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Alcesti

di Diana Perego
  Alcesti
Data di pubblicazione su web 08/06/2016  

Per la sua universalità la tragedia euripidea si presta ancora oggi a nuove traduzioni e versioni teatrali e attira l’attenzione di registi fra i più innovatori del panorama italiano. Ricordiamo l’Alcesti  di Massimiliano Civica, andato in scena a settembre-ottobre 2014 nell’ex Carcere delle Murate di Firenze (Premio Ubu 2015 per la migliore regia), e quello di Cesare Lievi, che ha debuttato il 14 maggio 2016 in occasione del 52° Ciclo di rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa.

Il nuovo spettacolo (direzione drammaturgica di Elisabetta Matelli, regia di Christian Poggioni), rappresentato il 24 maggio al Teatro alle Colonne di Milano, conferma la qualità del lavoro di traduzione e riflessione sul testo di Euripide condotto dal Corso di Alta Formazione Teatro Antico in Scena dell’Università Cattolica di Milano.

Un momento dello spettacolo  © Mario Mainino
Un momento dello spettacolo
© Mario Mainino

Alcesti fu recitato alle Grandi Dionisie di Atene nel 438 a.C. nell’ambito di una tetralogia che comprendeva Le Cretesi, Alcmeone a Psofide, Telefo. Ultima in tale sequenza, Alcesti occupava il posto in genere riservato al dramma satiresco e nella tragedia euripidea si rintracciano spunti comici quali la figura di Eracle simposiasta, lo scontro generazionale tra il figlio Admeto e il padre Ferete (tipico della commedia) e soprattutto il lieto fine. La questione dello statuto drammatico di Alcesti è aperta: drammaturgia tragicomica o prosatirica o, invece, τραγωδία sulla linea delle tragedie a lieto fine dell’ultimo Euripide? 

Nello spettacolo di Christian Poggioni è soprattutto l’elemento tragico che emerge con forza. Nella dimensione verbale e visiva vengono evocati in scena i segni tradizionali del lutto: i capelli tagliati, le vesti nere, le lacrime copiose, le mani delle donne che si percuotono i petti, i lamenti. Sono ripercorse in modo solenne le diverse operazioni rituali: la preparazione della salma, il compianto, il trasporto nel luogo di sepoltura, l’allestimento della tomba.


La componente tragica è legata soprattutto ad Alcesti (Federica Gurrieri), che trascina nella disperazione il marito Admeto (Vito Marco Sisto) e i personaggi a lei affettivamente legati quali la Nutrice (Federica Scazzarriello) e il figlio Eumelo (Vincenzo Politano), nonché al Coro che constata più volte: «La morte è un debito che tutti dobbiamo pagare». Alcesti muore in scena, secondo un espediente drammaturgico inusuale nel teatro greco (solo nell’Ippolito è praticata la stessa soluzione).


Un momento dello spettacolo  © Mario Mainino
Un momento dello spettacolo
© Mario Mainino

È soprattutto l’aspetto emotivo del lutto che viene espresso in palcoscenico nelle sue molteplici componenti: il dolore della perdita, il senso di solitudine e di abbandono, l’incapacità di continuare a vivere, la rabbia, le vane parole consolanti. Il coro, composto da nove elementi, esprime in modo coinvolgente le tante sfumature del dolore. Gli attori indossano abiti grigi e trucco nero che evidenzia gli occhi piangenti. Nel momento della prothesis (esposizione della salma) si coprono con una veste nera. Struggenti le musiche dal vivo di Adriano Sangineto. È il momento massimo del pathos che suscita éleos (pietà) nel pubblico, in assoluto silenzio. 

Il tono cambia repentinamente con l’arrivo festoso di Eracle (Davide Salvucci), riconoscibile dalla leontè, che entrando in scena dalla platea canta Chi vuol esser lieto, sia, di doman non v’è certezza. La scelta della canzone del Magnifico, piegata ai topoi della produzione letteraria greca d’ambito simposiale, esprime l’esuberanza di Eracle in netto contrasto con l’atmosfera luttuosa. Eracle, ingannato dalle parole reticenti di Admeto, accoglie con entusiasmo l’ospitalità e la mensa imbandita, assumendo le vesti comico-satiresche del simposiasta. Salvucci è convincente sia nell’utilizzo della voce che nella gestualità enfatica, e strappa la risata.

Segue la rhesis del servo (Matteo Magatti) che in modo contrariato riferisce il comportamento inopportuno di Eracle ubriaco. La rhesis “leggera” del servo si contrappone a quella “seria” della nutrice di Alcesti (Federica Scazzarriello in un brano di straordinaria bravura), la quale all’inizio della tragedia racconta in modo simpatetico il comportamento eroico della sua padrona e la sua sofferenza. Notevole l’abilità degli attori che interpretano ruoli secondari (Apollo e Thanatos duellanti nel prologo; il padre Ferete che rivendica il senso della vita anche in età matura).


Un momento dello spettacolo  © Mario Mainino
Un momento dello spettacolo
© Mario Mainino

Nel dialogo in cui il servo svela ad Eracle l’identità della defunta, si contrappongono non solo nei toni ma anche nei costumi (a lutto quello del servo, da simposiasta con la corona di fiori sul capo quello dell’eroe) il genere tragico e il genere satiresco. «In sostanza il Servo sta dicendo a Eracle: “Qui non stiamo recitando un dramma satiresco, in cui si ride e si fa baldoria: hai sbagliato genere”» (M.P. Pattoni, Dakruoen ghelasai. Sorridere tra le lacrime nell’Alcesti di Euripide, in P. Mureddu-G. Nieddu, Comicità e riso tra Aristofane e Menandro, Amsterdam, Adolph Hakkert, 2006, p. 206).

Il finale della tragedia euripidea, con il ritorno di Alcesti dal regno dell’Ade grazie all’intervento di Eracle, offre allo spettatore sia il sollievo del lieto fine che l’ingenerarsi del dubbio. Alcesti tace fino alla fine del dramma e sembra ad Admeto un phasma (v. 1127). Si tratta della moglie in carne e ossa oppure di un’illusione o di un fantasma? Una conclusione enigmatica che è stata interpretata in modo diverso dai registi moderni (si veda M. Giovannelli, Tutto è male quel che finisce bene: il finale di Alcesti sulla scena italiana contemporanea, in «Stratagemmi. Prospettive teatrali», 2015, 32, pp. 45-58). Nel finale dello spettacolo di Poggioni la ritrovata unione dei due coniugi è suggellata prima dal rito di purificazione, poi dall’evocazione di un secondo “rito nuziale” in cui Alcesti indossa un velo bianco da sposa. Originale la scelta registica di far tornare la protagonista dal regno dell’Ade a capo scoperto. Admeto, non guardandola, inizialmente non la riconosce. Dopo l’agnizione e il ricongiungimento col marito, la donna si vela. Nell’ultima scena l’eroina velata e il marito Admeto, tenendosi per mano, si dirigono verso una nuova vita matrimoniale.

I colori dei costumi, limitati al nero e al grigio (morte), al bianco della veste di Alcesti (amore), all’arancione di Eracle (vita), evocano i grandi misteri dell’esistenza umana. La tragedia euripidea ancora una volta non offre risposte ma focalizza il dubbio.  




Alcesti
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