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Poesia sinfonica cinematografica: una nuova tendenza nel cinema americano?

di Elisa Uffreduzzi
  Tar
Data di pubblicazione su web 18/11/2012  

Ispirato all’omonima raccolta di poesie (1983) di C.K. Williams (Premio Pulitzer nel 2000 per Repair), che per altro ci sembra di capire che interpreta la parte di se stesso, TAR è un film dalla regia corale (Cfr. Cast & credits), in concorso nella sezione Cinema XXI del Festival Internazionale del Film di Roma, il comparto della manifestazione dedicato alle nuove proposte della cinematografia internazionale. In questo caso più che di innovazione vera e propria è forse più opportuno parlare di una tendenza allo stadio embrionale nell’ambito del cinema americano, nella quale s’inserisce TAR (un singolo film ma più registi) e rientrano a pieno titolo anche The Tree of Life e To The Wonder, le ultime prove di Terrence Malick, autore che fa dunque le veci se non del capostipite di un nuovo movimento, per lo meno quelle di nume tutelare di un nuovo orientamento.

Probabilmente l’accostamento sorge spontaneo anche a causa della presenza nel cast di Jessica Chastain, che interpreta qui un ruolo molto simile a quello assegnatole in The tree of life, in cui era una dolce madre anni Cinquanta, ritratta in contrapposizione a una figura paterna severa e insensibile (si noti la scena in cui Charles bambino viene rimproverato dal padre, simile a varie di The Tree of Life). Ma non è soltanto questo: sono il modo in cui è trattata la sceneggiatura e la maniera narrativa scelta, a definire la riconoscibilità della tendenza in questione. Sia nei film di Malick che in TAR i dialoghi sono in buona parte sostituiti dalla narrazione della voce over del protagonista, che interpreta i versi del poeta mentre scorrono le immagini delle situazioni che suggerisce.




Non si tratta dunque di didascaliche descrizioni di quanto mostra lo schermo, bensì di trasmettere il sentire del protagonista in varie fasi della sua vita attraverso poesia e immagini in movimento. A ulteriore commento di queste ultime si inseriscono a loro volta le inquadrature in primo piano dello stesso C.K. Williams, che come in una sorta di intervista confidenziale filmata, recita i versi delle sue poesie. Il personaggio di Charles si stratifica così su tre diversi livelli: c’è il poeta di oggi; il giovane uomo che scriveva TAR (James Franco) e il Charles che abita i ricordi che ispirarono le poesie di quella raccolta (bambino e adolescente). Le scene dialogate si riducono dunque a pochi inserti, in un fluido svolgimento di suggestioni e momenti solo abbozzati, come i ricordi o se si preferisce i sogni. Il pericolo dell’amianto che getta un’ombra negativa sul futuro, parimenti rimane solo uno schizzo.

Allo stesso modo che nei già citati casi di Malick, la regia di TAR non lascia molto spazio per le grandi prove d’attore, giacché la recitazione, depauperata com’è dei dialoghi è al servizio della sinfonia visiva del film. Ciò è tanto più vero per ruoli minori come quello della Chastain che interpreta la madre e quello di Mila Kunis, che presta il proprio volto alla moglie Catherine.




A distinguere la maniera registica di Malick da quella di TAR è piuttosto una questione di estetica, i dodici registi impegnati nella realizzazione di TAR optano infatti per una fotografia più sgranata e calda rispetto a quella calligrafica e patinata di Malick. Laddove quest’ultimo idealizza visivamente i soggetti ripresi, TAR opta per una sorta di lunga polaroid, interrotta solo a tratti dalle nitide inquadrature dell’intervita filmata del poeta oggi. Fatto soprattutto di primissimi piani e dettagli, degli occhi, delle mani, delle labbra, ecc., il film si apre proprio su una notazione in versi di Williams, affidata alla voce over di James Franco.

Quella citazione troverà poi un corrispettivo sullo schermo solo a narrazione avanzata: Charles spiega che chiedeva alla madre di smettere di farlo e dal fatto che ci riusciva, arguiva che si trattava di qualcosa che poteva controllare. Quel qualcosa, scopriremo solo più tardi, erano le labbra della madre, avvezza a ripetere le sue ultime parole quando da bambino le raccontava qualcosa di importante, nell’ansia di tirarlo fuori dal suo silenzio.

Fa da controcanto all’andamento “bozzettistico” del film, Dreams, il cortometraggio di James Franco che lo ha preceduto nella proiezione al Festival. Un unico piano sequenza onirico nutrito di immagini tratte da sogni ed esperienze, personali e non: alberi che crescono all’interno di una casa, che attraversiamo rapidamente fino a raggiungere un’apertura in una parete, che rivela uno spazio inatteso e del tutto estraneo al contesto: un canyon desolato e maestoso. Il tutto permeato dalla fotografia soffusa di Gregory Crewdson, che intesse il flou con colori brillanti in antitesi con esso. Un saggio molto suggestivo, ma appunto un saggio, un virtuosistico esercizio di stile, che ricorda più un prodotto della video-arte con un occhio al surrealismo, piuttosto che un prodotto cinematografico e che c’entra davvero poco con il riuscito titolo a seguire, pur costituendo un’ouverture piuttosto gradevole.

Convincente in TAR, nel quale conferisce coerenza al lavoro corale con la sua supervisione, ma soprattutto attraverso la sua presenza e l’impiego di una recitazione uniforme, che si attesta su toni pacati e malinconici, con Dreams Franco sembra voler suggerire di poter essere anche un regista visionario e sperimentale, ma due minuti sono davvero pochi…




Tar
cast cast & credits
 








James Franco

 
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