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Vita di Portogallo, dramma in due atti

di Sara Mamone
  Tabu
Data di pubblicazione su web 16/02/2012  

 

Non basta fare un film in bianco e nero per fare un film di stile anche se il bianco e nero ha sempre una grazia discreta che non offende. Ma, appunto, non basta. E soprattutto non basta a dare corpo ad un film a cui la felicissima riuscita di The Artist di Hazanavicius toglie ogni originalità. Il giovane regista portoghese Miguel Gomes ritiene per sé impensabile fare un film senza pensare alla storia del cinema e in questa prova parte dal calco di un celebre titolo di Murnau, Tabù appunto, per questo omaggio affettuoso ma un po’ scolastico al cinema e alla sua storia ma anche per rileggere con grazia e senza enfasi un po’ del presente e un po’ del passato del suo paese. Il film è nettamente diviso in due parti: quella per così dire di attualità e quella memoriale. Anche l’attualità è girata in bianco e nero poiché si tratta del grigio presente di tre solitudini: quella di Aurora, vecchissima signora decaduta che termina la sua rovina al casinò, quella della rassegnata “badante” capoverdina e quella di Pilar, solitaria e sensibile vicina di mezza età che rappresenta l’unica fonte gentile di tenerezza, essendo la figlia lontanissima sia geograficamente che affettivamente.

 

Sarà proprio Pilar la destinataria dell’ultimo segreto rivelato dalla vecchia signora con un bigliettino scritto con mano malferma. Come richiesto, il giorno del suo funerale l’amica rintraccerà in una casa di riposo un misterioso signore: il narratore della seconda parte, nonché protagonista, attraverso le immagini flou di una pellicola d’antan, della rapinosa storia d’amore coloniale vissuta sotto gli occhi del marito di lei. Questa seconda parte, girata con le tecniche amatoriali del passato, mostra la scriteriata spensieratezza dei due amanti e, in filigrana, quella di una classe prigioniera di una mentalità destinata ad essere spazzata via dalla storia.

  

Il Portogallo di ieri con le sue colpe e quello di oggi con i suoi rimpianti sono i veri protagonisti di una dolce metafora che funziona anch’essa con il garbo del rimpianto ma senza una vera forza narrativa, come offuscata dall’intenzionalità di un esercizio di stile che non pare rispondere ad una vera necessità. E il problema delle scelte berlinesi di questa edizione si conferma.

 

Tabu
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La locandina


 
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