny Erpenbeck, Voci del verbo andare, Sellerio 2016, p. 51).







 
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