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Così (non) ridevano

di Vincenzo Borghetti
  Le Comte Ory
Data di pubblicazione su web 15/07/2014  

 

È davvero sorprendente che, con la presente, siano solo tre le produzioni del Comte Ory nella storia del Teatro alla Scala. Rossini nella vita operistica contemporanea significa ancora quasi esclusivamente Italiana in Algeri, Barbiere di Siviglia e Cenerentola; le Rossini Renaissance, Rossini Opera Festival, le dive e i divi del belcanto rossiniano, le nuove edizioni finalmente critiche hanno in fondo alterato poco questo stato di cose, anche nel teatro milanese: ogni tanto una Donna del Lago o un Tancredi, ogni tanto un Otello (ne è previsto uno nella stagione prossima) o, per ovvie ragioni tecniche più raramente, un Guillaume Tell. Stavolta la scelta è caduta sul Comte Ory, l’opera comica che Rossini scrisse nel 1828 per l’Opéra di Parigi e che alla Scala mancava da 23 anni (l’ultima apparizione è stata nel 1991; la prima nel 1958). Ritorniamo così a vedere in scena una delle opere più divertenti e raffinate dell’intero repertorio operistico. Era ora!

 

Sulla carta le premesse per una produzione molto interessante c’erano tutte: la regia dello spettacolo (coprodotto con l’Opéra Nationale di Lione, dove è stato presentato lo scorso febbraio) è affidata a Laurent Pelly, autore di alcune tra le più argute e fortunate messinscene di opere buffe negli ultimi anni (Orphée aux Enfers del 1997, la Fille du régiment del 2007, solo per citarne alcune); nel cast figurano cantanti rossiniani di primo e primissimo piano (Juan Diego Flórez in alternanza con Colin Lee nel ruolo del protagonista eponimo; Aleksandra Kurzak/Pretty Yende come primedonne; Stéphane Degout/Simone Alaimo nei panni di Raimbaud oltre a comprimari di alto profilo); la direzione è infine nelle mani di un esperto rossiniano come Donato Renzetti.

 


Un momento dello spettacolo.
Foto di Marco Brescia & Rudy Amisano
 

Eppure, la serata non ha davvero funzionato, e la responsabilità, spiace dirlo, è proprio della regia. Pelly traspone la vicenda ai giorni nostri: nel primo atto il conte si presenta travestito da guru indiano e imbonisce le folle in una palestra scolastica adattata per l’occasione; la contessa è una signora dell’upper class conservatrice che però nutre evidenti perplessità sugli incomodi del proprio bacchettonismo; e nel secondo atto il suo castello somiglia alla villa elegante e sobria di una famiglia gaullista della provincia francese. Qualche gag va a segno grazie alla trasposizione temporale, per esempio l’improvviso spogliarello del conte/guru che dà inizio alla cabaletta di una imbarazzata e sotto sotto molto curiosa contessa nel primo atto; oppure le scene con i cavalieri travestiti da suore ‘moderne’ con atroci gonne al ginocchio, che si dànno alla pazza gioia col vino in una cucina con frigorifero ipertecnologico nel secondo.

 


Un momento dello spettacolo.
Foto di Marco Brescia & Rudy Amisano
 

Tuttavia queste trovate non risollevano una regia distratta e svogliata, che nel corso dell’opera non se ne fa poi molto della nuova ambientazione della vicenda. In molti casi il movimento è garantito solo dal coro che entra e esce e rientra e riesce di scena senza un evidente perché (succede di frequente sia nel primo sia nel secondo atto), mentre i personaggi sembrano tutti poco convinti di quello che fanno (e che in genere è poco). La mancanza di convinzione è il difetto principale di questa regia, che non ha la costanza di seguire fino in fondo nessuna delle idee che pure mette in campo. La mia sensazione è stata di trovarmi di fronte alla prima stesura di una regia, piuttosto che ad uno spettacolo curato in ogni suo dettaglio. Alla fine non si ride, se non in un paio di punti. E questo per un’opera che potrebbe (e forse pure dovrebbe) essere esilarante è un problema.

 

La serata ha avuto comunque i suoi lati positivi, tutti concentrati nella parte musicale. Ho scelto di proposito una recita in cui non ci sarebbe stato il primo cast. Ero curioso di sentire il Comte Ory senza Flórez (di cui ho nel cuore le recite pesaresi del 2003), e di incontrare alcuni interpreti emergenti nel repertorio rossiniano come Pretty Yende nel ruolo della comtesse di Formoutier, ruolo che ha segnato il suo primo successo internazionale l’anno scorso al Metropolitan. L’esperienza è stata molto positiva. Colin Lee (comte Ory; Lee ha cantato tutte le recite, sostituendo dopo la ‘prima’ l’indisposto Flórez) ha fin dall’inizio dominato la sua parte, una delle più scabrose del repertorio belcantistico, per le sfide poste come sempre dalla vocalità tenorile rossiniana, ma anche per le capacità interpretative e attoriali che il ruolo richiede. Lee è molto bravo nel tratteggiare il suo Ory di volta in volta cialtrone, charmante, divertente senza mai perdere controllo della linea di canto e dei suoi virtuosismi. Dal canto suo Pretty Yende presta alla contessa doti vocali parimenti agguerrite, ma può forse ancora sviluppare il lato seduttivo del suo personaggio, ‘giocando’ di più con la musica. Molto bene l’Isolier di Chiara Amarù e il gouverneur di Roberto Tagliavini (di entrambi ho apprezzato l’omogeneità dei registri e l’eleganza del fraseggio), così come la Ragonde di Marina De Liso (rimarchevole la nobiltà del suo timbro e dell’accento, che hanno conferito spessore musicale anche ad un ruolo non principale). Molto bene nel complesso anche Nicola Alaimo come Raimbaud, nonostante qualche affanno nella cabaletta dell’aria del secondo atto. Buona la direzione di Donato Renzetti che non ha certo lesinato in colori e sfumature, alla guida di un’orchestra particolarmente duttile e precisa.

 

Le Comte Ory
Melodramma giocoso in due atti


cast cast & credits



 
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