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Gli aquiloni della pace

di Marco Luceri
  Cantando dietro i paraventi
Data di pubblicazione su web 07/11/2003  
Ermanno Olmi riparte dalla tradizione. Dopo quello splendido film storico-militare che è stato Il mestiere delle armi (al contempo rigorosissimo documento sull'estetica di quel genere), il regista, dopo un lungo recupero filologico, riprende in mano un vecchio racconto del poeta cinese Yuentsze Yunglun, La piratessa Ching pubblicato a Canton nel 1830, ma ambientato nella Cina del XVIII secolo. È la storia di una vedova, che per vendicare la morte di suo marito, famigerato filibustiere a capo di una folta ciurma di sanguinosi e crudeli pirati, ne prende il posto, indossandone gli orpelli militari, e si lancia, con tre semplici giunche, all'assalto delle città e dei villaggi del millenario Celeste Impero, fino a scontrarsi con le preponderanti forze della marina imperiale. Nel secolo scorso la storia affascinò tanto Borges che lo scrittore argentino volle raccontarla in maniera immaginifica nella Storia universale dell'infamia.

Bud Spencer

Il film di Olmi comincia invece, nonostante gli illustri e discussi precedenti, proprio da Il posto, il suo secondo film del 1961. Il ragazzo infatti, che cerca un convegno di cosmologia e si ritrova in un teatro-bordello dove si racconta e si recita la storia della celebre piratessa, ha lo stesso sguardo incantato e la stessa innocenza di Domenico, il giovane protagonista di quel film. Ambedue vengono iniziati alla vita e servono al loro autore ad introdurre il suo personale sguardo, quello della macchina da presa, sulla scena del mondo. In questa ultima opera è il binomio carne-memoria a dare inizio al racconto. Il ragazzino porta con sé un libro da regalare non si sa a chi, ma il suo spirito è affascinato e sedotto dal sesso libertino che si pratica là ("metti le ali allo spirito" gli dice un'attrice-prostituta). Il piccolo volume allora, oltre che profumare di letto, diventa uno strumento della memoria.


È su questo sottile binomio di iniziazione che Olmi imbastisce il suo film, e lo fa citando Omero, il leggendario cantore cieco della Grecia mitica e primordiale che di amore, sangue e memoria aveva imbastisto la tradizione letteraria prima orale e poi scritta. La voce del racconto è affidata ad un vecchio pirata e narratore, con la profonda e musicale voce di Bud Spencer, ex-capitano della Reale Marina di Andorra. Questi elementi iniziali ci introducono in un film reinventato attraverso la forma della favola-parabola piena di allegorie più o meno nascoste. È un Olmi che torna dunque all'infanzia (sua e dell'umanità), scoprendo la corporeità femminile, compiendo un'operazione totalmente opposta alle atmosfere cupe de Il mestiere delle armi, dove tutto era sacrificato in nome della ragion di stato e della disillusione tutta maschile.
L'atmosfera favolistica di una Cina esotica (il film in realtà è stato girato tra l'Albania ed il Montenegro), picaresca e salgariana è accentuata dalla doppia struttura del racconto: la scena del teatro nella scena del film. Al palcoscenico è destinata la parola, il luogo della riflessione, il registro linguistico è costituito da inquadrature spesso fisse e in campo largo, forzatura che tende a mostrare i motivi della finzione scenica, in un gioco rappresentativo che ricorda tanto l'isola immaginaria e il discorso metateatrale de La tempesta shakespeariana.
Cantando dietro i paraventi


La scena filmica è invece il luogo dell'azione, della concatenazione degli eventi, degli esterni sapientemente fotografati da Fabio Olmi, figlio del regista. È questo lo spazio in cui i personaggi prendono il loro spessore drammaturgico e in cui si approfondisce il discorso etico ed estetico. Nel luogo della Storia la sapienza registica di Olmi prende il sopravvento sul discorso simbolico dell'altro registro, quello teatrale: il cinema si fa allegoria del destino, della vendetta come "piatto che va servito freddo", della pace e della guerra, allegoria del rispetto e delle scelte umane, in questo caso di una donna. Il personaggio della piratessa Ching (Jun Ichikawa in una delle sue migliori interpretazioni, capace di dare al personaggio delle sfumature cechoviane di rara intensità) è interessante proprio per questo, per l'etica femminile che riesce a permeare il mondo circostante.


È chiaro che lo scontro avviene a livello del pensiero. Il vecchio imperatore è portatore di un'etica antichissima ("predare i ricchi è reato, portare via ai poveri è delitto") almeno quanto il suo giovane successore ("il primato del confronto tra le forze deve essere del pensiero"). Essi scelgono di procurarsi una flotta sterminata ed equipaggiata di tutto punto (vapore e cannoni), ma mandano alla giovane donna dei messaggi di pace incondizionata attraverso coloratissimi aquiloni che fluttuano nell'aria e sul mare come spiriti notturni. Alla fine non resta che una musica, il canto di pace di una donna che, come nell'antica Cina, si levava dietro l'invisibile soglia di un paravento per nascondere una femminilità che non doveva essere violata.

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Cantando dietro i paraventi
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Cantando dietro i paraventi, locandina



 

 

 

 
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