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La lacerazione di Aschenbach

di Gabriella Gori
  Morte a Venezia
Data di pubblicazione su web 26/10/2009  

Tod in Venedig (Morte a Venezia) di John Neumeier è un balletto simbolico. Un balletto pieno di “correspondances” che arricchiscono il “senso letterale” di “sovrasenso allegorico” mettendo in scena – come dice Neumeier – “il tema della creazione, il piano dei concetti e degli abbozzi” che restano tali e danno origine ad una danza macabra. Una danza di morte che si risolve in una ‘increazione’, rivelando il tormento dell’artista, lacerato dal desiderio di creare e dall’impossibilità di farlo, e la sua sconfitta di fronte all’opera che resterà incompiuta.  

Ispirato alla novella Der Tod in Venedig di Thomas Mann e presentato al Teatro La Fenice di Venezia in prima nazionale dall’Hamburg Ballet, la splendida compagnia di  Neumeier, il balletto riecheggia la vicenda di Gustav von Aschenbach, uno scrittore di successo in cerca di ispirazione per un lavoro sulla vita di Federico II di Prussia. Gustav, lasciata Monaco di Baviera, si reca a Venezia dove incontra Tadzio, un adolescente polacco, e resta colpito dalla sua bellezza. Nasce così una singolare intimità tra Aschenbach, simbolo di chi ha difficoltà a creare la bellezza, e Tadzio, emblema di chi la rappresenta senza sforzo, solo con la sua esistenza. L’ambiguità della situazione rende lo scrittore  ancora più inerte e l’improvvisa irruzione di Apollo e Dioniso, personificazioni dello spirito apollineo e dello spirito dionisiaco nietzscheani, sconvolgono l’anima del protagonista fino al tragico epilogo. La morte di Aschenbach sulla spiaggia del Lido di Venezia, forse per l’epidemia di colera che ha colpito la città, mentre contempla il giovane Tadzio e l’assoluta inafferabilità della vita e della bellezza. Neumeier nel suo Tod in Venedig, pur tenendo conto dell’archetipo narrativo di Mann e di quello cinematografico di Visconti, opera precise scelte registiche, musicali e  coreografiche, firmando una pièce di indubbio valore artistico che conquista il pubblico della Fenice.

Innanzitutto Gustav von Aschenbach non è uno scrittore, e neppure un musicista come in Visconti, ma un famoso coreografo impegnato a ideare una balletto su Federico II di Prussia. La musica non è quella ‘viscontiana’ di Mahler ma l’Offerta musicale di Bach e brani dal Tristano e Isotta e dal Tannhäuser di Wagner, ritenuti da Neumeier più adatti ad esaltare l’aspetto apollineo e dionisiaco della creazione coreografica. E questo senza contare che Bach compose l’Offerta musicale dedicandola a Federico il Grande e Mann, nel periodo in cui soggiornò a Venezia, scriveva effettivamente un testo su Richard Wagner. Coincidenze che non sfuggono al direttore del Balletto di Amburgo, autore colto e raffinato che stimola lo spettatore a cogliere sottili richiami storici, letterari, artistici, dando un’impostazione allocutiva al suo lavoro.

La prima parte dello spettacolo si svolge in una sala prove dove, sull’Offerta musicale di Bach, il coreografo Gustav von Aschenbach, uno straordinario Lloyd Riggins, è tutto preso dalla creazione su Federico il Grande. I “concetti” apollinei, incarnati da Alexandre Riabko e Carolina Aguero, e gli “schizzi” ovvero le idee, rappresentate da uno stuolo di ballerini e ballerine che si affollano nella sua mente e sulla scena,  confermano l’incapacità di dare vita ad un’opera sul Re di Prussia. Gustav sa che manca qualcosa e non serve a niente l’estremo tentativo di scendere in platea, cambiando prospettiva, e di seguire lo spirito dionisiaco incarnato da Otto Bubeníček in coppia con Carsten Jung. La coreografia “non quaglia” e l’artista, in un crescendo di nervosismo, cerca di liberarsi della presenza di Federico il Grande, Ivan Urban, e de “La Barbarina”, la ballerina di corte di Anne Laudere, che insistentemente chiedono all’autore di farli esistere come in un dramma pirandelliano. Ma non basta. L’assistente, un’assillante Anna Polikarpova, e un ingombrante fotografo, Vladimir Kocić, soffocano il protagonista che rinuncia al balletto mentre il Preludio del Tristan und Isolde di Wagner sottolinea il furor imploso della creazione.

L’impossibilità ad accettare lo smacco si trasforma in un’esigenza di fuga e Gustav si ritrova nella lussuosa hall dell’Hôtel Des Bain del Lido di Venezia in mezzo a coppie in fruscianti abiti da sera che si lanciano in sfrenati giri di valzer. Qui resta colpito da Tadzio, un esuberante ragazzino interpretato da Edvin Revazov, che corre dietro a una palla e lo ammalia con la sua bellezza. Una bellezza a cui fanno eco lo charme della madre, una elegante signora bionda, e il candore delle sorelline.

Hmaburg Ballet
Hamburg Ballet
                                                   

La seconda parte si sposta sulla spiaggia illuminata da una calda luce diffusa e animata da una gioventù spensierata e indolente che ricorda quella de Le Train Blue, il balletto creato da Bronislava Nijinska nel 1929 per i Balletti Russi. Gustav, in questa piacevole atmosfera marina, sembra ritrovare la voglia di vivere e la gioia di creare che si esprimono nel duetto con Tadzio, nell’arrivo dei “concetti” apollinei Riabko-Aguero, nella presenza del duo dionisiaco  Bubeníček-Jung e delle idee, il corpo di ballo, che riempiono il palcoscenico in una sorta di happening ‘bachiano-wagneriano’ per il presunto ritrovato estro e la speranza di una riconquistata gioventù. Convinto di poter ricominciare Aschenbach vuole ringiovanire  e si affida alle sapienti mani di un barbiere che gli mette un parrucchino sulle note del Baccanale del Tannhäuser. Tutto però è inutile e alla fine la scena corale sulla Bourée da Bach dei Jethro Tull, suonata da un chitarrista infervorato, diventa una danza macabra e segna per il coreografo l’inizio della fine. Due intensi passi a due maschili sottolineano questo malinconico commiato: uno con Federico di Prussia e Aschenbach, l’altro con quest’ultimo e Tadzio accompagnati al piano da Elisabeth Cooper. E mentre Gustav si aggrappa disperatamente al giovane pupillo, questo simbolicamente fa un cannocchiale con le mani per guardare ad un futuro solo a lui concesso.

Rappresentato per la prima volta alla Staatsoper di Amburgo 7 dicembre 2003, Tod in Venedig di Neumeier resta impresso per la complessità drammaturgica in cui saltano agli occhi non solo le modalità espressive del “metateatro”, ma anche quelle della “metadanza” quando il coreografo osserva davanti a sé il divenire delle idee e dei “concetti” personificati. Senza contare il tributo al Tanztheater di Pina Bausch nella scena dell’hall con i danzatori che parlano e si muovono alla maniera ‘bauschiana’. E se la prima parte dello spettacolo pecca forse di lunghezza in quell’indugiare sulla ’increazione’ poi però tutto fila liscio, la ‘lettura’ diventa sempre più facile e lo spettatore è via via catturato dall’ariosa eleganza dell’allestimento di Peter Schmidt e dei costumi di Neumeier e dello stesso Schmidt, e dal tocco pianistico di Elizabeth Cooper.

Anche la danza come linguaggio del corpo e la coreografia come costruzione di un pensiero cinetico toccano l’apice quando Neumeier fonde stile neoclassico e stile classico-contemporaneo per tradurre in movimento lo scavo emotivo o l’assoluta astrazione dei personaggi. Tutti indistintamente eccelsi a cominciare dal Gustav von Aschenbach dell’americano Lloyd Riggins. Un danzatore “apollineo” e “dionisiaco” che rende visibile e credibile la lacerazione di Aschenbach e illumina uno spettacolo ‘doc’, firmato da un maestro del balletto narrativo del Novecento e da un esperto di ‘regia di danza’.   



Morte a Venezia
cast cast & credits
 

Jhon Neumier - Artist Director Balettintendant
Jhon Neumier 
Artist Director Balettintendant




 
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