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Cinema “da sgabuzzino”, ma con la porta aperta

di Elisa Uffreduzzi
  Io e te
Data di pubblicazione su web 06/11/2012  

Lorenzo (Jacopo Olmo Antinori), un adolescente con forti problemi relazionali, per sottrarsi al supplizio della gita di classe senza attirare l’attenzione dei genitori, decide di chiudersi in cantina per una “settimana bianca” alternativa a quella organizzata dalla scuola. Fa scorta del cibo-spazzatura che preferisce, compra un formicaio e allestisce un rifugio segreto perfetto, quando arriva la sorellastra Olivia (Tea Falco), tossicodipendente, a scombussolargli i piani. Presentato fuori concorso al 65° Festival di Cannes, Io e te – tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti – è l’ultima fatica di Bernardo Bertolucci, giunta a distanza di nove anni da The Dreamers - I sognatori (2003). Come ne L’assedio (1999), lo spazio in cui si svolge la non-storia narrata è ridotto ai minimi termini. Del resto di quel film torna anche l’ambientazione circoscritta a un condominio, mentre il repentino movimento di macchina a spirale che segue la sinuosa andatura della tromba delle scale, assume il valore di una citazione metonimica delle inquadrature in plongée e contre plongée della scalinata che puntellavano il film del 1999.  È in movimenti di macchina come questo o il dittico di panoramiche  – dapprima verso l’alto, poi a schiaffo verso il basso a scoprire la facciata di un edificio – che si ritrova il Bertolucci di più ampio respiro di qualche anno fa (si pensi a L’ultimo imperatore, 1987,  a titolo di esempio).




Si diceva che Io e te è una non-storia: in effetti in fin dei conti non succede niente e in questo senso Lorenzo ha raggiunto il suo scopo, prendendosi una pausa dalla sua esistenza, al riparo dalle aspettative dei genitori nei suoi confronti. Eppure proprio in quella sospensione, in quella “settimana bianca” sui generis sia Lorenzo che Olivia vivono forse per la prima volta, imparando l’uno dall’altra ad essere protagonisti della propria esistenza, come emerge dallo scambio di promesse che si fanno nel finale: Lorenzo quella di non nascondersi più, Olivia quella di smettere di drogarsi. E poco importa se rimarranno solo buoni propositi o bugie dette per non deludersi a vicenda, quel che conta è quanto c’è stato in quell’attimo di sospensione e verità, nel tempo trascorso insieme, quando protetti dal mondo esterno ciascuno si è messo a nudo e specchiato nelle difficoltà dell’altro.

In questo senso Io e te viaggia sulla stessa lunghezza d’onda de L’intervallo (Leonardo Di Costanzo 2012), che si basa su un plot molto simile, in cui a succedere sono vicende emotive più che azioni.

Fa eco alla ridotta ambientazione del film la misura minuta delle inquadrature, nel ricorrere di primi e primissimi piani e nel “ritornello” del totale “stretto” della strada in cui si trova il condominio che qui ci interessa. La macchina da presa in effetti indaga la microfisionomia dei volti per tentare di carpire il segreto di due personalità molto riservate, sebbene ognuna in modo diverso: Lorenzo perché introverso fino all’isolamento, Olivia perché si nasconde dietro i suoi eccessi, spaventata dalla vita forse ancor più del fratello. Nei primi piani di Lorenzo, spesso accompagnati dalla musica intradiegetica che sente nelle cuffie, sembra quasi di sentire la puzza di questo adolescente in “quarantena” volontaria dal mondo; così come in quelli della sorellastra (si pensi a quando dorme sul divano mentre Lorenzo fa strani gesti esoterici per svegliarla) il respiro pesante si fa materico, tanto è invadente la macchina da presa, quasi volesse entrare dentro ai personaggi.




C’è – va riconosciuto – qualche ingenuità, probabilmente imputabile alla fonte letteraria d’accordo, tuttavia in sede di sceneggiatura si poteva tagliare il superfluo e riadattare quello che funzionava sulla carta, ma non sullo schermo: il fantomatico personaggio della contessa che abitava un tempo la casa e che guarda caso portava la stessa taglia di Olivia, solo per regalare alla storia il momento lirico in cui sfila per il fratello, è francamente un po’ troppo. Come ridondanti risultano la linea narrativa della nonna in ospedale e la didascalica definizione che Olivia dà al fratello, del concetto di “nuda proprietà”: è fin troppo evidente che si tratta di un espediente narrativo per nulla necessario. Altrove invece l’aneddoto si fa metafora e arricchisce di senso lo svolgimento del racconto: è il caso della sequenza al negozio di animali, cui si legano idealmente le inquadrature del formicaio disseminate lungo il film. Lorenzo si profonde in spiegazioni del tutto gratuite al rivenditore, chiosando che un camaleonte – qui allegoria dell’uomo “animale sociale”, che è «uno, nessuno e centomila» – non sarebbe un animale adatto a lui – che dalla collettività rifugge – dato che non gli somiglia; poi finisce per acquistare qualcosa che solo più tardi scopriremo essere un formicaio, chiuso in una teca. Se ne deduce che la formica – e nella fattispecie al riparo sotto una campana di vetro – è l’animale che più gli somiglia, ma perché? Ne osserviamo alcune mentre si adoperano in silenzio, lentamente e senza sosta. È quanto sta facendo anche lui: in silenzio, al riparo dagli sguardi altrui, ha costruito un mondo tutto suo, non tanto in cantina, quanto piuttosto dentro di sé.

I vari cliché adolescenziali e giovanili (il romanzo vampiresco, il cupo rock nelle cuffie, l’allure dark di Olivia, ecc.) di cui è tempestata la trama vengono invece privati della loro natura di luogo comune dalla regia intelligente, che ne dà conto senza enfasi, in modo cronachistico, salvo poi raggiungere vette poetiche nel finale, quando fratello e sorella ballano al ritmo di Ragazzo solo, ragazza sola (1969, versione italiana di Space Oddity versificata da Mogol e cantata da David Bowie), in una scena vagamente morbosa.

Nel cast, tra i pochi interpreti convocati – oltre all’ottimo Jacopo Olmo Antinori (decisamente verosimile il suo ritratto di adolescente disturbing e disturbato) e  a Pippo Delbono nel cammeo dello psicologo, spicca su tutti la bravissima Tea Falco, impressionante nelle scene di crisi d’astinenza dall’eroina. Un'attrice che a questo punto siamo curiosi di vedere in un ruolo privo del forte accento regionale che la caratterizza, qui incanalato nella diegesi.

Il finale si apre mentre si chiude: il fermo immagine sgranato sul primo piano decentrato di Lorenzo, un sorrisetto furbo sul volto, ci inchioda a un interrogativo destinato a rimanere senza risposta, quello sul futuro dei protagonisti e delle promesse fatte vicendevolmente. Segno che anche in questa dimensione che diremo affettuosamente di “cinema da sgabuzzino”, Bertolucci tradisce il guizzo della genialità in un’immagine di sintesi fertile di possibilità, che sfuggono al perimetro ridotto.

Io e te
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