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I pilastri della società, mondo orrendo di gente perbene

di Michela Zaccaria
  I pilastri della società
Data di pubblicazione su web 08/11/2013  

 

Grandi ritratti alle pareti, tende come sipari, ampie vetrate, tappezzeria rosso ciliegia e sontuoso salotto in tinta fine Ottocento che tanto ricorda Sussurri e grida. Di Bergman però neanche l’ombra. Molto vaudeville, invece, per il dramma ibseniano I pilastri della società, poco frequentato sui palcoscenici italiani ed oggi proposto da Gabriele Lavia nella duplice consueta veste di attore e di regista.

E’ la storia del console Bernick che dietro il successo personale nasconde una colpa inconfessabile. Ha infatti sedotto una giovane che per il dolore ne è morta e ha lasciato ricadere la colpa sul cognato Johan, emigrato in America con la sorellastra Lona. Nel sontuoso salotto rosso ciliegia oggi Bernick è ricco e rispettato, un vero benefattore. «Quanta pace nel cor, quanta gioia ed amor...» cantano in coro la sua bionda mogliettina e le dame di carità venute in visita, mentre la sorella bigotta suona il piano ed il professore sessuofobico tiene il tempo. Intanto gli uomini del fare- i «pilastri della società» del titolo- pensano a nuovi ambiziosi progetti, la ferrovia ad esempio. Ma il loro dire non ha nulla di volgare e di sinistro; per il regista sono come tutti, dei pupazzetti che s’affaccendano senza requie nel balletto ipocrita della vita. Anche il console di Lavia più che spregiudicato capitano d’industria è un omino cinico e vile in vestaglia di velluto, un piccolo mostro di avidità e di egoismo.

Quando dopo diciotto anni di silenzio Lona e Johan scendono dal carro del circo e s’affacciano impresentabili nel sontuoso salotto rosso ciliegia del console, fra il tavolino e la dormeuse rievocano verità scomode che smuovono la coscienza. Le signore perbene sono scandalizzate: -Il circo americano...con tutti quei cavallerizzi!

Lona si diverte un mondo a sollevare il velo della finzione, mentre Bernick si giustifica e piagnucola. Ma non crediamo un minuto alla buona fede di nessuno dei due. Zazzeretta bionda, cappellaccio e gambe larghe da yankee, Federica Di Martino disegna una Lona senza grazia e senza amore; Graziano Piazza è il fratellastro che si addossa la colpa (e non capiamo perché); Giorgia Salari la moglie Betty, bionda e tonta d’ordinanza. Intorno le silhouettes in controluce delle altre figurine, soprattutto il gustoso Hilmar Tønnesen di Mario Pietramala e la commovente Dina Dorf di Camilla Semino Favro.

Allestimento tradizionale nei modi e non privo di qualche lungaggine nei tempi, I pilastri della società ci ricorda che non c’è libertà senza verità, perché chi mente è schiavo della propria menzogna. La politica è corrotta perché la società è corrotta. C’è sempre qualcosa da nascondere, una colpa di cui vergognarsi. Può allora una società reggere e progredire senza inganno? La risposta del regista è negativa; il lieto fine originale viene espunto. Ieri come oggi nessun pentimento, nessuna confessione. Il Bernick di Lavia rimarrà infine pirandellianamente fissato all’ennesima celebrazione vuota e tronfia della propria (falsa) rispettabilità e farà un bel discorso finale -novello Marcantonio shakespeariano- di fronte a quella corte di moralisti sciocchi che lo applaude meccanicamente, «mondo orrendo di gente perbene».

La tournée dello spettacolo:

5-15 novembre 2013 al Teatro della Pergola di Firenze
20 novembre-22 dicembre 2013 al Teatro Argentina di Roma
13-16 febbraio 2014 al Teatro Bonci di Cesena

18 febbraio- 2 marzo 2014 al Teatro Carignano di Torino

4 - 9 marzo 2014 al Teatro della Corte di Genova

12 -16 marzo 2014 al Teatro Storchi di Modena

18- 23 marzo 2014 al Teatro Verdi di Padova

25 marzo- 6 aprile 2014 al Teatro Strehler di Milano


I pilastri della società
cast cast & credits
 


In alto, Federica Di Martino e Gabriele Lavia in una scena dello spettacolo.
Foto di Tommaso Le Pera.

 
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