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Ma quante belle figlie…

di Luigi Nepi
  Bella addormentata
Data di pubblicazione su web 14/09/2012  

 

Le stranianti immagini di Aldo Moro libero per le strade di Roma in Buongiorno notte erano state le ultime di Marco Bellocchio proiettate al Lido, era il 2003 e il regista aveva toccato un nervo ancora scoperto della società italiana (e non solo), suscitando giusti consensi e inevitabili polemiche. Nove anni dopo torna sul luogo del (mancato) delitto con un altro film, se possibile ancora più urgente e aperto: Bella addormentata, un bellissimo film, a partire proprio dal titolo, più che mai evocativo nel suo ingenuo candore favolistico irrimediabilmente violato.

 

Il film si svolge tra il 6 e il 9 febbraio 2009, ovvero nei quattro giorni in cui Eluana Englaro, viene portata presso la clinica “La Quiete” di Udine per l’attuazione di un protocollo di riduzione dell’alimentazione e dell’idratazione, nel pieno rispetto di una sentenza della Corte di Cassazione, arrivata dopo 17 anni di richieste e ricorsi fatti da suo padre Giuseppe, il quale voleva soltanto che gli fosse riconosciuto il diritto di poter rispettare quelle che erano le volontà della figlia, ed ha finito per sfinirsi in una interminabile causa legale che lo ha, suo malgrado, trasformato in una figura modernamente tragica. In quei quattro giorni di isteria politica ci vengono mostrate quattro storie, o meglio quattro crisi, solo apparentemente distanti tra loro. Uliano Beffardi (Toni Servillo) è un senatore del centrodestra che si trova a dissentire dall’attivismo del suo partito che in due giorni vorrebbe approvare una legge per impedire l’attuazione di quella sentenza; sua figlia Maria (Alba Rohrwacher), fervente cattolica, che, in polemica con il padre, va a Udine per presidiare l’ingresso della clinica, finendo per innamorarsi e andare a letto con Roberto (Michele Riondino) che si trova lì per sorvegliare il fratello con problemi comportamentali (Fabrizio Falco); poi abbiamo Divina Madre (così è riportata nei crediti, straordinariamente interpretata da Isabelle Huppert) una grande attrice che ha rinunciato a tutto pur di rimanere vicina alla bellissima figlia in coma ed infine c’è Rossa una donna tossicodipendente (Maya Sansa) che dorme in ospedale dopo essere stata sedata per aver tentato il suicidio e sulla quale veglia Pallido il dottore che le ha salvato la vita (Piergiorgio Bellocchio). A tutto questo fa da cassa di risonanza la vera storia di Eluana, che rimbalza verso lo spettatore raccontata, come un coro greco, dalle televisioni che casualmente attraversano lo schermo. 
 


 

Sono molte le belle addormentate del film, alcune si sveglieranno mentre altre rimarranno inevitabilmente sopite. Si risveglierà, ad esempio, la coscienza del senatore, che decide di non votare quella legge, così lontana dalle sue idee e dalla sua esperienza di vita (ha raccolto la supplica della moglie aiutandola a morire), mentre la fredda timidezza di Maria verrà sconvolta dall’inaspettata potenza di un innamoramento occasionale, così come l’ostinazione del giovane medico porterà un po’ di compassione nel cinismo di un ambiente troppo abituato al dolore. Non uscirà invece dal suo coma emotivo la Divina Madre della ragazza in stato vegetativo, algida, altera e distaccata dal mondo intero, è destinata a rinchiudersi nella sua stupenda villa piena di fiori recisi come del resto è sua figlia. Bellocchio costruisce proprio intorno a questo personaggio la parte più surreale del film, mostrandoci dei passaggi di una forza buñueliana devastante: lei che prega ad alta voce camminando con le suore che cadono sfinite, lei che dialoga, recitando, con il prete, gli incontri con l’altro figlio che vuole fare l’attore ma è totalmente incapace di recitare (Brenno Placido), la televisione che in quella casa trasmette solo documentari sugli ippopotami ed infine la stessa figlia della Divina Madre che ci viene mostrata nella sua innaturale bellezza da principessa disneyana, congelata in un fascino e in una sensualità inconcepibili per un corpo e un volto in cui i muscoli si contraggono ogni giorno di più e che le cure tendono inevitabilmente a trasfigurare. Vedendo quella ragazza incontaminata dalla sua malattia, il pensiero corre al destino della povera Eluana, la cui immagine è rimasta nel tempo crudelmente incatenata alle sue splendide foto di quando era ancora viva, andando a costruire un immaginario collettivo che l’ha continuata a pensare sempre uguale a se stessa, quasi che l’incidente le avesse concesso il dono di rimanere giovane e bella. È proprio quando il simulacro si sostituisce alla realtà che le persone in malafede possono parlare impunemente di “aspetto piacevole”, “cicli mestruali” e della possibilità di “avere figli”, per una donna in coma da 17 anni, qui Bellocchio non si tira indietro ed inchioda i politici alle loro allucinanti dichiarazioni. Nonostante questo Bella addormentata non è un film-manifesto, non urla le sue verità in faccia allo spettatore, rispettandone la libertà di sguardo e di opinione, come ogni grande film dovrebbe fare.
 

 

Anche in Bella addormentata il regista piacentino conferma la sua abilità a tirare fuori il meglio dai suoi collaboratori: a partire dalla mirabile fotografia di Daniele Ciprì, che trasmette agli ambienti la naturalezza necessaria per rendere credibili i suoi personaggi (solo la camera della “principessa” è inondata di una forte luce irreale), per arrivare agli attori dai quali Bellocchio riesce ad ottenere la giusta intensità, modulandone i toni sia espressivi che interpretativi e ripagandoli con lunghe inquadrature e primi piani perfetti. Oltre alla già citata Huppert, troviamo Toni Servillo che, ben diretto, trova l’esatta misura nella sua recitazione ed anche quando è chiamato al monologo in pianosequenza restituisce la naturalezza del personaggio nelle giuste esitazioni ed incertezze che caratterizzano la prova del discorso delle sue dimissioni dal senato (una sorta di monologo chapliniano che l’improvvisa morte di Eluana renderà totalmente inutile). Tra gli attori non bisogna dimenticare Maya Sansa, che solo Bellocchio riesce a valorizzare così tanto dandogli la responsabilità di aprire e chiudere il film con i suoi primi piani, nei quali esterna il suo inevitabile male di vivere, lo stesso male di vivere che Fabrizio Falco (giustamente premiato con la Coppa Mastroianni) mostra nei suoi movimenti, nei raptus improvvisi, nel sarcasmo onesto delle sue parole. Se Alba Rohrwacher è dimensionata in un personaggio che, tutto sommato, le somiglia molto, un discorso a parte merita il sempre più grande Roberto Herlitzka, che interpreta uno degli orribili senatori che girano intorno a Beffardi e che, con la sua faccia uscita da un quadro di Grosz, riesce a spiazzare (e divertire) tutti con una semplice alzata di zigomo.

 

Pur scegliendo di muoversi in un tempo e in uno spazio ben definiti (direi storici), Bellocchio, come era già accaduto per Buongiorno notte e Vincere, scardina tutti questi riferimenti portando il film a volare alto, e a riflettere induttivamente sul senso della vita (e della morte), sul libero arbitrio, sulle potenzialità (e sui limiti) dell’amore. Per quest’ultimo passaggio si veda anche Malick alla voce To The Wonder.




Bella addormentata
cast cast & credits
 

 


La Locandina




 
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