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6000 miles away

di Gabriella Gori
  6000 miles away
Data di pubblicazione su web 14/05/2012  

È sempre confortante e appagante assistere a spettacoli in cui la genialità autoriale si sposa alla sensibilità interpretativa e chi va in scena non è solo un eccellente esecutore di una creazione altrui ma trasferisce in essa il proprio peso specifico rendendola sua pur nel rispetto dell’autore. Autore che, a sua volta, calibra la sua opera pensando a chi le darà corpo e anima. Un patto fra artisti, un reciproco scambio all’insegna dell’arte, in questo caso tersicorea, che esalta e coinvolge.

Questa la chiave di lettura di 6000 miles away, l’attesa prima nazionale della stagione di danza del Teatro Comunale di Modena con Sylvie Guillem, icona della danse d’ecole e oggi nuova stella della danza contemporanea. Una splendida quarantasettenne che fa tesoro della formazione accademica per cimentarsi da poco meno di un decennio nell’espressività coreutica contemporanea. Espressività che lei plasma alla luce di uno stile classico eppure moderno continuando a regalare forti emozioni e a mostrare cosa sia la poesia del movimento.

Un concetto astratto che s’invera nella forma coreografica di Rearray e Bye, i due lavori creati per la Guillem da William Forsythe e Mats Ek, e anche in 27’52” di Jiří Kylián, ballato da Aurélie Cayla e Lukas Timulak, che, direttamente e indirettamente, esaltano le doti della ballerina francese. Quelle indiscutibili doti che ben conosciamo nel più nobile e aulico repertorio classico ma che in quello contemporaneo rappresentano un valore aggiunto per la capacità che ha Sylvie di modulare il movimento e trasformarlo in poesia.

E se non meraviglia che Ek dica che in lei “c’è qualcosa di sacro” e “una vena di vulnerabilità che rende tutto molto emozionante”, lo stesso vale per Forsythe quando confessa di sentirsi “totalmente rapito dall’intelligenza” dell’arte di Sylvie che “rende tutto naturale” perché “sa come si danza”.

Il segreto della bravura della Guillem, ieri nel classico e ora nel contemporaneo, sta proprio in questa sacralità e naturalezza di ciò che fa in quanto ha colto appieno il senso della danza come massima espressione di un corpo poetico, in questo caso il suo, ma anche modello per danzatori che abbiano voglia di confrontarsi con la lezione di una delle più grandi tersicoree del nostro tempo.




6000 miles away, salutato da applausi calorosi e convinti a Modena e in cartellone alla Biennale Danza di Venezia il 22 giugno, è un omaggio della Guillem all’amato Giappone colpito dallo Tsumani. Un’occasione per radunare tre calibri da novanta della coreografia europea del secondo Novecento in un trittico d’autore a cominciare da Rearray, il quarto lavoro creato su misura per lei da Forsythe.  

Rearray è un duetto in cui la Guillem ha al suo fianco Massimo Murru, étoile del Teatro alla Scala, guest di prestigiosi corpi di ballo internazionali e suo partner prediletto. Massimo, con l’eleganza che da sempre lo contraddistingue, è complice di Sylvie in questo lusus coreografico su musica di David Murrow. Un raffinato gioco intellettuale  in cui l’allusività dei chiari riferimenti all’Apollon di Balanchine accentua il postclassicismo di Forsythe nei legati accademici destrutturati e in uno spazio scenico perfettamente consono all’astrattismo cinetico forsythiano e alla sublime resa dei due interpreti in pantaloni e maglietta, accarezzati dalle vellutate luci di Forsythe.

Di tutt’altro genere è Bye di Mats Ek sull’Arietta dalla Sonata in do minore di Beethoven. Terza coreografia firmata da Ek per la Guillem, Bye è una sorta di monologo interiore di una donna abbrutita dalla routine quotidiana con golfino, gonna ampia, scarpe pesanti, capelli raccolti in una treccia demodé, che nascondono e negano la sua femminilità. E mentre uno specchio riflette la sua immagine ordinaria e trasandata che si libera delle goffe scarpe, simbolo di impacci e catene psicologiche, il cambio di prospettiva delle video proiezioni la vede in mezzo alle gente nel tentativo di riconoscersi e dare un senso alla sua vita. Alla fine con un semplice saluto Sylvie si lascia inghiottire dalla folla virtuale congedandosi dal pubblico e dallo stile della danza  di Ek. Uno stile basato sulla gravità del peso del corpo che affonda nei generosissimi pliés, su nervosi e scattosi slanci di gambe e braccia, su linee spezzate, su movimenti non finiti, su riconoscibilissimi stilemi di un modo di danzare che ricerca la misura umana e la poesia del corpo. Quella poesia che materializza nella carismatica presenza di un’artista straordinaria, esaltata dalle luci di Erik Berglund e premiata dalla Critica Inglese come migliore interprete femminile del 2011 nel contemporaneo.

Quello stesso contemporaneo che vede agire anche Aurélie Cayla, protagonista assieme a Lukas Timulak, di 27’52’’ di Jiří Kylián. Un intenso duetto sull’impossibilità di vivere appieno e in sintonia il rapporto a due.

Accompagnato dalla musica di Dirk Haubrich, ispirata a temi di Gustav Mahler, questo passo d’addio rappresenta la conflittualità dell’amore in un’atmosfera quasi metafisica, accentuata dalla delicate luce di Kees Tjebbes. Un amore fatto di abbandoni e ritorni, di dolcezze e incomprensioni, che assegna alla danza il compito di esprimere la complessità del legame tra l’uomo e la donna e l’incomunicabilità che lo contraddistingue in un mare di soffocati silenzi e urla implose. Un urgenza sentimentale che la sensibilità degli interpreti e il tocco coreografico di Kylián mette a nudo nelle articolate e dinamiche sequenze contemporanee, eppure improntate al lirismo neoclassico, nella nudità superiore dei corpi maschile e femminile, nella ricerca di armonia e bellezza anche in ciò che prelude alla disarmonia del discidium sentimentale. Un triste epilogo che vede Aurélie sparire, risucchiata da un enorme telo nero, e dissolvere nel nulla la speranza di un possibile ricongiungimento con Lukas. 





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