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Un teatro in carcere per raccontare il carcere

di Eloisa Pierucci
  Carcere
Data di pubblicazione su web 13/07/2016  

Il sipario si apre sulla spoglia “scenografia naturale” offerta dal palco del teatro di Sollicciano, puntellato da scabre colonnine di cemento. In alto campeggia un grande orologio su cui scorrono proiezioni cangianti: per la sua presenza ingombrante e inquietante, ricorda vagamente quello del film Metropolis. E forse l’accostamento al capolavoro di Fritz Lang non è peregrino: il carcere raccontato dai detenuti-attori e la fabbrica concepita dal visionario regista austriaco hanno in comune la spersonalizzazione, l’alienazione, la concezione dell’essere umano come mero ingranaggio di una macchina (più o meno efficiente). «Una macchina del crimine», verrà definita la casa di reclusione in un momento dello spettacolo.

Dopo aver messo in scena vari testi teatrali (l’ultimo in ordine di tempo è stato Ubu re di Alfred Jarry), attraverso i quali si è confrontata con temi di attualità “esterni”, la compagnia della casa circondariale di Sollicciano, guidata da Elisa Taddei, affronta per la prima volta uno spettacolo interamente dedicato al carcere e lo fa giustapponendo e mescolando testi, tecniche e stili diversi. Il carcere è, infatti, l’unico filo conduttore di una narrazione che non ha al suo centro una storia, ma una pluralità di storie, e che si snoda fra riflessioni di carattere sociologico (affidate alla voce di Oscar De Summa) e i racconti offerti dagli attori, talvolta sotto forma di monologo, talvolta di dialoghi o di momenti corali.

Infatti Dal carcere, secondo le parole della regista affidate al programma di sala, «guarda a Brecht e al suo teatro-epico»: da qui la centralità del narrare; da qui l’ironico – a tratti beffardo – distacco che caratterizza certe intuizioni; da qui la difficile sfida, per gli attori, di raccontare sé stessi e la propria quotidianità senza identificarsi con essa, arrivando a produrre, in alcuni momenti, un effetto di straniamento.


Un momento dello spettacolo © Alessandra Cinquemani
Un momento dello spettacolo 
© Alessandra Cinquemani

Si giunge così ad esiti irresistibilmente comici: esemplare, in questo senso, è la coppia di detenuti-attori che inscenano una auto parodia, con tanto di costume a strisce bianche e nere e di caricaturale, enorme maschera di cartapesta. Sono loro ad accogliere il pubblico in sala, rendendosi poi protagonisti, nel corso dello spettacolo, di improbabili tentativi di evasione. Esilarante anche la scena della “sfilata”, dove gli attori mostrano le svariate possibili camminate che si possono osservare nello stretto cortile del carcere durante l’ora d’aria. I detenuti ridono di sé e gli spettatori con loro. Risate così intense da lasciare una sensazione di lieve dolore alla bocca dello stomaco.

Non mancano momenti più introspettivi: particolarmente toccante è il monologo sui ricordi, modellato su un brano tratto da Cattivi di Maurizio Torchio. Questo bellissimo romanzo, il cui titolo richiama il significato etimologico della parola “cattivi” (dal latino captivus, cioè prigioniero), si segnala per una scrittura asciutta e tagliente e si dipana attraverso la voce, assolutamente credibile nella sua scarna precisione, di un ergastolano in cella di isolamento. Il carcere, dunque (anzi, la sua zona più cupa e inquietante), colto dallo sguardo di chi lo vive in prima persona, raccontato attraverso una sorta di lungo monologo: testo ideale cui attingere per costruire alcuni passaggi significativi dello spettacolo.

Su tutto domina un tono di inquieta riflessione, capace di suscitare domande nel pubblico e di scardinare certezze e luoghi comuni. Ed è con le opinioni della “gente comune” che inizia Dal carcere: voci registrate che riportano per lo più – ma non solo – frasi fatte, appiattite su una concezione della pena detentiva come mera vendetta, mentre le sagome degli attori si stagliano, immobili, nella penombra. Alla fine della performance il cerchio si chiude e si torna alla potente immagine iniziale, ma stavolta sono i protagonisti a parlare condividendo con il pubblico le proprie aspettative su ciò che troveranno una volta usciti di prigione, aspettative che si trasformano in utopia e sogno malinconico. Il finale sfuma così in una delle rare concessioni al lirismo, affidata ancora una volta alle parole di Torchio: «Ho sentito alla radio, tanti anni fa, di un Paese dove tutti stanno nudi, ogni estate, da generazioni […]. Nudi non per essere perquisiti, o interrogati. Nudi per spontanea volontà. Se qualcuno si avvicina non hai bisogno di chiederti: Chissà cosa nasconde... Chissà se ha qualcosa che può farmi del male. Nudi senza vergogna. E senza dolore» (Maurizio Torchio, Cattivi, Torino, Einaudi, 2015, p. 168).


Un momento dello spettacolo © Alessandra Cinquemani
Un momento dello spettacolo 
© Alessandra Cinquemani

La domanda urgente che gli attori pongono a sé stessi e agli spettatori – spesso interpellati direttamente e coinvolti, a metà spettacolo, in un gioco interattivo in cui si svelano alcune modalità comunicative tra reparto maschile e femminile di Sollicciano – è: il carcere funziona? L’interrogativo si fa strada nelle pieghe di una drammaturgia che trova i suoi momenti più efficaci nel contrasto fra il tono pacato della voce di De Summa e le azioni che si svolgono sul palco: se il tema affrontato è il lavoro socialmente utile, grandi teli bianchi vengono calati dall’alto per poi essere squarciati dagli attori; se si parla della funzione di «rieducazione del condannato» che la Costituzione attribuisce al carcere (art. 27), si assiste al progressivo degenerare di attività potenzialmente “educative”, che in un contesto di abbrutimento – caratterizzato da sovraffollamento, elevato numero di suicidi, alto uso di psicofarmaci – rischiano di perdere ogni valenza positiva. Così il detenuto che viene fasciato con delle bende da un compagno si trasforma poco a poco in una mummia cieca e immobile.

La risposta al citato quesito è implicita e pone ulteriori problemi. La cui soluzione, come in una scena beckettiana dello spettacolo, dove un’attesa senza senso è segnata dallo scorrere del tempo, sembra non arrivare mai.




Dal carcere
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