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Ammirati, ma non convinti

di Elisa Uffreduzzi
  Cloud Atlas
Data di pubblicazione su web 21/01/2013  
                                 

L’atlante delle nuvole del titolo è una composizione musicale, un sestetto, al contempo musica diegetica ed extra-diegetica, che torna come un mantra, rielaborato e camuffato, lungo tutto il corso del film, costituendone una sorta di paradigma sonoro. Cloud Atlas è infatti intessuto di una fitta rete di richiami interni e citazioni autoreferenziali, impossibili da cogliere nella loro complessità a una prima, singola visione. La trama, architettata secondo un intricato meccanismo affine all’entrelacement dei racconti cavallereschi - in cui da un filo narrativo si passa a un altro che si svolge contemporaneamente, per poi riprenderlo più avanti - è desunta dall’omonimo romanzo di David Mitchell, in cui sei storie ambientate in un arco di tempo che va dal 1849 al 2346, si svolgono con gli stessi protagonisti, che tornano pur cambiando di volta in volta identità. Sembrerebbero a una prima occhiata tutti episodi distinti, eppure, lo capiremo nel corso del film, sono tutti in qualche modo collegati, parte di un unico disegno. Del resto la formula ricorrente in Cloud Atlas, nonché messaggio ai posteri di  Sonmi-451, cameriera di una “mangeria” del 2144 è: ĞLa nostra vita non ci appartiene. Dal grembo materno alla tomba, siamo legati agli altri.  Passati e presenti. E da ogni crimine, e da ogni gentilezza, generiamo il nostro futuroğ.

 




 

Sorta di apologo edificante per adulti di questo millennio - non a caso una delle storie è ambientata nel 2012 - il film sottintende una vera e propria filosofia filantropica, che ruota costantemente attorno al concetto della metempsicosi, senza mai nominarlo direttamente. Per di più, l’assioma religioso-filosofico sul quale è imperniata la narrazione, assume una prospettiva finalistica, il cui scopo ultimo è il bene comune, come esplicitato dal fatto che la maggior parte dei personaggi si muove secondo una direttrice che - di storia in storia - progredisce gradualmente dal negativo al positivo, dal male al bene. Un movimento ascensionale del quale è sintomatica la serie di personaggi interpretati da Tom Hanks, i cui estremi opposti sono il malvagio Dr. Goose e il buon pastore Zachry.

Aperto e chiuso dalla stessa inquadratura di una galassia, il film è stato girato dai fratelli Lana e Andy Wachowski, celebri per la trilogia di Matrix (1999-2003), che stavolta si sono avvalsi della collaborazione del regista tedesco Tom Tykwer, dividendo quindi le riprese in due troupe che hanno girato in contemporanea: mentre i fratelli Wachowski riprendevano le scene ambientate nel 1849, nel 2144 e nel XXIV secolo, Tykwer girava quelle del 1936, del 1973 e del 2012. Le sequenze più immaginifiche e in cui si ravvisa un più massiccio intervento degli effetti speciali di Dan Glass, ovviamente, sono quelle futuristiche degli episodi ripresi dai fratelli Wachowski, ma in realtà il suo lavoro ha investito l’opera di entrambe le unità. Certo il risultato finale è meno “d’impatto” rispetto all’innovativo bullet time di Matrix e la complicata trama, pur avvolta nel fascino del messaggio spiritual-filosofico che sottintende, risulta del tutto incapace di avvincere il pubblico, non diremo alla trama - ché la perdita della centralità dello spettatore è cifra stilistica ricorrente dal cinema moderno in poi - ma neanche al suo portato filosofico-religioso. Va detto, chi scrive detesta il genere fantasy, quello fantascientifico e affini, a meno che non siano conditi da una prepotente dose di ironia - e infatti ci asterremo dal contestare le singole trovare risibili - ma qui ci si trova di fronte a una contraddizione in termini: se si voleva costruire un fanta-film, questo avrebbe avuto eccome la pretesa di porre lo spettatore al centro della narrazione, ma Cloud Atlas non vi riesce, risultando troppo frammentario per poter generare la benché minima affezione del pubblico a questo o a quel personaggio. Se invece interesse principale della narrazione era “la morale” implicita, allora questa è resa poco credibile proprio dal fanta-genere chiamato in causa.

 




 

Il grande cast internazionale comprende, tra nomi più e meno noti, Tom Hanks, Halle Berry, Jim Broadbent, Hugo Weaving, Jim Sturgess, Doona Bae, Ben Whishaw, James D’Arcy, Zhou Xun, Keith David, David Gyasi, Susan Sarandon e Hugh Grant. Spesso resi irriconoscibili dagli abili travestimenti delle due squadre trucco e acconciature coinvolte, gli stessi interpreti, tornando di storia in storia, costituiscono altrettanti rebus da risolvere, una sorta di gioco di identificazione, nell’elaborata architettura filmica di Cloud Atlas. A fungere da collante a un materiale narrativo tanto discontinuo è un altro enigma da decifrare: le già citate musiche del film, composte dallo stesso Tom Tykwer insieme a Johnny Klimek e Reinhold Heil, ovvero quel Cloud Atlas Sextet, vero e proprio leitmotiv del film, che torna anch’esso travestito e acconciato di volta in volta in modo differente. Cloud Atlas non ci ha convinto, ma siamo ammirati da cotanto lavoro e ingegno.




Cloud Atlas
cast cast & credits
 
                                  





 
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