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Le mille e una notte: violenta poesia

di Chiara Schepis
  Le mille e una notte
Data di pubblicazione su web 29/10/2014  

 

Il Teatro del Carretto debutta in Prima Nazionale al Teatro del Giglio di Lucca con Le mille e una notte, ultima creazione di Maria Grazia Cipriani, drammaturga e regista dell’ensemble lucchese.

 

Il Re di Persia (Nicolò Belliti), la Principessa Sherazad (Elsa Bossi) e il Gran Visir-aiutante-fool (Giacomo Vezzani) sono solo alcuni dei personaggi che i tre attori di questo spettacolo vestono e svestono per comporre una delicata poesia, un inno affatto consolatorio che denuncia la violenza sulle donne e in fondo la prevaricazione fisica e psicologica del più forte. La struttura epica della pièce è presto dichiarata: lo spettacolo inizia nella testa dello spettatore che aspetta l’apertura del sipario sulle note di un canto femminile che muore nei rantoli del risveglio di un strano personaggio: un clochard addormentato. Nel torpore del risveglio, al suono di spettrali carillon (bamboline in abito nunziale ma con un teschio al posto della testa), questo cantastorie accende i lumini che delimitano il proscenio e compone la scena narrando l’orribile vicenda nascosta dietro la fiaba delle Mille e una notte.

 

Le mille e una notte è però solo la cornice entro cui proporre una retrospettiva di fiabe e mitologie il cui tema, forse mai davvero sottolineato nel comune narrare, è la violenza sulla donna. Tuttavia il taglio interpretativo dato al macro contenitore diventa funzionale al progetto drammaturgico della Cipriani in quanto costituirà uno scenario di guerra perpetua e sempre aperta di cui i singoli quadri si fanno battaglie, numeri, round. Non a caso la guerra sarà protagonista della denuncia finale.

 

Se i temi sono noti, non-convenzionali sono le immagini attraverso cui il Carretto decide di riproporli. Immagini fisiche impresse dall’energia controllata dei corpi degli attori, tableaux vivants tutt’altro che statici: Il parto di Pasifae-Bossi, l’angoscia del Minotauro-Belliti, La Kermesse di Teseo-Vezzani, La lotta, l’orgasmo di Arianna, sono solo alcune tele che compongono uno spettacolo in bilico tra l’altrove e il nostro presente riprodotto attraverso l’uso di pochissimi oggetti e una recitazione dai registri plurimi e sempre tendente all’antropomorfismo.

 

Il cortocircuito tra Storia e Teatro è reso in primis attraverso i mezzi della scena: scenografia e lingua. È alla luce, o all’ombra di un grande armadio “quattro stagioni”, in cui ordinatamente si conservano teschi e scarpe da donna, che si consuma la notte d’oriente della Principessa Sherazad-novella sposina. È la lingua barbara attraverso cui si esprime il Re-novello sposo, un grammelot russo o un suono pre-verbale, la spia che rivela l’incubo nascosto dietro la felice fotografia nunziale che il clochard scatta all’ingresso nella camera-scena della coppietta. Luci e suono (rispettivamente di Fabio Giommarelli e Luca Contini), dal canto loro, sono ulteriori protagonisti di questo spettacolo caravaggesco, in bilico, si diceva, tra vero e finto, tra fiaba e storia.

 

La Storia violenta allora il teatro e compone un quadro estremamente perturbante: “L’Asta degli orrori”, in cui l’armadio, oggetto fondamentale e plurifunzionale, si fa vetrina del mondo, un mondo fatto di guerra e di orride fiabe moderne. Denuncia sociale e fatti di cronaca si sostituiscono al Pantheon greco in un banco d’asta che vende come cimeli di guerra una vasta gamma di abiti insanguinati indossati dalle donne torturate nelle guerre dimenticate del Novecento e di oggi.

 

Il finale ci riporta alla cornice, alla fiaba e alla vittoria di Sherazad. Ma chi ha vinto davvero? Non si tratta di certo di un lieto fine, e neppure del risarcimento della figura femminile che, soccombente nella realtà, ottiene una consolatoria legittimazione nella favola. Sembra essere piuttosto l’elogio della violenza, di una violenza di tipo diverso, esercitata con la forza intellettuale e non con quella fisica, purtuttavia di stampo negativo. Sherazad ha salva la vita perché, dall’alto di una superiorità d’intelletto, incanta (o circuisce) un uomo violento presentatoci come un semi-analfabeta che con difficoltà, nel corso della pièce, articolerà rare e semplici frasi in italiano, lingua padroneggiata da tutti gli altri personaggi in scena.

 

Fisica o psicologica, singolare o globale, la violenza non consente al mondo sogni tranquilli: il clochard piange e sputa sulle candele ripiombando in un sonno inquieto, ninnato da due piccoli scheletri di un’umanità, da sempre, morta.

 

Le mille e una notte
cast cast & credits
 






Foto di Guido Mencari
 
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