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L'affermazione del fringe

di Stefania Iannella
  Fringe festival Stoccolma Stoff
Data di pubblicazione su web 30/09/2012  
                                 

Il Fringe festival è la nuova tipologia di festival di tipo “inclusivo” che offre spazio a teatro, danza, cabaret, performance, video, installazioni, circo, seminari, workshop e quant’altro proposto da attori e da artisti emergenti. Vediamo grossomodo come si è svolto quello di Stoccolma, dal 22 al 25 agosto 2012.

 

Ogni anno al Fringe festival di Stoccolma Stoff, raddoppiano i partecipanti: i cento del 2010, nel 2011 sono diventati 264 e quest’anno 400. Lo slogan di questa terza edizione è stato pertanto: “400 artisti, da 40 Paesi, in 4 giorni”, impresso ben chiaro anche sulle t-shirt dello staff. Ovunque si trovavano, infatti, ragazze e ragazzi pronti ad orientare i visitatori tra le sale dell’Istituto Culturale di Stoccolma, “Kulturhuset” (alla lettera “La casa della cultura”). Quell’enorme edificio di cinque piani è stato così invaso da creatività proveniente da tutto il mondo e trasformato in una piccola Babele. Infatti, benché la lingua ufficiale del festival fosse l’inglese, non sono mancati spettacoli in altre lingue, tra cui anche la nostra.

 
Peccato però per quegli spettatori che non hanno per questo motivo potuto capire appieno la disastrosa condizione operaia italiana – già di per sé inimmaginabile per il pubblico svedese – espressa da L’eremita contemporaneo della compagnia bolognese Instabili vaganti. Questo spettacolo, denso di riferimenti a mio parere tra i più toccanti dell’intero festival – da citazioni degli operai dell’Ilva di Taranto a quelle di Luigi di Ruscio – invece di “distrarre” lo spettatore dalla realtà lo addentra in quello che è ancora un incubo per molti degli operai delle fabbriche italiane, come anche per quei familiari che li ricordano morti sul lavoro. Gli spettatori non italofoni avranno d’altra parte colto sicuramente il tema della brutalizzazione, espresso molto chiaramente dai movimenti meccanici del corpo dell’attore prosternato in balia della sua graduale robotizzazione.

 

Dall’Italia hanno partecipato anche: Libera Mazzoleni e Daria Baiocchi con Oh! Identity ed Elena Copelli con Obstacles. Altri artisti italiani hanno preso parte ad ensemble cosmopoliti, in danze come Body of Work (Italia, Canada, Francia, Giappone e Regno Unito), e in performance alquanto bizzarre, come Any Slight Mark, in cui i soli  suoni da ascoltare (a turno, in cuffie) erano quelli corporali degli attori che avevano ingerito dei mini microfoni.

 

Un linguaggio originale è quello presentato in traFika, (Finlandia, Paesi Bassi, Israele e Svezia). Si tratta di scene coniugali in cui le parole sono sostituite da cartoncini di segnaletica stradale usati come unico mezzo di comunicazione, dalla semplice partita a carte alla simulazione di un omicidio.

 

Un altro spettacolo particolarmente ben riuscito riguarda la condizione esasperante di un rifugiato ambientale, Ragulabuggla - A tale about an environmental refugee. In particolare, l’attore indiano Rupesh Tillu è stato capace di far ridere e, allo stesso tempo, infondere compassione per l’emarginazione e la reclusione subita nel corso della sua emigrazione forzata, a seguito dell’inabissamento dell’isola in cui viveva.

 

Destino triste anche quello dell’esiliato interpretato dall’irlandese Denis Buckley. In Searching for the Unimagined Conscience of my Race, basato sul documentario di Philip Donnellan The Irishman: Portrait of Exile (1966), vediamo l’esiliato trainare la sua perenne valigia legata (letteralmente) alla vita.

 

Uno spettacolo che più precisamente denuncia la corsa verso il successo secondo la logica del profitto è The Race Called Life di Tora Balslev (Danimarca), in cui la concorrente, non appena abbandonati gli studi commerciali per intraprendere quelli teatrali, è dichiarata fuori gioco e sembra destinata alla disoccupazione.

 

Molte sono le performance più stravaganti, come Love for the Dead Bag di Paul Henry (Scozia), presentata come il frutto di «una sensazione di impotenza fisica e dolore animale» dovuta al materialismo che «non lascia spazio al culto del corpo».     

 

Molte ancora le performance e le istallazioni tutte da decifrare. Dal “lavoro forzato”, Straffarbetet, in cui una ragazza per punizione passa tre ore ad incollarsi pietrine su tutto il volto (rasandosi anche i capelli), a quelli che a prima vista appaiono atti di vandalismo a danno delle vetrate dell’edificio: Shattered, di Kaitlin Brewer (USA). Il tutto avvolto da un’atmosfera suggestiva, quale realizzata da Karolin Kent (Svezia), presenza bianca e misteriosa che ogni giorno ha calamitato per più di mezz’ora gli spettatori di Vit gestalt dal terrazzo fino al piano sottostante dove si è poi dileguata.

 

Suggestivo anche A Contemporary Ritual di Simulacrum (Spagna, Inghilterra) presentato come una «performance audiovisiva che esplora i confini tra antichi riti sciamani e nuove tecnologie».

   

Le percezioni visive degli spettatori sono state inoltre stuzzicate da Colours, la danza colorata di Star’s Well, (Lettonia) e da Transit (Germania) che, attraverso un gioco di luci e suoni, dà ad immaginare il passaggio alla vita spirituale dopo la morte terrena.

           

Certo, perfomarce come Trilogy of Etudes di Wol, o la Pony Performance di Dennis Verbeke (Paesi Bassi) che non fa altro che pettinare i suoi pony giocattolo, potrebbero apparire trascurabili. In questi casi viene da pensare che tutto faccia scena e che qualsiasi idea, anche la più stramba, possa diventare spettacolo.

 

Quest’impressione è confermata ed esasperata da spettacoli del tutto ridicoli, probabilmente accettati dall’organizzazione del festival proprio in nome del principio d’inclusione sui cui si basa. Non mi riferisco tanto a RISK (Scozia, Svezia), consistente in un insieme caotico di urla adolescenziali sul tema del “rischio” nella vita, ma a woMAN (Germania, Regno Unito): prima dell’inizio l’attore ci aveva prevenuti che l’assenza dell’attrice avrebbe influito negativamente sulla resa dello spettacolo. Ciò non giustifica, in ogni modo, la banalità sostanziale su cui si basa. L’uomo si traveste da donna, si trucca e si fa la ceretta. Proprio su quest’operazione dolorosa è incentrato quasi tutto lo spettacolo, che coinvolge perfino gli spettatori nel fatidico strappo. Come se non bastasse, la fastidiosa ceretta induce il personaggio a rimanere uomo.

 

Ebbene, nel cattivo gusto, woMan è stato superato da un’altra pagliacciata: Playing with Fire (Brasile), che si sgroviglia su un fondo smoderatamente volgare, caotico e dissonante. Piuttosto che un omaggio a Strindberg (come ostentato dalla compagnia), questo show sembra essere invece uno sfacciato insulto al drammaturgo.

 

Tutto sommato, il Fringe festival di Stoccolma Stoff è certamente un’eccellente e promettente occasione d’incontro culturale a stampo cosmopolita. Non a caso la compagnia sopracitata Instabili Vaganti ha subito organizzato il primo Fringe festival di Bologna TRENOff, che ha avuto luogo dal 13 al 16 settembre 2012.

 

 

Fringe festival Stoccolma Stoff
cast cast & credits
 



 
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