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L'opera barocca al Festival della Valle d'Itria 2014

Giovanni Fornaro
  La lotta d'Ercole con Acheloo
Data di pubblicazione su web 30/09/2014  

 

Il direttore artistico del Festival della Valle d’Itria Alberto Triola conferma, in questa edizione 2014, il tentativo di rivitalizzare nella continuità la rassegna martinese con partiture particolarmente interessanti ed “eccentriche”, spesso inedite per i nostri tempi, con scelte libere, per quanto possibile, da paludati condizionamenti socio-culturali, indagando attraverso quattro secoli di melodramma.

 

Dopo la “prima” de La Donna Serpente di Casella, in questa edizione lo sguardo del Festival si è rivolto a due opere che guardano al barocco italiano: la Armida di Tommaso Traetta e La lotta d’Ercole con Acheloo di Agostino Steffani.

 

Entrambe le partiture sono debitrici di decisive influenze francesi, doverosamente messe in rilievo nelle rappresentazioni di Martina Franca, così come un altro elemento all’epoca imprescindibile nell’opera barocca d’oltralpe: la danza.

 

Il “divertimento drammatico” di Steffani (Hannover 1689) è originariamente contrappuntato da tre balli alla francese che ne ripartiscono l’azione, mentre l’Armida traettiana (Parma 1760) prevede ben quattro danze su musiche non composte dal bitontino, purtroppo andate perdute.

 

Coerentemente con questi elementi di base, il Festival di Martina Franca si è orientato verso una sostanziosa presenza coreutica e di movimenti scenici dei bravi (e giovani) artisti della Fattoria Vittadini di Milano nata dalla Scuola intitolata a Paolo Grassi, il grande intellettuale originario di Martina Franca in entrambe le opere, incardinandoli nel ductus musicale e, in particolare nel caso della Lotta, costituendo materia drammaturgica viva, irrinunciabile per una corretta lettura della fresca regia di Benedetto Sicca (esperienze teatrali e operistiche con Luca Ronconi e Bob Wilson).

 

Il veneto Agostino Steffani era nome poco frequentato dalla discografia e dai festival, almeno fino alle recenti realizzazione di Cecilia Bartoli e Diego Fasolis nei generi del melodramma e della musica sacra. Figura davvero interessante e sui generis di ecclesiastico-diplomatico-compositore, attivo in area tedesca (Hannover, Düsseldorf e Monaco di Baviera), Steffani introduce l’opera italiana in Germania nella seconda metà del Seicento, mediandola con elementi francesi, come si è detto.

 

  Di soggetto mitologico dalle Metamorfosi di Ovidio , il suo “divertimento drammatico” La lotta d’Ercole con Acheloo, libretto di Bartolomeo Ortensio Mauro, a Martina Franca, in prima esecuzione italiana in tempi moderni, è stato trattato da Sicca con una leggerezza e “ariosità” che ben si conforma all’occasione originaria, una rappresentazione estiva per la Corte di Hannover, con tutta probabilità fra giardini all’aperto e fontane.

 

In questa prospettiva, nella lettura del regista l’acqua è elemento fondamentale, materia multiforme e cangiante che tutto avvolge, un locus anche psicologico, chiara metafora del sentimento amoroso, alveo sfuggente all’interno del quale si svolgono le relazioni fra Deianira, bella e indecisa figlia del re Eneo, Ercole (col patronimico di Alcide) e il dio del fiume Acheloo, così come le schermaglie, verbali e non, fra i due pretendenti alla mano della fanciulla.

 

Foto Laera

 

Se i quattro danzatori della Fattoria Vittadini (cui si ascrivono le coreografie, insieme con lo stesso Sicca), attraverso balli, azioni mimiche dai movimenti avvolgenti, continui e circolari, incarnano molti elementi dinamici esterni ai tre protagonisti (la belva, da cui Ercole salva la ragazza; le Naiadi del fiume; il giardino della reggia di Eneo, accarezzato dalle acque del fiume), in una scena unica, continuo gioco di scambi e permutazioni, è certamente l’elemento liquido che pervade lo spettacolo e non solo sul palcoscenico.

 

Ci troviamo, infatti, nel magnifico ma non enorme chiostro rococò della Chiesa di San Domenico, nel centro storico della bella città pugliese, e bisognava risolvere vari problemi di spazio che una rappresentazione melodrammatica può presentare in un contesto come questo. L’orchestra, ad esempio, non può essere allocata in una buca che qui non esiste: si è scelto di inglobarla nel contesto drammaturgico, attivando ipso facto frequenti interrelazioni con i danzatori, compreso un delizioso siparietto a metà opera (che è atto unico, in ventuno scene), in cui il direttore al cembalo Antonio Greco è simbolicamente accoltellato da uno dei ballerini, giusto il tempo di riaccordare, soprattutto gli strumenti antichi del basso continuo, qui purtroppo affiancati ai moderni. L’intera compagine strumentale è collocata ai piedi del palco, in un’area ricoperta di una superficie riflettente che simula l’acqua del fiume da cui emerge Acheloo, come sulla scena ove, in più, sono posizionati in verticale anche due specchi, eteree quinte teatrali di un magma in eterno movimento, ove l’acqua appare e scompare nei suoi tre stati naturali: solido, liquido (i danzatori “nuotano” sul fondale di scena, dietro agli archi del chiostro) e gassoso (le delicatissime bolle di sapone che impreziosiscono le scene finali).

 

Foto Laera

 

Le note di regia chiariscono come l’interpretazione di Sicca si muova verso una rappresentazione delle fragilità dell’amore giovanile, come giovanissimi sono in effetti i personaggi dell’opera e gli stessi attori e ballerini nell’allestimento del Valle d’Itria: amore totale, coinvolgente, apocalittico come è, spesso, in quella età: Eros e Thanatos, come sempre.

 

La partitura, bellissima, è appannaggio dell’Ensemble Barocco dell’Orchestra Internazionale d’Italia, ben diretto dal già citato Greco al clavicembalo ormai punto di riferimento del Festival per la musica barocca, dopo L’ambizione delusa di Leonardo Leo, l’anno scorso ma forse un po’ troppo esteso rispetto alle prescrizioni di Steffani, che pure erano relative ad una ambientazione en plein air: diciassette musicisti, più il basso continuo.

 

Questa produzione del Festival nasce da un progetto formativo  dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”, istituzione in cui stanno perfezionandosi alcuni giovani e dotati cantanti. In questo allestimento, a rifulgere su tutti è Federica Pagliuca, vocalmente perfetta nei panni di Deianira, con un timbro delicato ma anche preciso e diretto, a suo agio nelle più alte “agilità” di una parte non certo comoda. L’opera, che prevedeva l’utilizzo di castrati, in questa produzione ha visto, nella difficile parte di Alcide (Ercole), la brava e ieratica Dara Savinova, dal piglio attoriale quasi altero, mentre Riccardo Angelo Strano nei panni del dio Acheloo, sebbene molto in parte sul palco, vocalmente non rifulge, a causa di un falsetto non aderente a quanto prescritto. Chiude il cast vocale Aurelio Schiavoni (Eneo), che ha svolto correttamente e con attenzione  il compito.

 

Le scene “acquose” sono di Maria Paola Di Francesco, gli azzeccati costumi di Manuel Pedretti, le importanti luci di Giuseppe Calabrò.

 

 

La lotta d'Ercole con Acheloo



cast cast & credits



 
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