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Figli alla deriva

di Assunta Petrosillo
  Odissea napoletana
Data di pubblicazione su web 01/10/2012  

Nella penombra di una platea invasa da terra, come in una grande arena,  il pubblico è invitato a disporsi su alcune panche, disposte a semicerchio, per vivere in prima persona il viaggio di un figlio.

Il protagonista non è l’Ulisse omerico, ma il viaggio ‘interiore’ di suo figlio Telemaco. In un luogo senza tempo, nudo e scevro di ogni suppellettile vediamo aggirarsi alcuni individui luridi nelle vesti e nei gesti, alla disperata ricerca di qualcosa. Come delle bestie disperate scavano, si affannano, annusano e gemono su quella terra scura.  Si illuderanno invano di aver trovato quel ‘qualcosa’ tanto agognato, ma alla fine si ritroveranno soli, disorientati, persi.



Sono i figli di questo mondo alla deriva, figli senza padre, senza memoria, senza presente. Figli di una società governata da gente senza facce, né nomi. Figli in corsa, in una marcia della morte, frustrati, derisi, raggirati.

Un figlio, Telemaco, in cerca di un padre sconosciuto del quale non conosce né i lineamenti, né l’odore. Un padre inesistente, più che assente, tanto che il giovane è costretto ad inventarselo ogni volta.

Una rappresentazione corale, costruita sull’emotività dei giovani attori, tutti ben calati nella parte: Diletta Acquaviva, Claudio Javier Benegas, Viviana Cangiano, Roberto Capasso, Marco Mario De Notaris, Adriano Falivene, Annarita Ferraro, Stefano Ferraro, Giuseppe Fiscariello, Martina Galletta, Serena Mattace, Gioia Miale, Marco Palvetti, Elena Pasqualoni, Danilo Rovani, Lorenza Sorino, Luca Varone e Pippo Cangiano.


Trasmettono malessere, illusioni, ansie, terrore e paura. Un allestimento quello di Gabriele Russo che richiama nella materialità delle scene i lavori di Mimmo Borrelli e Davide Iodice. Molti i richiami alla storia contemporanea, soprattutto quando si fa riferimento all’oscuro potere hitleriano e ai gesti ripetitivi e spersonalizzati del povero Charlot di Tempi moderni. Interessanti gli sketch sulla presenza onnivora della televisione che divora  tutto e tutti, soprattutto la creatività.

Molti i momenti esilaranti: dal canto della corpulenta sirena dalla voce suadente e dal linguaggio colorito partenopeo, all’ostinazione di una Circe moderna che avvinghia il giovane Telemaco.

Due sono i quesiti irrisolti e consegnati alla coscienza degli spettatori: aboliamo la creatività? E soprattutto è giusto il ritorno di Ulisse in patria?





Odissea napoletana
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