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Quel sasso lanciato male

di Elisa Uffreduzzi
  Diaz - Don't Clean Up This Blood
Data di pubblicazione su web 26/04/2012  

I frammenti di vetro di una bottiglia in mille pezzi che si ricompongono al ralenti, mentre la macchina da presa “aggiusta” il quadro con un breve movimento all’indietro, verso il basso e la musica  si fa martellante: così si apre Diaz - Don't Clean Up This Blood, il film di Daniele Vicari sui dolorosi fatti avvenuti a Genova il 21 luglio 2001 quando, durante il G8, gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine degenerarono in un gioco al massacro, a danno dei primi.  La stessa sequenza torna come un mantra a sottolineare i ripetuti flashback che segnano la narrazione, creando un interessante andirivieni temporale, che va oltre la mera produzione della suspense in vista del climax dell’irruzione della polizia nella scuola Diaz di Genova. Difatti il racconto torna indietro anche “a freddo”, dopo l’episodio stesso, recuperando quei fili della trama lasciati in sospeso, per ricondurre tutto e tutti a quell’incontro-scontro fatale, sanguinoso, letale.




Registicamente il film ha molti pregi: dalla già citata sequenza in slow-motion e in rewind, alle maestose, efficaci panoramiche notturne quasi in plongée sulle strade di Genova (in realtà la maggior parte del film è stato girato in Romania), con le luci blu delle automobili della polizia, sinistri presagi che irrompono nel buio. Ancora, notevoli la sapiente distribuzione di immagini più “sporche”, in cui la fotografia si sgrana ulteriormente a simulare il reportage giornalistico; il montaggio rapido; le panoramiche a schiaffo; i brevi movimenti di macchina che accompagnano i dialoghi; l’uso ben calibrato della macchina a mano; la luce abbacinante delle sequenze ambientate al comando di polizia, in netto contrasto con l’oscurità delle irruzioni notturne; le toccanti inquadrature di Alma (Jennifer Ulrich) in chiusura del film, la mano sulla bocca a coprire le tracce di un incubo non ancora finito. Eppure qualcosa non funziona.

Nonostante il cast internazionale, che conta fra gli altri il pregevole apporto professionale di Claudio Santamaria ed Elio Germano, è in primis proprio la recitazione nel complesso a non convincere, vittima innanzitutto di una sceneggiatura faticosa, che mal simula il dialogo quotidiano, intervenendo a sproposito a “condire” il dettato giornalistico, nel tentativo di assicurare alla trama quel quid cinematografico che la distanzi dalla mera ricostruzione documentaristica. Gli episodi che intervengono qua e là a creare l’affezione del pubblico nei confronti dei protagonisti, risultano infatti del tutto posticci, come fossero estratti di altre storie, altri film, poi apposti a una docu-fiction sul G8 di Genova. Spiace dirlo, ma come se non bastasse, abbondano i cliché che afferiscono a un immaginario fricchettone e bohémien, velando così la narrazione di ridicolo vedi la bella chitarrista del gruppo musicale girovago con cui uno degli organizzatori del Genoa Social Forum ha un flirt e, ancora, non si contano i luoghi comuni, nelle telefonate dei vari poliziotti a casa, ad esempio.




Il film, forse nell’urgenza di raccontare tutto e troppo dello scempio di quelle giornate, somiglia piuttosto alla didascalica giustapposizione di una serie di servizi di telegiornale, dimentico di quell’istanza di sintesi, imprescindibile per ogni narrazione cinematografica che esuli dal documentario tout court. D’altro canto il lungo lavoro d’informazione condotto da Vicari e Domenico Procacci (produttore del film) sulla base degli atti processuali e di interviste ad alcuni dei protagonisti coinvolti, è valso al film un’attenta e volutamente estenuante ricostruzione della “mattanza” della Diaz e di quella, a seguire, nella caserma di Bolzaneto. In effetti nella sua funzione documentaristica, se si vuole addirittura didattica, Diaz funziona senz’ombra di dubbio, ché a metà film lo spettatore è già esasperato dalla (lunga) visione della violenza ingiustificata e del sangue, saturo d’indignazione e sgomento. Ma siamo al cinema e questo, sia pure di denuncia e anzi ancor più, proprio per questo ha il dovere di rispettare le regole della sua sintassi, pena la perdita di vigore persuasivo in termini di pubblico: quanto più ampio sarebbe stato il bacino d’utenza suggestionabile, se solo le immagini avessero saputo piegarsi più e meglio ai precetti della retorica cinematografica!

Dunque in certa misura Diaz tradisce se stesso, tarpandosi le ali da solo, scegliendo chissà quanto (in-)consapevolmente la strada del cinema d’essai, che dalla sezione Panorama della Berlinale 2012 rinuncia al grande pubblico prima ancora di tentar-lo. Un po’ come quel sasso che lanciato nello stagno, non lasciasse onde disperdersi verso gli argini: gli elementi c’erano tutti, è il tiro ad essere sbagliato, ché anche per quello c’è una tecnica da rispettare.




Diaz - Don't Clean Up This Blood
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