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Folle bisogno d'impossibile

di Gianni Poli
  Caligola
Data di pubblicazione su web 22/10/2014  

Un testo elaborato, dal 1937 al 1958, in un’esperienza che partendo da mozioni filosofiche, inglobava esigenze vivamente esistenziali, in un linguaggio spesso poetico. Caligola, di Albert Camus, è apparso sulle scene italiane sporadicamente, in versioni spesso probanti delle sue qualità drammatiche, oltre che filosofiche, a partire dalle prove di Giorgio Strehler (1946) e di Carmelo Bene (1959) fino a quelle di Maurizio Scaparro (con Pino Micol, 1983) e di Elio de Capitani (con Ferdinando Bruni, 1997). L’allestimento del Teatro della Tosse s’inserisce nel programma triennale di indagine drammaturgica sulle problematiche del potere. Nel discutere sulle aberrazioni della tirannia – come ci perviene dalla storia e dalla leggenda sull’imperatore romano, esempio di trasgressione e arbitrio fino alla crudeltà gratuita – l’autore denuncia i suoi dubbi sulle diverse soluzioni ipotizzabili per sanare il male storico ricorrente e tanto presente nella sua attualità. Quanto alla tragicità della condizione umana, neppure il sollievo della poesia può nutrire un umanesimo vittorioso sulla disperazione.

Dalla rappresentazione genovese, con la regia di Emanuele Conte, ho riportato impressioni positive, sia per l’organizzazione spaziale del dramma, sia per distribuzione corale dei ruoli e per la recitazione, che trova soprattutto nel giovane protagonista (ha l’età del ruolo), Gianmaria Martini, un interprete di sorprendente maturità e rara forza comunicativa, nella disciplina dei mezzi vocali e gestuali. Nella sua presenza, agli eccessi del personaggio corrisponde il controllo sicuro dell’attore. Nella sua voce, il dolore viene filtrato e depurato. Pare sublimarsi in idea il sentimento originario dell’autore, poeta prima che filosofo, giovane scrittore e attore, che componeva per recitarla personalmente la figura dell’Imperatore.  


Caligola
Un momento dello spettacolo
©Donato Acquaro 

Conte ha inteso avvalorare la critica rivolta da Camus-Caligola al capitalismo, sostegno e frutto d’una politica orientata dal denaro. Ecco anche perché ha scelto l’ultima edizione (1958), qui in una nuova traduzione molto rispettosa dell’originale. Ma è riuscito a virare in emozione la logica tortuosa del pensiero camusiano, suggerendo analogie visive e gestuali alle idee dibattute in scena. Così Cherea incarna il tentativo di un antagonismo illuminato, se non affettuoso, nel contrastare i delitti del sovrano; conscio dei limiti della sua azione mediatrice. Così, pure non violento, si trova a guidare la congiura contro il dittatore. Enrico Campanati lo interpreta con registro pacato e deciso, con una rassegnazione che include la propria sconfitta, nell’azione di forza risolutiva. «Non posso amarti. – confessa – Ti giudico ma non ti odio»; mentre affermando «Voglio vivere», presume la legittima difesa, nella scelta dell’opposizione, da cittadino che aspira alla giustizia e alla normalità. Altri interlocutori sono Elicone e Scipione. Giovanni Serratore enfatizza la rabbia distruttiva del servo verso una gerarchia di privilegi basata su falsi valori, finanziari ed economici in particolare. Il giovane Scipione (Luca Terracciano) è il poeta, orfano del patrizio assassinato, che coinvolto nel dialogo sulla poesia, cede al potente e finisce per subirne il fascino (lo abbraccia) mentre ne riconosce la coerenza nell’indifferenza al male. In Cesonia, una ritrovata amante del passato, Caligola riassume anche l’assenza della morta Drusilla, vero compianto amore e tenta un confronto col femminile, un prezioso rapporto personale, tuttavia irraggiungibile. Così, anche la Luna, invocata e pretesa dal folle esploratore d’assoluto, è un altro emblema dell’irraggiungibile, dell’impossibile meta. Impersona Cesonia Viviana Altieri, con sollecite ambiguità di seduttrice e di innamorata; forse (troppo) più devota che cinica, più fedele che lucida, nel misurare il rischio della propria passione, che la destina a morire.   

Ho apprezzato inoltre la scenografia, elementare nei pochi semplici componenti: una porta-finestra a vetri, mobili da ufficio e un grande specchio centrale; il palcoscenico raccordato alla platea con una passerella, gettata al momento in cui Caligola invita i patrizi a banchetto. E in sala l’imperatore scende, spettatore giudice del certame poetico da lui bandito. I costumi moderni rivestono una lugubre atemporalità, nel bianco e nero dei vestiti, nelle maschere grigie deformanti dei notabili, burocrati abbrutiti; nella tunica, inizialmente rossa, poi nera, di Cesonia. Le scene più riuscite e avvincenti mi sono parse quella dell’ingresso di Caligola, in tuta e casco da automobilista, reduce da una corsa in cui sfogare il dolore per la morte della sorella-amante Drusilla. Allora pone la constatazione fondamentale a un Elicone sconcertato: «Gli uomini muoiono e non sono felici». Quando, intuito il complotto, Caligola invita a banchetto i congiurati, diffondendo terrore, abusando della moglie d’uno di loro, indi avvelenandolo per sospetto infondato di sfiducia. Quando, all’inizio dell’Atto III, nella celebrazione del «miracolo» inteso a screditare l’immagine degli dei, Caligola appare in sembianze di Venere. Nudo, con parrucca, aggredisce i suoi spettatori, beffeggiando al microfono la laida inconsistenza del mito. Quell’immagine inventata dall’autore, appare, oggi ancora, d’una ritualità eversiva efficace. Come fu sottolineata nell’edizione milanese (1997), ambientata in un circo, qui s’intona alla clownerie inscenata dal tiranno con lo stile d’una rock-star smaliziata. Infine, la complicità fra Caligola e l’ultima compagna, conclusa per la donna da un abbraccio fatale che la strangola, testimonianza d’abbandono (o disperazione) svolto in immagine di crudezza elisabettiana. E Caligola, davanti allo specchio, si riconosce colpevole della vanità d’una rivolta solitaria che postula necessaria una superiore solidarietà. Massacrato dai carnefici, ai quali si consegna, come suicida, riappare un istante da morto, proclamando la sua utopica vitalità, precaria, fragile, poeticamente sconsolata.

Le foto di scena dello spettacolo sono di Donato Acquaro.


Caligola
cast cast & credits
 




 
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