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Ricordo di Arnaldo Ninchi

di Alessandro Tinterri
  Ricordo di Arnaldo Ninchi
Data di pubblicazione su web 16/09/2013  

 

Come Vittorio Gassman era stato nazionale di pallacanestro e come Gassman si era diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, scritturato da Gassman, aveva condiviso con lui l’avventura del Teatro Popolare Italiano e nel 1960 era stato testimone, accanto a Gassman, dello storico fiasco di Un marziano a Roma di Ennio Flaiano (nella parte del sindaco). Parliamo di Arnaldo Ninchi, scomparso a Roma il 6 maggio di quest’anno, all’età di settantasette anni, essendo nato a Pesaro il 17 dicembre 1935. Dopo aver donato nel 1992 al Burcardo di Roma alcuni copioni teatrali, ha lasciato al Museo Biblioteca dell’Attore di Genova altri materiali custoditi in due fondi, il primo intitolato al padre Annibale Ninchi (1889-1967), comprendente oltre 2.500 lettere, programmi di sala, ritagli stampa e un volume inedito di aneddoti teatrali, il secondo, intitolato al suo nome, comprende fotografie, programmi, ritagli stampa e carte amministrative. Figlio d’arte, rappresentava la seconda generazione di una famiglia di attori di estrazione borghese: il padre, Annibale, tra i protagonisti della scena italiana tra le due guerre, viene tuttora ricordato per avere interpretato (ironia onomastica) il ruolo di Scipione l’Africano nel film di Carmine Gallone e, in tempi più recenti, i due capolavori felliniani, La dolce vita e 8 ˝; volto non meno conosciuto del teatro e del cinema, era lo zio Carlo Ninchi, per non dire di sua zia, Ave Ninchi, attrice popolarissima, non solo di teatro e di cinema, ma nota al largo pubblico anche per le sue conduzioni televisive. Tuttavia, i Ninchi, a differenza dei De Filippo, non recitarono mai insieme, preferendo percorrere sentieri distinti, segno di una vocazione individuale, nonché, forse, di un certo individualismo borghese.

 

Nel 1956 s’iscrive all’Accademia, diretta, dopo la morte del suo fondatore Silvio d’Amico, dal critico Raul Radice, dove ha come docente di regia Orazio Costa, e come insegnanti di recitazione Sergio Tofano, Carlo D’Angelo, Wanda Capodaglio e Jone Morino; tra i compagni di corso sono Eros Pagni e Giuliana Lojodice, e, negli anni successivi, compagni di Accademia saranno Umberto Orsini e Gian Maria Volontè. V’insegna storia del teatro Giorgio Bassani, che nel 1957 pubblica Gli occhiali d’oro, grande appassionato di tennis, come il suo allievo Arnaldo Ninchi, che lo ricorda nel suo libro di memorie, Io, questa Compagnia non la volevo fare (Roma, RaiEri, 2010), dove racconta, tra le altre cose, anche del torneo (“Lo scolapasta d’oro”), che si teneva annualmente a casa di Ugo Tognazzi, al quale interveniva il mondo dello spettacolo italiano (in una foto Ninchi è ritratto accanto a Tognazzi, Gassman, Pavarotti e Giorgio Bracardi).

Nelle citate memorie compaiono spesso racconti e aneddoti, talvolta di seconda mano, riferiti a grandi interpreti del passato, della generazione precedente, quella del padre e degli zii, Zacconi, Ruggeri, Benassi (persino il titolo del libro, Io, questa Compagnia non la volevo fare, è preso in prestito da una sua battuta), sino a diventare un tratto distintivo di questo attore, sospeso tra passato e presente. Si avverte costante nel libro una sorta di richiamo a un’età dell’oro del teatro, che il giovane Ninchi ha fatto appena in tempo a intravedere, si percepisce che almeno ai suoi occhi di ragazzo come tale deve essere apparsa quell’epoca che neppure il fascismo poteva appannare. Sicché non di rado accade di imbattersi in considerazioni suggerite magari dalla lettura di una rivista di quegli anni. È il caso, per fare un esempio, di una diatriba sul differente modo di intendere gli applausi a scena aperta, illustrato da un articolo apparso sulla rivista “Scenario” nel 1936, che vede contrapposti Ermete Zacconi e Sergio Tofano: «Per Tofano l’applauso a scena aperta è un disturbo e un’alterazione di quello che è il ritmo generale dello spettacolo e quindi va evitato e non ricercato. Secondo Zacconi è un motivo di soddisfazione per l’attore, che si sente gratificato e quindi spronato a far meglio. Due distinte visioni di due diverse epoche».

 

Dopo l’incontro con Gassman, il suo apprendistato prosegue al fianco di Salvo Randone (è stato Belcredi nel pirandelliano Enrico IV ), rivelandosi compagno di viaggio ideale, come già era accaduto con Gassman, nei frequenti spostamenti in auto di piazza in piazza. Se in giovane età, neodiplomato all’Accademia, Arnaldo Ninchi aveva aderito al profilo di attore funzionale vagheggiato da Silvio d’Amico, lavorando con i maggiori registi, da Franco Enriquez a Luigi Squarzina, per fondare negli anni Settanta, insieme con altri, una cooperativa, che mette in scena, tra l’altro, Non si sa come di Luigi Pirandello (in onda alla Rai in un’edizione televisiva, preceduta dalla presentazione di Marta Abba)  e Le mani sporche di Jean-Paul Sartre, negli ultimi anni parve rispolverare un modello capocomicale di mattatorismo elegante e discreto, confermandosi attore dai toni sorvegliati e autoironici.

A partire dal 1960, con  I piaceri del sabato notte di Daniele D’Anza, inizia a lavorare nel cinema: «È così bello fare il cinema! La propria vanità è così appagata! Cosa c’è di più meravigliosamente egoista di un primo piano?». Incombe, però, come una spada di Damocle l’incognita del montaggio e dei tagli, alimentando quella che Ninchi definisce la «sindrome da Buster Keaton» (riferendosi alla diceria che Chaplin in Luci della ribalta avrebbe tagliato le scene in cui Keaton lo avrebbe sovrastato). Quasi una trentina i film cui partecipa (l’ultimo, Il volto di un’altra di Pappi Corsicato, nel 2012) tra i quali spicca la collaborazione con Pupi Avati con ben tre titoli (Magnificat, 1993, Dichiarazioni d’amore, 1994, e L’arcano incantatore, 1996), che in qualche misura lo risarcisce delle delusioni, pari alle aspettative, nutrite nei confronti della settima arte, che non prova a dissimulare nelle sue memorie.

 

Contemporaneo al debutto cinematografico anche quello televisivo, all’inizio degli anni Sessanta nella miniserie di Giorgio Albertazzi, Le pecore nere, quando ancora si registrava in diretta e gli interpreti televisivi erano reclutati tra i teatranti, sino all’ultima apparizione, in onda su Rai Uno nell’aprile di quest’anno, nella miniserie in due puntate diretta da Luca Manfredi, L’ultimo papa re, in cui vestiva i panni di Pio IX. Ma l’apice della sua carriera televisiva resta legato all’interpretazione di Romeo Daddi nel Non si sa come di Pirandello.

L’edizione televisiva (che vedeva Ninchi affiancato da Mario Erpichini e Micaela Pignatelli), sanciva una lunga frequentazione di Ninchi, in questo caso anche nelle vesti di regista, che si cimentò con il testo pirandelliano per la prima volta nel 1974, riprendendolo diverse volte a teatro (nel 1979 e nel 1990) sino a farne un suo cavallo di battaglia. E la novità dell’ultima edizione fu il ripristino del finale originario e la conseguente eliminazione del finale a effetto con il colpo di pistola e l’ultima battuta pronunciata dal protagonista («Anche questo è umano») mortalmente ferito. È lo stesso Ninchi a raccontarlo, laddove nelle sue memorie ricorda l’incontro illuminante avvenuto con Alessandro d’Amico, storico curatore dell’edizione critica delle pirandelliane Maschere nude nella collana dei Meridiani Mondadori, e la rivelazione ricevuta, che per l’attore assunse subito i contorni di una «ghiotta» scoperta: Pirandello aveva, infatti, finito col cedere alle pressioni di Alessandro Moissi e del direttore del Burgtheater di Vienna, cui era originariamente destinata la prima della novità pirandelliana, e si era lasciato convincere a cassare la primitiva versione, drammaturgicamente in calando, introducendo un finale assai più drammatico. «Grati a Sandro per averci rivelato l’arcano, ci sentiamo in dovere di essere noi, che l’avevamo replicato con tanta fortuna, a riproporlo con questa inattesa versione. Debuttiamo con il nuovo finale io, Mario Erpichini, Barbara Nay, Micaela Pignatelli ed Enrico Baroni al Valle di Roma l’ultima settimana di settembre, fuori abbonamento. Il sesto giorno, domenica, c’è il pienone e tutta la critica ci è meravigliosamente vicina apprezzando la soluzione finale: “Via quel colpo di pistola”. “Quel colpo di rivoltella era in più”». Uno per tutti. Renzo Tian rilevava come «depurato da quel colpo di pistola voluto dalle intransigenze imprenditorial-mattatoriali, […] il dramma ritrova la sua strada di itinerario allucinato nelle inaspettate profondità della sub-coscienza, dove sono sconosciuti gli accenti del melodramma».







 



 
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