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Il cuore oscuro del belcanto

di Paolo Patrizi
  I puritani
Data di pubblicazione su web 30/08/2016  

«Fur tre mesi». «No… no… Fur tre secoli». È in questo scambio di battute – fulminante, lancinante – tra Arturo ed Elvira nell’ultimo atto che si sostanzia la regia di Annilese Miskimmon nei Puritani andati in scena a Aarhus; è qui che si riassume il nocciolo drammatico, politico e poetico del suo bellissimo spettacolo. A fronte di tante regie sperimentali – o semplicemente azzardate – in altri repertori, una reale indagine drammaturgica per Bellini, e in generale per il belcanto romantico, in Italia non la si è ancora tentata: i pochi spettacoli illuminanti in tal senso provengono dall’estero e non a caso, trattandosi di melodrammi spesso incentrati sulla follia al femminile, realizzati quasi tutti da registe donne, si tratti di Mary Zimmerman (una Sonnambula e una Lucia memorabili), Katie Mitchell o Mariame Clément. All’ancor breve lista è necessario aggiungere questi Puritani, realizzati l’anno scorso a Cardiff e approdati ora a Aarhus, seconda città della Danimarca, nel suo Concert Hall moderno ed elegante che da una trentina d’anni ha preso il posto, per quanto attiene alla programmazione operistica, del minuscolo teatro storico primonovecentesco.


Una scena dello spettacolo
© Kaare Viemosa

Cosa fa la Miskimmon per estrarre il nucleo tetro – anziché quello pietoso ed edificante – dell’amore contrastato tra Elvira e Arturo; per descrivere il volto segreto dei personaggi; per portarci insomma per mano attraverso il “cuore oscuro” del belcanto? Un’operazione forse macchinosa, a raccontarla in una recensione, ma impeccabile e coerentissima a vederla in palcoscenico: fa continuamente trascolorare l’azione dall’Inghilterra del 1653 prevista dal libretto (la guerra civile con i Puritani protestanti capeggiati da Cromwell da un lato, gli Stuardi cattolici dall’altro) all’Irlanda del Nord di trecentoventi anni dopo (con il conflitto cattolico-protestante che devasta Belfast e il grottesco replicarsi della Storia, a tre secoli di distanza, attraverso l’organizzazione neocromwelliana dell’Orange Order).

Quella di Elvira infatti, nonostante una lunga tradizione che neppure la Callas spazzò via, non è l’alienazione mentale della verginella cinguettante che perde il senno dopo il supposto abbandono del promesso sposo: è il dramma di una giovane all’interno d’una realtà tutta al maschile, dove gli uomini obbediscono a un codice etico altissimo, ma per la donna – benché messa su un piedistallo – non c’è spazio. Dalla Plymouth del diciassettesimo secolo alla Belfast degli anni Settanta il discorso sociopolitico non cambia: e che una simile chiave di lettura, leggibilissima a Cardiff, sia stata accolta con entusiasmo pure dal pubblico danese comprova la perfetta tenuta dello spettacolo.


Una scena dello spettacolo
© Kaare Viemosa

In questa prospettiva, la perdita della ragione acquista un inusitato spessore psicanalitico: Elvira in tailleur blu e il suo “doppio” seicentesco si rincorrono, scambiano e moltiplicano, mentre squallidi interni domestici nordirlandesi vengono attraversati da armigeri o castellane e sulle pareti incombono gigantesche le ombre dei personaggi. Ammirevole è poi l’uso teatrale che la regista fa degli oggetti: il libro inteso come rifugio (cosa resta a una donna, in piena guerra civile, se non la fuga nella lettura?), ma che nella scena della pazzia verrà strappato a pezzi; o il velo da sposa trascinato in un impeto di fuga e l’abito nuziale abbandonato, con cui il respinto Riccardo tenta un surrogato di abbraccio. Anche l’happy end capovolto in finale tragico (già visto, con esiti artificiosi, in altre regie dei Puritani) non è una forzatura: semmai, una conseguenza inevitabile; e il modo con cui il cattolico Arturo qui viene ucciso dai nemici dell’Orange Order – sgozzandolo – rimanda ad altre, attualissime, guerre di religione.

In palcoscenico il soprano Henriette Bonde-Hansen e il suo “doppio”, l’attrice Merete Maerkedahl (a sua volta ben nota in Danimarca), danno vita a un prodigioso duetto mimico di angosce e trasalimenti; mentre limitandosi al piano canoro va rimarcata l’estrema aderenza psicologico-stilistica della Blonde-Jansen al personaggio, la sua capacità di profilare amore e follia senza la leziosità fanciullesca dei soprani leggeri, ma con la morbida corposità di un soprano lirico debitamente elastico nel canto di coloratura. Accanto a lei, l’italo-uruguayano Leonardo Ferrando – ora spada al fianco ora zainetto sulle spalle, a seconda di come Elvira in quel momento lo sta “vedendo” – affronta la stratosferica tessitura di Arturo con cautela e, nell’ultimo atto, risolve il Fa sopracuto con un falsetto piuttosto pallido e laborioso. La complessione è sostanzialmente da tenore di grazia, sicché il soprano appare di taglia vocale più robusta, ma l’accento è appropriato nella perorazione amorosa come nello slancio eroico e la recitazione, anche in questo caso, aderentissima ai desiderata registici.


Una scena dello spettacolo
© Kaare Viemosa

Cantante non più giovane, David Kempster sulla distanza risulta affaticato: è però baritono sostanzioso, solido nell’emissione e scolpito nella dizione, dalla linea più vigorosa che morbida ma senza far scantonare Riccardo nel cliché del grintoso, banale antagonista. E Wojteck Gierlach – basso di voce soffice e fraseggio penetrante – chiude in bellezza il quartetto protagonistico, vestendo con sagacia l’abito talare di Giorgio Valton (la regia lo trasforma in un sacerdote protestante) e cesellando un Cinta di fiori senza alcuna monotonia nelle sue quattro strofe.

Alla testa di un complesso duttile (la Aarhus Symfoniorkester), Tobias Ringborg opta per dei Puritani di accurato taglio sinfonico, oltre che integrali: il senso della struttura emerge assai articolato (Son vergin vezzosa e A te, o cara sembrano finalmente un quartetto e un quintetto con coro, non due arie con pertichini) e pure quei momenti che, in altre esecuzioni, appaiono come color locale (il coro di festa durante l’alba) o convenzione linguistica (la “stretta” del Finale primo) acquistano un preciso spessore. Unica scelta discutibile: la concessione di qualche pleonastica puntatura, fuori posto soprattutto per il maturo baritono. Se da parte del direttore era un pedaggio all’italianità dell’opera, questo è un modo di vedere l’Italia ancora molto “pizza e mandolino”.



I puritani



cast cast & credits
 
trama trama


Henriette Bonde-Hansen (Elvira) e Leonardo Ferrando (Arturo) in una scena dello spettacolo
© Kaare Viemosa

 
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