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La donna o la diva o il mito, che è lo stesso

di Elisa Uffreduzzi
  Marilyn
Data di pubblicazione su web 08/06/2012  

La donna o la diva o il mito, che è lo stesso. Realizzare un film su Marilyn Monroe oggi, si profila come un’operazione ad alto rischio: è già stato detto tanto, troppo, sulla celebre attrice hollywoodiana e il pericolo di scadere nel banale, nel già detto, nella triste imitazione – come tale destinata a rimanere offuscata dall’originale – è senz’altro reale. Simon Curtis – regista inglese soprattutto per la televisione – riesce a scamparlo, grazie alla sobrietà mantenuta fin nei gradevoli titoli di coda e forte di un soggetto d’eccezione come il libro di Colin Clark, La mia settimana con Marilyn, racconto autobiografico del breve periodo che l’autore ebbe il privilegio di trascorrere a stretto contatto con la Monroe, durante le riprese del film Il principe e la ballerina (Laurence Olivier, 1957). Clark, allora terzo assistente alla regia, ebbe così la possibilità non solo di verificare le dinamiche del difficile rapporto sul set tra la giovane star americana in ascesa e l’astro avviato al tramonto di un “grande attore” – teatrale prima che cinematografico – come Laurence Olivier, ma anche di saggiare lo spessore umano nascosto dietro a un’icona del cinema che la morte prematura e adombrata dal sospetto del suicidio, avrebbe consegnato per sempre alla sfera del mito.




Sia chiaro, l’opera è inevitabilmente celebrativa, secondo la declinazione che la mitizzazione ha assunto nella contemporaneità: anziché negare le zone d’ombra, ne fa una carta vincente, quella decisiva, che definisce l’unicità dell’idolo da adorare. Né Curtis sfugge ai cliché cinematografici: complici la cifra citazionistica, che confina tutto il film nel vocabolario visivo del technicolor del cinema americano anni ‘50, Marilyn non manca di scene prevedibili e convenzionali a partire dalla sceneggiatura (forzando anche un po’ il testo d’origine) – come quelle che testimoniano il flirt tra il giovane aspirante regista e l’attrice di successo. Anche il trattamento dei personaggi è piuttosto stereotipato e semplicistico: ci sono il ragazzo giovane e ingenuo, l’anziana attrice materna e comprensiva, il maggiordomo solidale, la moglie matura e un po’ gelosa, ecc. Tuttavia, ciò che consegna alla narrazione una sostanza di verità emozionale, che è poi quanto deve aver colpito il regista stesso allorché ha acquistato i diritti del libro di Clark, è il portato umano della donna che emerge al di là della vicenda artistica e professionale, sottraendo – qui sì e definitivamente – il film al territorio dei luoghi comuni. Affiora così al di là dell’immagine pubblica un groviglio di fragilità, insicurezze, difetti e imperfezioni, che invece di distruggerne la memoria, ricostruiscono della Monroe un quadro femminile affascinante, man mano che ne decostruiscono l’invenzione divistica. Dunque la donna o la diva o il mito, che è lo stesso.

Allo scopo di mantenere una certa fedeltà ai fatti – non solo a quelli descritti dal libro di Clark, ma anche alla vicenda del film realizzato nel 1956 – parte delle riprese si sono svolte presso i Pinewood Studios, gli stessi in cui fu girato Il principe e la ballerina e a Parkside House, dove Marilyn soggiornò durante le riprese di quel film. Così se il set di oggi e quello di ieri si sovrappongono, la mise en abξme “sprofonda” vertiginosamente laddove intervengono le sequenze in cui si girano alcune scene de Il principe e la ballerina e segnatamente quelle in cui Marilyn è impegnata nelle prove di un numero coreografico, nei panni di Elsie, la protagonista. Un altro momento musicale del film (quando Marilyn canta e danza il medley When Love Goes Wrong - Heat Wave in apertura del film), appare inscritto nella cornice di uno schermo cinematografico, davanti al quale conosciamo l’estasiato Colin Clark (Eddie Redmayne, è un perfetto giovane e impacciato “good fellow” dell’alta borghesia britannica), sottolineando dunque sin dall’incipit la forte caratterizzazione metalinguistica del film.

La celebre attrice; la fragile Norma Jeane Baker (vero nome della Monroe) e la svampita showgirl protagonista del film di Olivier, non sono altro che le diverse facce di uno stesso poliedro, tutte riconducibili in fin dei conti ad una sola: il volto di Marilyn. Ma il gioco di rimandi tra finzione e realtà si moltiplica ulteriormente se si considerano i diversi ruoli che le assegna la vita: quello della moglie vulnerabile dell’intellettuale (Arthur Miller) afflitta da uno spiccato complesso d’inferiorità nei confronti del marito; quello della femme fatale; della produttrice esordiente (Il principe e la ballerina fu l’unico film prodotto dalla casa fondata nel 1955 dall’attrice con il fotografo Milton H. Greene); della donna ironica e di quella ingenua e, non ultimo, quello dell’attrice insicura del proprio talento. A questo proposito la narrazione mette bene in luce come molti degli scontri con Olivier derivassero dal disaccordo in merito alla tecnica di recitazione. Mentre il consumato attore britannico incarnava la vecchia scuola teatrale basata sull’artificio di un’interpretazione “esteriore”, Marilyn – che pure aveva cercato nella collaborazione con Olivier il “sigillo di garanzia” al proprio talento – con Paula Strasberg (Zoë Wanamaker) sempre al suo fianco, credeva nel Metodo Stanislavskij, fautore di un’interpretazione frutto di un’immedesimazione autentica nel personaggio. Finzione e verità messe a confronto dunque, ma anche la disperata ricerca di qualcosa in cui credere: il Metodo come una religione, il drammaturgo russo come un messia, latore di un verbo divino al quale aggrapparsi per sfuggire alla disperazione di una condizione – quella della diva – che doveva essere sembrata una meta alla ragazza povera cresciuta in affidamento e che si era rivelata invece solo un vuoto da riempire, d’alcol e medicinali. Agli antipodi c’è Olivier: consapevole di rappresentare un mondo in declino – quello della tradizione attorica ottocentesca in ultima analisi – si dibatte ostinatamente, eppure è già vinto. Traduce in immagini il suo eloquente dividersi tra amara consapevolezza e agguerrita resistenza, il progressivo zoom in avanti della macchina da presa sull’attore, allo specchio per il make-up: l’obiettivo sgrana l’immagine fino al primissimo piano, al limite col dettaglio, scrutando con cura entomologica le particelle di trucco sul volto dell’attore allo specchio, Sir Laurence Olivier, e – dietro la “maschera” – quello di Kenneth Branagh, non a caso entrambi interpreti e/o registi di testi shakespeariani.

Se tecnicamente, si è detto, il punto di riferimento costante è il cinema americano degli anni ‘50, del montaggio invisibile, dei colori saturi e dello splendore hollywoodiano, Curtis screzia a tratti la limitata tavolozza del cinema classico, tingendola di felici soluzioni visive, come, all’inizio del film, i fermo immagine in bianco e nero che immortalano Marilyn e Arthur Miller in conferenza stampa, prima dell’inizio delle riprese: la macchina da presa arresta il proprio flusso simulando i flash dei fotografi sulla scena e dunque i celebri scatti del 1956.




Il film vanta un cast d’eccezione non soltanto nel comparto degli interpreti (tra gli altri nomi di spicco figurano Julia Ormond e Judi Dench), ma anche in quello “di post-produzione”: Alexandre Desplat, ha composto il Tema di Marilyn – appositamente interpretato dal pianista Lang Lang – mentre Conrad Pope il resto della colonna sonora.

Chiudiamo con il ruolo della protagonista: Michelle Williams, che ha indubbiamente il physique du rτle, grazie anche ai costumi di Jill Taylor e al trucco di Jenny Shircore, impersona magnificamente Marilyn, riuscendo a consentire l’immedesimazione dello spettatore, convincendolo della finzione sullo schermo nonostante quello della Monroe sia a tutt’oggi un volto-icona fin troppo inflazionato e dunque di difficile contraffazione. Inoltre, onore al merito, la Willliams canta e balla i numeri musicali del film in prima persona, dando prova del proprio talento attorico, oltreché dell’accurato studio condotto sulla mimica, lo stile canoro-recitativo e la gestualità caratteristica della Monroe. Basti pensare al numero musicale che chiude il film delineandone così la struttura circolare di una tranche de vie chiusa su se stessa come la vita della celebre diva. Mentre canta That Old Black Magic, vediamo Michelle Williams/Marilyn, come nell’incipit del film, incorniciata dal frame di uno schermo cinematografico. Il cerchio si chiude sulla donna o la diva o il mito, che è lo stesso. 





Marilyn
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