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Una variazione sul tema

di Sara Mamone
  La scelta di Barbara
Data di pubblicazione su web 18/03/2013  

Avevamo già visto in anteprima questo film all'edizione 2012 della Berlinale, con il titolo originale di Barbara. Lo ritroviamo ora, da pochi giorni, nelle sale italiane. Ci sono opere che aprono il campo a nuovi ambiti della creazione drammaturgica e, insieme, raggiungendo subito la pienezza artistica risultano contemporaneamente creatrici e soffocatrici di chi percorre il loro cammino: un po’ come successe quarant’anni fa per l’interpretazione della Norma da parte di Maria Callas, che aperte strade inattese all’opera belliniana scoraggiò per sempre ogni tentativo di percorrerle. E’ un po’ ciò che sta succedendo al cinema dopo Le vite degli altri di Florian Henkel von Donnersmark che, dopo la caduta del muro di Berlino e traendo profitto dall’imponente lavorio documentaristico degli anni successivi sulla vita dei cittadini della Repubblica Democratica Tedesca, ha aperto la strada ad infinite potenzialità drammaturgiche. Ma ha anche, nella felice condensazione del suo archetipo, ridotto le potenzialità degli altri al campo degli epigoni. E’ infatti un’impressione di variazione sul tema quella che suscita il pur riuscito ritratto di donna che Christian Petzold restituisce con La scelta di Barbara, ritratto compiuto riuscito di donna interpretato magnificamente da Nina Hoss (che alla Berlinale non potette candidarsi al premio per la migliore interpretazione femminile solo perché già vincitrice qualche anno prima).




In un ospedale della provincia giunge Barbara, puntuta e scostante dottoressa inviata al confino dopo una brillante esperienza presso la prestigiosa struttura della Charité berlinese: è evidente che ha un segreto, come certo un segreto ha il fascinoso giovane direttore del piccolo istituto e come certo sapremo nel corso delle abilmente orchestrate schermaglie tra i due: lui ha commesso a suo tempo un errore imperdonabile rendendo ciechi due neonati mentre lei è lì provvisoriamente, in attesa che il facoltoso fidanzato occidentale le procuri denaro e mezzi per l’espatrio. L’arrivo tumultuoso di una giovane fuggita da un correzionale scioglie a poco a poco le ruvidezze della dottoressa e varie prove di umanità e competenza del medico mutano gli stati d’animo. Purtroppo un po’ prevedibilmente, da una parte nasce una struggente solidarietà femminile velata di istinto materno dall’altra un senso del dovere al quale non è estraneo il fascino del giovane medico. Finale per niente imprevedibile con la fuga della giovane beneficata verso la libertà e la protagonista un po’ sacrificale ma pienamente appagata dal suo sacrificio che resta a terra come innumeri eroi della quotidianità oppressa e sospettosa vissuta nei lunghi anni del regime comunista.




Naturalmente il film è migliore della sua trama, fondato su un professionismo solidissimo, ben diretto, con inquadrature secche ed efficaci, i tempi sono perfetti, nella lentezza delle piccole cose, nell’allusività delle continue mortificazioni ma… ormai le vicende ospedaliere sono troppo usurate dalle soap per non indurre nello spettatore una sensazione di serialità. Che in questo caso aggrava l’appartenenza al genere “post muro” rendendo l’opera più un onesto prodotto a destinazione televisiva che una stimolante nuova proposta.


La scelta di Barbara
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