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Trouble with the Camera movement

di Elisa Uffreduzzi
  Di nuovo in gioco
Data di pubblicazione su web 07/12/2012  

Gus (Clint Eastwood) è l’anziano talent scout di una squadra di baseball professionistica, che risente di un improvviso calo della vista. Rischia così di perdere il lavoro, contrastato dal giovane collega rampante tutto computer e niente lavoro sul campo, che gli fa una concorrenza spietata. Lo sostengono il vecchio amico e collega Pete (John Goodman) e la figlia Mickey (Amy Adams), che gli presta un paio d’occhi per quella che potrebbe essere la sua ultima selezione di un battitore. Il viaggio in North Carolina diventa l’occasione per affrontare il difficile rapporto con la figlia, un ambizioso avvocato e constatare che anche mezzo cieco, il vecchio Gus non ha perso il suo tocco magico.

 



 

In età da pensione come il personaggio che interpreta, Clint Eastwood gli presta il volto e la voce afona, dimostrando di aver acquisito insieme agli anni e alle rughe, capacità espressive non così spiccate in gioventù. Accanto a lui si fa notare Amy Adams (di recente vista in The Master di Paul Thomas Anderson, 2012, dove pure aveva dato una buona prova attoriale), capace di un’interpretazione emotivamente molto coinvolgente e di trascolorare da un’emozione a un’altra con estrema naturalezza, pur in un film come Di nuovo in gioco, che certo non brilla per plot e regia. Si direbbe un buon mestierante Justin Timberlake (nella parte di Johnny, uno scout al suo primo incarico), la cui interpretazione è discreta, ma più manierata e meno coinvolgente; del resto anche Timberlake, come gli altri interpreti è limitato da un ruolo stereotipato e banalizzato dalla pressoché totale mancanza di chiaroscuro psicologico. 

 




Buoni e cattivi facilmente individuabili, una trama carica di retorica yankee che lascia ben poco all’immaginazione e un diabetico happy end, ne fanno un rassicurante “film per tutta la famiglia”. E questo non vuol essere un complimento. Anche l’episodio di pedofilia con annesso assassinio, del tutto in controtendenza rispetto al buonismo imperante del film e che avrebbe potuto riscattarlo, aumentandone lo spessore drammatico, viene trattato con superficialità, lasciato allo stadio di abbozzo e per così dire “buttato via”, senza essere approfondito, rinunciando così a uno spunto potenzialmente valido. La regia “legnosa” (con movimenti di macchina la cui fluidità sarebbe stata forse buona per gli anni ‘80, ma non nell’era della computer graphic), completa il quadro clinico di un film piatto e noioso. Robert Lorenz, che ha lavorato come produttore e/o primo assistente alla regia di vari film di Eastwood (Mystic River, Million Dollar Baby  e Gran Torino ad esempio) confeziona un innocuo prodotto disneyano, cui Eastwood si dev’essere piegato più per onorare un’amicizia di lunga data, che per convinzione, ci permettiamo di supporre e sperare. Si direbbe che Lorenz, nonostante la pluriennale esperienza come assistente alla regia e regista della seconda unità, al banco di prova del primo film firmato in autonomia, fallisca come il battitore del suo film, che nonostante le ottime credenziali, rivela seri problemi con un ben preciso tipo di lanci. Parafrasando il titolo originale, diremo che ha qualche problema con i movimenti di macchina. Segni particolari: è un regista.





Di nuovo in gioco
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