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Aldo Giuffrè, dentro l'artista l'uomo

di Manlio Santanelli
  Aldo Giuffrè
Data di pubblicazione su web 05/07/2010  

La memoria avanza sgomitando ed esige di recitare la sua parte. Ne consegue che, per quanto possa sforzarmi di censurare l'autobiografia (malattia infantile della 'narcisopatia'), sarò comunque costretto ad accennarmi per la familiarità che mi legava ad Aldo Giuffré. E sarei grato a chi notasse che, pur potendomelo permettere, non lo indico soltanto con il nome, a differenza di quanto fanno in simili casi tanti che, delle persone di cui parlano, magari hanno appena sfiorato la conoscenza.

 

Il mio primo incontro con Aldo Giuffré fu propiziato dal Centro RAI TV di Napoli, nel quale egli girava “La maschera e il volto” di Luigi Chiarelli, commedia di cui era il protagonista assieme ad Edmonda Aldini. E fu in quella occasione che ebbi l'intuizione, tramutatasi poi in certezza, che Giuffré era interprete prismatico, di sicura resa ed originalità nel passare da Curcio a Cechov, da Eduardo a Puskin (TV. “La figlia del capitano”). Ma non è dell'attore che intendo parlare, lasciando ad altri il privilegio di dire la loro in proposito. A me, infatti, preme dire qualcosa dell'uomo infilato nei panni dell'artista; qualcosa soltanto, purtroppo, altrimenti non mi basterebbero più risme di carta.

 

Tra di noi, complice la TV, molto presto si venne a stabilire una cordialità solare, a cuore aperto, che si manifestava ben oltre le ore di lavoro, una reciproca simpatia di quella tempra inintaccabile dal tempo; e tutto questo in gran parte per merito suo, perché se è vero che l'anima, come dice Schnitzler, è una terra lontana, Aldo Giuffré ebbe sempre il raro dono di saperti indicare la strada per arrivare ad essa il più vicino possibile. Le nostre successive frequentazioni non fecero che rassodare quel rapporto amicale, fino al punto in cui a nessuno di noi due parve sconveniente lo scambio di confidenze che a volte non si realizza neanche da un fratello all'altro; uno scambio favorito da una profonda affinità elettiva, che con felpata discrezione si era insediata fra lui e me – ci piacevano come ci dispiacevano le stesse cose.

 

Ma Aldo Giuffré è stato per me anche un maestro di ironia. Come pochi – li conterei sulle dita di una sola mano – egli aveva l'impagabile capacità di afferrare dalla cima dei capelli persino le situazioni più incresciose (e la vita gliene ha poste più d'una lungo la sua strada), per poi poterle osservare con quel necessario distacco che molto spesso prelude ad un catartico sorriso. A tal proposito la memoria, sempre lei!, mi suggerisce di riportare un breve racconto di cui mi accadde di essere il privilegiato destinatario; un piccolo evento che affondava in anni difficili, come difficili sono quasi sempre quelli in cui si esordisce nell'arte. A quel tempo egli condivideva con altri colleghi le cure di un cameriere gay, che dal canto suo andava coloratamente fiero di essere circondato (ma solo circondato, e tanto gli bastava) dalla presenza di una così aitante gioventù. Come il caso volle, ma non senza particolari sacrifici Aldo Giuffré riuscì ad acquistare una Cinquecento. Ebbene, ogni qualvolta rientrava a casa, e parcheggiava la macchina nel cortile, il cameriere si precipitava giù per le scale e correva ad aprirgli lo sportello, completando il singolare rituale con un inchino da perfetto maggiordomo. “Un nobile russo, in esilio dopo la rivoluzione di ottobre, non avrebbe saputo far meglio con la Bentley del suo ricco padrone”, fu il commento del narratore.

 

Last but not least, mi sarebbe gradito ricordare che volle me alla presentazione di uno dei suoi romanzi, “Amici come prima”, Guida Editori, una storia interessata per l'appunto a far luce su tutti i coni d'ombra che possono oscurare un'amicizia, sul dolente fondale di una città come Napoli che, nonostante le varie peregrinazioni, rimase pur sempre la sua città.  

 

Ma ora sento che è tempo di tacere. E, sia chiaro, io non mi aggregherò a coloro che in simili circostanze si abbandonano, con una voluttà di gusto alquanto discutibile, ad esclamazioni del tipo: ”Antonio (o magari Francesco), sarai con noi in ogni momento della nostra vita!” No, Aldo Giuffré se n'è andato per sempre, e a me non resta che piantare un'altra croce nel mio cuore.

 

 

 


 
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