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Sul silenzio

di Chiara Schepis
  Silenzio
Data di pubblicazione su web 10/12/2014  

 

Sul concetto di “silenzio” Harold Pinter ha strutturalmente costruito il suo teatro; un teatro contraddittoriamente accostato a quello dell’assurdo, con il quale, però, condivide l’uso non convenzionale di non pochi elementi: tempo, spazio, parola.

 

Nell’atto unico messo in scena al Teatro Sant’Andrea di Pisa per la regia di Dario Marconcini, Silenzio – testo al quale Pinter ha dedicato una lunga gestazione, senza poi pubblicarlo –, le dimensioni spazio-temporali esistono ma sono confuse, spostate, continuamente divelte e rimontate. Non sappiamo in quale tempo e in quale spazio agiscono i tre attori-personaggi (o narratori) in scena, ma i loro racconti sono costantemente riferiti ad altri luoghi e ad altri tempi: sono ricordi, e il ricordo può confondere la temporalità, ma la esige. Diversa è l’esigenza di uno spazio, continuamente evocato a dare riferimento visivo alla parola: città, campagna, boschi, cielo…

 

Ma dove sono questi tre personaggi? Scena essenziale, ma non neutra: Giovanna Daddi (Ellen), Emanuele Carucci Viterbi (Rumsey) e Dario Marconcini (Bates) siedono rispettivamente su uno sgabello alto da bar (che concorre a dare all’attrice una linea sinuosa), una poltroncina imbottita, una sedia di vimini da giardino. Sotto di loro un piano inclinato e metallico, alle loro spalle una struttura con pilastri che creano tre archi quadrati aperti sul fondale, il quale a sua volta mostra la proiezione di sterpaglie. Quasi una veranda sul tempo. Verrebbe in mente il Sartre di Huis clos, se solo il dialogo tra questi tre “reclusi” non fosse pressoché inesistente.

 

Da quale punto della loro vita parlano? «Ellen: a girl in her twenties, Rumsey: a man of forthy, Bates: a man in his middle thirties». Solo queste le esigue indicazioni dell’autore. Eppure Marconcini confonde le età, sfasa ulteriormente i tempi, gli attori in scena hanno anche più del doppio dell’età dei personaggi che interpretano. Questa scelta incide nel senso della concretezza: non sono più entità astratte, “assurde”, tendenti al delirio, figure senza passato e scisse dal presente. Ellen-Daddi è una bellissima donna impegnata nello sforzo di ricordare; ricordare se stessa bambina, ragazza, donna, ma il ricordo è rotto da reticenze, da un silenzio che è esso stesso veicolo di minaccia. Attraverso gesti e dizione di raffinato antinaturalismo l’attrice gioca col linguaggio, lo disarticola e lascia che il suo corpo, in bilico su quello sgabello troppo alto, segua il tortuoso sentiero di ricordi difficili da afferrare nel silenzio di una profonda solitudine: «La notte mi siede attorno. Che silenzio. Riesco a sentirmi. Mi copro le orecchie con le mani e sento battere il cuore. Che silenzio. Sono io? Sto parlando o no? Come faccio a saperlo? Come faccio a saperle queste cose? Nessuno me le ha mai dette. Ho bisogno che mi si dicano le cose. Sembro vecchia. Sono vecchia? Nessuno me lo dice. Devo trovare qualcuno che queste cose me le dica». Sono tutti personaggi, come quelli di Beckett in fondo, che temono il silenzio, che esprimono l’ultimo barlume di umanità nell’estrema esigenza della presenza dell’altro, salvo poi non riuscire ad instaurare con esso un contatto.

 

Rumsey-Viterbi, il più giovane (attore), dalla virilità frustrata, con uno sguardo tagliente ma mai aperto, tenta di catturare la giusta sequenza del suo personale ricordo; Bates-Marconcini, anziano solo a prima vista, simpatico, non ascolta le altre voci in scena – e in fondo nessuno lo fa, salvo beckettiani dialoghi – ma, straniato voyeur, spia l’intimità dei giovani vicini di casa. Ascolta. Dalla vita ha avuto tutto, ma questa consapevolezza è lontana dalla gioia.

 

Come sempre in Pinter, il sospetto di una violenza agisce e corrode la comunicazione; la parola tuttavia è necessaria valvola di sfogo per contrastare un silenzio minaccioso, non sopportabile. Le luci e la gravità della postura dei personaggi insinuano il sospetto che in un momento imprecisato del loro passato qualcosa si è rotto, qualcosa che riaffiora quando ci si copre le orecchie con le mani: allora meglio non stare in silenzio.

 

Quaranta minuti, ma la percezione è di un attimo; un atto unico sapientemente intagliato con la cura dei piccoli oggetti.

 

 

Silenzio
cast cast & credits
 

Foto di scena di

 Paolo Foti


 
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