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Baby Contemporary Dance

di Fabiana Campanella
  Il ballo del qua
Data di pubblicazione su web 31/08/2012  
                                  

Il ballo del qua, del qui ed ora, raccoglie l’impressionante talento di sette bambini in scena, dai 6 agli 11 anni. La loro espressività così vivida, e l’esemplare pulizia del gesto, elevano all’ennesima potenza il senso dell’effimero teatrale. Se l’arte della scena è infatti per eccellenza fuggevole e caduca, la giovanissima età di questi interpreti rende impensabile l’ipotesi che i medesimi bambini, che crescono tanto in fretta, possano tornare sulla scena nel medio-lungo periodo simili a se stessi, come li abbiamo visti a Castiglioncello, in occasione del Festival di Armunia. Per questo è utile fermarli “qua”, nel tempo della scrittura, per riflettere sull’esperienza del laboratorio e del palcoscenico per artisti così giovani, per interrogarsi sull’espressione corporea e le sue potenzialità narrative e no, per stupirsi delle capacità tecniche e stilistiche dei “nativi contemporanei”. Nessuno di loro, si suppone, ha avuto una formazione coreografica di tipo classico. Non ne avrebbero avuto il tempo biologico. Eppure i tre anni di laboratorio con Antonella Bertoni a Rovereto, isola felice della creatività e dell’attenzione alla cultura grazie alla Regione Trentino, sono serviti a interiorizzare un linguaggio, che è quello della danza contemporanea, senza passare dalle sue origini, dalle 5 posizioni, dallo sguardo che deve seguire le mani e il movimento. Lo segue e basta, come se la danza contemporanea fosse davvero la forma di espressione artistica più consona ai bambini, che hanno imparato a dipingere col loro corpo come a leggere e scrivere, con la precisione e la perizia dei maestri, come se già potessero prescindere dai passaggi evolutivi del linguaggio.

  

Raccontano dolore, paura, allegria, solitudine, senza una precisa, né voluta, intenzione narrativa. Colpiscono i loro sguardi, dritti negli occhi del pubblico, la serietà e la concentrazione, rotti all’improvviso dalle brusche pause che lo spettacolo richiede: ruote capriole cerchi e urla sorridenti per spezzare la tensione, per poi tornare a giocare sul serio, per ricordarci però che abbiamo di fronte dei bambini, che c’è un tempo per il lavoro e un tempo per lo svago, che l’uno e l’altro si nutrono reciprocamente. Bambini che lo raccontano ad adulti, perché per loro è questo spettacolo: «La Compagnia Abbondanza Bertoni - si legge sulle note di sala - non prevede un pubblico di bambini». Un decisivo e sorprendente capovolgimento, in un’epoca di esperienze ricchissime di teatro per ragazzi, dove sono sempre i grandi a mettersi in evidenza. Nel corso della stessa serata, programmata per il Festival Inequilibrio, abbiamo visto bambine comparire nel bosco vestite da fatine, come emanazioni fatue della mente di Virgilio Sieni. Abbiamo ascoltato le atroci storie raccontate da Leonardo Capuano, tra il confessionale di legno e un tulle bianco che lo avvolgeva sudato come una soffocante zanzariera: bambini vittime di colpe altrui, o semplicemente vittime senza requie. “I B A M B I N I” dei due danzatori cresciuti alla scuola di Carolyn Carlson, si rimpossessano della scena a guardare “i grandi” come fossero loro pari. Vi si potrebbe leggere una sfida, che solo un senso di colpa adulto, recondito e fuorviante, potrebbe giustificare. O vi si può osservare la voglia di dimostrare che l'impegno pur giocoso del laboratorio li ha fatti crescere più in fretta, con una consapevolezza più adulta della capacità di comunicazione attraverso il corpo, nell'ascoltare e nel dire, senza astrazioni, senza rinunciare alla loro genuina bellezza. 

 
La preoccupazione istintiva che questi giovani danzatori siano stati in qualche modo privati della loro infanzia serpeggia nel pubblico, in odore di Olimpiadi londinesi, tra storie di piccoli atleti cinesi allevati in palestra. Come se gli occhi davvero troppo tristi di una bambina col copricapo bianco di lana, e fasciata di garze e occhiaie, siano il sintomo inequivocabile di un dolore che le è stato trasmesso perché lei lo assorbisse e lo restituisse sul palcoscenico. In realtà è solo una straordinaria attrice, la vediamo giocare subito dopo con lo sguardo e il viso completamente mutati, di nuovo infantile, magari meno incosciente. Coi compagni, quattro bambini e tre bambine in tutto, anche loro fasciati di costumi incompiuti, bianchi ma non troppo, torna ad abitare la scena disadorna di una leggera patina estetizzante, eterea e calda, complici i suoni avvolgenti dalle sonorità quasi animali. Tutti insieme disegnano traiettorie circolari o diagonali che fanno ripensare alla prima Stoà cesenate, quando l’affondo anagrafico della ricerca teatrale era appena approdato agli adolescenti. Ai “solisti” che si staccano dal gruppo spettano le divertenti smorfie in primo piano, oppure le smanie esagitate dell’isolamento, o ancora, tentennanti passeggiate sul corpo degli altri. Solo una di loro si inerpicherà in una ineccepibile sequenza di danza: sembrerebbe un freddo pezzo di bravura, se il corto circuito dell’età non inducesse a una profonda tenerezza. I bambini di ieri, di oggi e di domani, come uno splendido spettacolo di Pina Baush cui pure questo lavoro idealmente rimanda, sono a volte troppo seri, come se l’età dell’innocenza non conoscesse l’ironia. Ma la loro tensione alla condivisione e alla concentrazione, e al contempo le note indisciplinate, sono poesia assoluta, che – parafrasando Paul Valery e la sua definizione del pittore - non descrive «quello che si vede, ma quello che si vedrà». Chissà come se ne ricorderanno a quarant’anni.

 

 

 


Il ballo del qua
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